Categorie
Articoli del Blog Bologna Musica Storie Suggestioni sensoriali

Buddismo alla bolognese

Io lo so, prima di essere me stesso, nella mia vita precedente diciamo, ero un fuorisede spiantato.
Attaccato come la muffa alle mura affittate da qualche vecchia riccastra di quel mio scalcagnato appartamento in via Sant’Apollonia, lontano da tutto ma vicino agli spaccini, vero perno della vita universitaria della mia vita precedente.

Via Sant’Apollonia, sì.
Le vie medievalmente claustrofobiche recintate da casacce più vecchie di San Petronio, le vie che disegnano gradualmente, dall’alto, il vero volto di Bologna. Un volto colonizzato da un millennio di studenti, via via più persi nei loro pensieri e da sempre i migliori interpreti della propria generazione.
Popolazioni intere campionate da poche migliaia di ragazzini brufolosi, poco barbuti, iscritti a facoltà che odiano e di cui devono dare esami che non amano e che non ameranno mai, ma di cui sistematicamente ameranno il ricordo, un decennio dopo.

Dovevo salire le scale, in quell’androne freddo e muffoso che i proprietari degli appartamenti lasciavano così, scrostati e scoloriti, da almeno 40 anni. L’ultima colorata l’hanno data con le bombe, gli americani, nel 1944. Proprio quelli che si sono giocati le Torri per una birra. Brutta bazza, quella.

Salivo le scale, trovavo le chiavi nel chiodo scolorito comprato in Montagnola da quattro mesi e le mettevo nella toppa mangiata dall’usura. La porta marrone, la toppa giallognola.

1986. Eroina. Comunismo emiliano. Andrea Pazienza. New Wave. Eventi clandestini con locandine meravigliose, attaccate alle bacheche dell’Uni. Festa dell’Unità. Le scarpe mangiate dalle migliaia di chilometri percorse per le vie del centro, e potremmo continuare per un lustro a dare delle macchie colorate di un’età tranquillamente agitata come quella…

Entravo in casa, i coinquilini – nessuna traccia. Uno a studiare al Paleotti, l’altro a figa, beato lui. Si vedeva con quella piattola coi capelli corti, il culo alto, bel carro. Scarsa davanti, ma non è un problema.

Ogni volta che entravo in casa rimanevo basito dalla carenza di porte, perciò di privacy. Poi ti chiedi perchè spariscono tutti. Padrona di casa di merda. L’unica porta che c’era era quella del cesso, col vetro riparato con lo scotch perchè in un capodanno una delle quattro bottiglie che abbiamo aperto ha sparato il tappo contro. Io disperato, gli altri fregancazzo, e via di spumante coi solfiti e senza uva.

Mi coricavo sul letto, nella doppia che condividevo con il ragazzo che era a studiare. Un tipo tranquillo, studiava medicina e veniva dall’Umbria. Altissimo, non stava nel letto che la padrona di casa gli aveva messo a disposizione. Padrona di casa di merda. Tre doghe rotte lui, quattro io.

Che poi, capivi quale parte della doppia era mia, e quale la sua: atlanti di anatomia umana dalla sua, Pier Vittorio Tondelli dalla mia; poster di Guccini dalla sua, gli Smiths dalla mia; le sue mensole piene di regali della morosa – ha la morosa in Umbria, fedele lui, ma fedele anche lei? -, io ne ho una sola di mensole ed è piena di vinili. War, The Queen Is Dead, e anche Affinità-Divergenze, OVVIAMENTE.
L’altra mensola persa in una battaglia con un ragno: antologia di Pirandello, mensola, ragno fuggito, game over insert coin.

Mettevo su, quando ero da solo, un bel vinilazzo, mi buttavo sul letto (da lì le mie doghe rotte) e mi divertivo a riconoscere le forme nelle macchie di umidità sul soffitto. Padrona di merda.
Adoravo Bigmouth Strikes Again, quando passava sul vinile la mettevo a cannone e, se non erano le 3 del pomeriggio, a qualsiasi altro orario c’era qualcuno che dalla finestra urlava “Dag a bas!” (“Abbassa!”). Maledetti passanti scottati dal ’77.

Quella macchia di soffitto mi ricordava sempre il profilo di Cossiga. Forse era il naso aquilino.

Le cene, ore dopo, a base di pasta scotta e pomodori pelati, olio della Coop e sale del Monopolio. Le lacrime quando c’era il ragù di mia nonna, le lacrime!

Era una bella vita, con l’ansia di studiare e la libertà di non farlo. Avrei dovuto studiare tutto il giorno per passare filosofia, ma me ne fregavo sempre, sempre! Finivo a fare due parole con lo spaccino, filavo davanti alla Johns Hopkins e mi facevo uno spino, nient’altro. Seduto per terra, con i professori che con piglio americano mi guardavano storto appena sentivano l’odore di erba.
Che palle, ‘sti americani. Ha ragione Craxi.

Appena passavo davanti a una casa con una tv accesa, verso sera e con l’odore di brodo che usciva dagli appartamenti, e ti capitava davanti il faccione da stronzo di Remo Gaspari bestemmiavi e giravi l’angolo, la sua voce da vecchio rincoglionito ti rincorreva, acceleravi il passo, partiva poi Spadolini e allora vaffanculo governo di merda

Il cielo rosso, sopra i coppi rossi, l’afa soffocante – cazzo fate poi il brodo a luglio, io mi chiedo.

Toh, è appena passato Pazienza caricato in motorino da un tizio. Andrà a prendere la dose, lo san tutti. Che peccato però.

E alle otto a casa che altrimenti se chiamavano i miei e non mi trovavano vaffanculo, mi piantavano un casino.
“E hai studiato oggi? E sei andato a lezione oggi?”
Sono finite le lezioni da un mese e mezzo, è la terza vol-
“Mangi ancora delle porcherie? Se vieni su che sei ingrassato ancora ti mando a militare”
Oh lo dici sempre e non mi hanno ancora arruolato, com’è mamma?
“Ti passo tuo padre, fa’ a mod”
“Alòra?”

E via discorrendo del nulla quotidiano.


Mi manca, quella vita mai vissuta. Un mai successo che ho vissuto molto di più di tante altre cose che mi sono successe davvero.
Passi di fianco alla tua stessa vita, come in un museo, e ti ritrovi a dire: “Ma questo ero io? Ma l’ho fatto davvero? Non ricordo di avere avuto quella cosa, di avere conosciuto quella persona, di essere stato in quel posto…che lavòr”, e ti ritrovi a fantasticare di vite mai vissute, che finiscono per appiccicartisi addosso più delle cicche ai capelli, più delle merde di cane alle scarpe. Te le porti dietro, in testa, e vivono della tua fantasia.
Il sale del quotidiano.

(Foto in evidenza: http://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.71686!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/gallery_648/image.jpg)

Categorie
Articoli del Blog Pensieri Storie

Ho un forte male all’esistenza quando deglutisco

quando vuoi scrivere qualcosa così tanto da uscirti dalle dita, ti lasci convincere dalla pressione

e quando ti metti alla macchina da scrivere, ti sembra tutto così stupido

PRIMA DELL’INIZIO
Per le persone affezionate al mio blog, poche o tante che siano, critiche o meno, vorrei consigliare un luogo. Non voglio dire nulla che non sia un invito a visitare il Museo Civico del Palazzo di San Francesco a Reggio Emilia: se scrivessi di più riguardo le mie sensazioni su questo posto, finirei per sembrare una persona patetica che chiede impressioni personali su luoghi pubblici, come farebbe il più stronzo dei social-networkisti. Non mi interessa niente di quello che, nel caso andaste al Museo, sentireste o pensaste: ognuno di noi in uno stesso posto può pensare a migliaia di cose diverse, e non sto scrivendo per fare un brainstorming sulle sensazioni e le percezioni di ognuno di voi in un Museo di storia naturale. Anche perchè questa volta mi sono ripromesso di stare corto.
FINE DELLA PREMESSA


Non avevo programmato una serata in un museo di storia naturale, e nemmeno mi aspettavo di ritrovarmi di punto in bianco in un museo di sabato sera.
Nè di ritrovare, in un museo tradizionalissimo, centinaia di persone che riempivano le sale di esposizione, bevevano tra i cimeli etruschi, indossavano occhiali di fianco a pulcinelle di mare impagliate, ridevano di fianco a sepolture dell’età del ferro.

Sepolture dell’età del ferro al sabato sera

Teschi a confronto, l’uno di fianco all’altro, quasi come in una trasmissione di Alberto Angela. Un etrusco, un romano, un barbaro. Affiancati da un insolito destino, nella nebbia dei tempi.

Denti perfettamente allineati, incastonati nel teschio di un longobardo sulla trentina (forse meno). Denti perfettamente allineati.

Ci si può fermare su una teca piena di ossa per venti secondi netti, per poi soffermarcisi con la mente, per ore, mentre si cammina altrove. Guardi due rane, una sopra all’altra, un amore imbalsamato. Un uccelletto con il suo figliolo fresco di uovo.
Sì, ma io sono rimasto ai teschi, aspettate.

Feti in formalina. “Ah.”

Se sui feti non si può dire che abbiano vissuto una vita cosciente e attiva per molto tempo, sui teschi si possono dire tante cose…

Quei denti, prima di essere esposti alla vista del bambino della comitiva della scuola di Reggio Emilia, o alla mia vista, erano sepolti. Prima della sepoltura, erano parte di un corpo, vivente, che ha usato quegli stessi denti, che io ho guardato per venti secondi (forse due minuti, forse cinque: poteva essere mezz’ora, tanto mi sono perso in quell’osso) per masticare cibo.

Quei denti, 1500 anni fa, prima di essere messi in bacheca al giudizio degli ignoranti, hanno masticato cose. Sono stati in una bocca che ha baciato una persona, o più persone. Questo non lo sapremo mai.

Io devo pensare di non avere nemmeno la fortuna che i miei resti mortali siano riesumati, trattati come cimeli di epoche estinte da secoli. Devo pensare che una volta che io non sarò più niente, difficilmente vedrò di nuovo la luce del sole (cioè, uso la prima persona ma dovrei usare la terza persona: il mio corpo).
L’etrusco, il barbaro, il romano, erano attivi, vigili, oppure oziosi, e forse divertenti, spigliati, oppure estremamente stronzi, puttanieri, faccendieri, servi, ladri. Esattamente come ognuno di noi. Ed esattamente come ognuno di loro…be’, non sono Nostradamus, ma credo tocchi a ciascuno di noi.

E’ che da sempre, non riesco a capacitarmene. E ci soffro, perchè non ha senso. Non perchè tutto debba avere un senso, ma insomma…capirete il dramma di uno che non riesca a capacitarsi di qualcosa di incontrovertibile ed inesorabile.

Giovanni Lindo Ferretti, pensavo anche a lui.
Lui è felice, soave, lieto. La politica è solo una piccola parte di un’esistenza, la sua, che è fatta di gioia e di bellezza.
(ovviamente, la sua concezione di bellezza)
Lui sicuramente pensa che dopo, quello che per me è il Sicuro Nulla, sia la Gloria Eterna, la ricongiunzione con l’Altissimo. E gioisce per questo.

Cattolici di merda: e poi dite che l’Invidia è peccato. Io vi invidio la beatitudine in questo senso. Non vorrei semplificare, ma se fossi sicuro del Dopo come lo è Ferretti, affronterei la notte senza un incubo.
E invece mi ritrovo a svegliarmi come il protagonista di Basta che funzioni, film eccezionale di Woody Allen.

L’esistenza non ha senso. Se hai la fortuna di non accorgerti di quello che sta succedendo durante tutto l’arco della vita, credo che tu abbia raggiunto lo scopo. Lo scopo della vita è non capire che il fatto che tu respiri, che ti godi la giornata e godi nello stare a letto un minuto in più un giorno non potrà più succedere. Solo non accorgendotene puoi vivere serenamente, senza paranoie e senza pensare al Grande Perchè Cosmico.