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S(u)oli emiliani

(Little advice: per avvicinarsi alle sensazioni descritte, mettete questa come sottofondo.)

L’Emilia ci ha frustato, ma è pur sempre la nostra grande mamma. Infonde nello spirito un senso di appartenenza a un unico destino sconnesso e nebuloso.

Nessuno sa cosa aspetta, oltre il Confine, al di là del fiume, noi emiliani. La vita scorre in un lieto benestare in una comune povertà di mezzi e una grande ricchezza d’animo.

L’essenza dell’Emilia, però, è altrove.

Alle otto di sera, in quelle serate estive in cui l’unico obiettivo è aspettare che il sole scenda a farsi un tuffo nel Secchia, allontanati dal centro, prendi la bicicletta.

Prendi le strade larghe una persona, salta le buche. Goditi il vento, quello inutile, che non toglie neanche le zanzare dal collo, che non sgocciola la canottiera.

Allontanati dalla musica delle sagre, avvicinati alla musica del sole, rosso come le gote di chi ha lavorato tutto il giorno in campagna, col cappello di paglia.

Guarda il tramonto. Piangi. Non puoi fare altro: capirai gli artisti, capirai i cantanti, capirai gli ambientalisti, capirai d’un lampo i lagrimosi poeti ottocenteschi.

Ti renderai conto che non hai visto nulla fino a quel momento, che New York sta bene dov’è, che le Maldive sono un parco tematico, che tutto ciò che di più bello c’è al mondo è davanti a te.

Farebbe vergognare l’amore più limpido, una realtà bella come l’Emilia che tramonta.

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L’ascia di Eugenio

Rai Storia, un documentario anni ’70 sulle campagne del centro e sud Italia.
Io, in dormiveglia a letto (erano le otto e mezza di sera) apro gli occhi, con i brividi.

Che cazzo c’è di così eccitante nelle campagne del centro Italia?!

Non era per le campagne, e ci ho messo qualche secondo.

Questa, era la canzone di sottofondo.

Quando alla Rai avevano le palle! Le palle, cazzo, di mettere Musica!

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Articoli del Blog Storie Suggestioni sensoriali

Le sei di domenica mattina

Cambia prima l’orario che le cattive abitudini.

“Siamo solo noi, che andiamo a letto la mattina presto, e ci svegliamo con il mal di testa”

Stamattina erano le sei, e l’unico indizio che ho avuto a disposizione per intuire l’orario è stato il cielo che da nero e buio come la stanza si era fatto, senza avvertire nessuno, blu: sempre scuro, ma quel blu che sta lì a dirti “Ma ti rendi conto di che ore sono?!”.

Il cielo, certe mattine, ti redarguisce solo cambiando colore: come solo una moglie in un matrimonio ventennale può fare, cambiando però colore del volto.

Sottovoce, tutto sottovoce, come a far finta di non essere lì, al buio, a rivestirci.

Ci metti due passi – uno prima e uno dopo lo stipite della porta – per focalizzare meglio qualcosa di particolarmente surreale.

Il cielo, blu in schiarita, è coperto solo fino a metà. Come fosse stato colorato da uno scolaro elementare non particolarmente capace a colorare. Un quarto, quello in alto, blu, tre quarti in basso neri: le due sezioni divise da una linea irregolare, come una cresta montuosa.

La pianura padana s’è fatta montagna, ho pensato stamattina.

Sono entrato in quella casa in pianura, sono uscito con una vista sull’altopiano più bello del mondo: la mia pianura s’è fatta montagna per qualche ora.

Non ho fatto nemmeno foto, visto che sarebbero apparse sfuocate o terribilmente stupide.

Non ho fatto nemmeno una foto al riflesso della luna, che mi rincorreva nel fosso rigonfio d’acqua, mentre andavo rilassato correndo con la macchina.

Non puoi registrare tutto con dei fotogrammi, ma sicuramente commetti un crimine contro la natura e contro la bellezza se non fai di tutto per ricordare certe suggestioni.