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Ricapitolando: i miei dieci anni di scrittura

Aprii il mio primo blog poco più di dieci anni fa. Dieci anni, racimolati senza nessuna fretta.
Era l’epoca di MSN Messenger, dei nickname colorati e delle chat illeggibili a causa dell’eccesso di emoticon. Puro pionierismo, epoche eroiche in cui si viaggiava a velocità infime e con un decimo della scelta attuale; proprio per la mancanza di scelta e, ovviamente, per la volontà di essere protagonisti tipica della preadolescenza (o almeno, di alcuni preadolescenti), all’età di tredici anni aprii il mio primo blog.

Era uno di quei blog forniti da Microsoft, che allora era ancora LA Microsoft, padrona di tutto ciò che avesse un chip all’interno e che si basasse su un server su Internet. La vera dominatrix dell’epoca.
Forniva, insieme al proprio account su MSN Messenger, uno spazio web sulla piattaforma Spaces, ora chiusa o fusa in altre succursali della compagnia di Redmond.
Ognuno di questi Spaces poteva essere personalizzato al punto tale da poter sembrare, con qualche tocco giusto di HTML copiato qua e là dalla Rete, un sito a tutti gli effetti. Tutto gratuito, in un periodo in cui ancora alcune caselle di posta elettronica avevano un’iscrizione annuale a pagamento (sì, abbiamo vissuto quel periodo fantastico).

Io, come tantissimi altri miei amici e come tantissime persone in tutto il mondo, colsi l’occasione per avere il mio spazio personale in cui esprimermi.
Mi ricordo di alcuni miei amici che mettevano le foto di Francesco Totti, alcuni che mettevano foto degli amici e con gli amici, altri che aprivano il loro libro degli ospiti e speravano che più persone possibili lo firmassero e scrivessero dediche.

Io decisi di scrivere.
Iniziai a scrivere di quello che mi capitava, mischiando (un po’ come faccio ancora adesso) avvenimenti reali a storie verosimili e ragionamenti, sfoghi. Ovviamente, con la capacità di espressione di concetti di un tredicenne.
Iniziai ad essere seguito, venivo apprezzato. Mi scrivevano complimenti sentiti, mi dicevano che si divertivano a leggere il mio blog, e che non vedevano l’ora che io pubblicassi qualcosa. Non scherzo. Era bello.
Mi ricordo ancora quando mi copiarono un intero post, nel 2008: mi sentii defraudato, ma al tempo stesso mi si accese la spia dell’orgoglio. Era un intervento (li chiamavamo ancora così: non post, ma “interventi sul blog”) di sfogo, di cui non ricordo moltissimo ma era molto simile a quei post “strappa-mi-piace” che girano tutt’ora su come vorresti fosse la tua vita e come invece è, e come in realtà il bene è più importante dell’invidia e della cattiveria e che la cosa più importante è la felicità. E questo genere di banalità adolescenziali.
Ero stato derubato, ma ne ero veramente molto felice: avevo fatto colpo.

Aprii il blog nel 2006 e lo chiusi per una stupidissima polemica tre anni dopo. Avevo offeso (poco) velatamente una ragazza con cui mi frequentavo solo perché mi aveva scaricato senza molte cerimonie. Mi scrisse che se non avessi cancellato il post mi avrebbe fatto chiudere il blog e sarei stato “passibile di denuncia”. Ovviamente erano fandonie, ma fui tenerino e inesperto in quell’occasione, non seppi tenere salda la barra e mi feci prendere dallo spavento: presi la palla al balzo e terminai il blog che, in ogni caso, in quegli ultimi mesi si stava (stavo) spegnendo lentamente.
Ero così orgoglioso del mio piccolo spazio che, oltre a riempirlo molto di frequente con post, pensieri, foto, immagini create da me, battute e riferimenti alla vita reale dei primi anni delle superiori che facevano molto ridere chi li viveva con me in prima persona, in occasione di uno degli anniversari della sua creazione stampai in casa molti dei miei interventi pubblicati, comprese alcune foto che conservo con un piacere indicibile, e che ad oggi sono l’unica testimonianza di quello che fu quel mio piccolo, curatissimo e seguito spazio. Si chiamava, in modo ironico, “Buongiorno San Possidonio”.

Nel 2013, quando decisi di tornare in attività dopo qualche anno di pausa pensando di avere qualcosa di nuovo ed interessante da raccontare dopo l’anno del terremoto, il primo fallimento universitario, la nuova esperienza della radio e una nuova sensibilità acquisita in quel poco di maturità in più che avevo, l’unico dubbio che mi rendeva quasi nervoso fu solo uno: il nome.
Per un breve periodo fui quasi in procinto di chiamarlo, di nuovo, “Buongiorno San Possidonio”: adoravo quel velo di ironia che riusciva a sprigionare in sole tre parole, evocativo di programmi tv nazionali (Buongiorno Italia, ad esempio) o di rubriche su grandi testate giornalistiche, ma sempre coi piedi per terra, anzi quasi desideroso di autoderidersi come blog, che era talmente locale ed autoreferenziale da coprire  con le sue “notizie” non la nazione intera ma nemmeno San Possidonio, bensì meno di un metro quadrato: la sezione della stanza dove tenevo quello che all’epoca era il mio unico computer.

Ci misi due giorni, o forse tre, per scegliere il nome di questo blog.
Ho fatto una fatica bestiale: volevo che fosse descrittivo ed evocativo. Non sapevo decidermi, volevo fosse perfetto e che mi convincesse.
Ebbi un’illuminazione, e mi arrivò pensando allo scopo del mio blog, o almeno a quello che volevo fosse lo scopo principale del mio nuovo spazio online totalmente privato e indipendente: un incrocio tra una lentissima psicanalisi e un racconto che sapesse descrivere tutti i momenti in cui, da persona qualsiasi, mi rendessi conto dell’atto della crescita, della mia gradualmente crescente capacità di comprendere me stesso e il mondo che mi circonda. Volevo che il mio blog raccontasse la mia graduale presa di coscienza. Lo voglio tutt’ora, e forse è questo che lo tiene vivo. Non è un racconto narcisista della mia vita, e non lo è mai stato: mi sono sempre voluto divertire e ho sempre voluto divertire, in modi sempre il più possibile diversi, gli avventori di questo blog. E’ semplicemente il reportage della mia crescita, fisica e mentale, ed è per questo che voglio bene a questo mio spazio.

Io spero sempre che dentro le mie parole, dentro ciò che scrivo, si possano ritrovare i miei lettori con le loro esperienze dirette, con quello che provano in prima persona nelle loro vite di persone qualunque, esattamente come me. Ed è anche per questo che scrivo in pubblico e non in privato: non ho riscontri, nella carta di un taccuino, e c’è sempre un pudore che non sopporto nel tenere un diario. Lo capisco, quel pudore, ma non è semplicemente un modo di esprimere me stesso che mi sembra utile. E’ un pensiero personale, e su questo come su tantissime altre questioni non giudico…più.
Il ricreare le mie sensazioni nella mente delle altre persone è quanto di più interessante e positivo possa esserci nella scrittura dei miei “interventi”, ed è quello che tiene vivo il mio blog: è lo stimolo più grande, e forse è uno dei pochi. Quando mi viene detto, in prima persona, quanto questo o quel post siano vicini alla persona che mi parla, so di avere fatto un buonissimo lavoro, e ne sono orgoglioso.

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Un Sabato Italiano

Correva l’anno XIV E.F., che corrisponde al 1936.

Era un sabato di un aprile già particolarmente caldo, e noi nuotavamo in uno di quei climi che nella bassa padana cuociono le braccia degli agricoltori, rendendole dorate fin dai primi giorni di maggio. Le nostre piccole divise, perfette in ogni dettaglio, risaltavano nere sulla terra chiarissima della piazza di San Giovanni Po.
Capirai che in divisa, immobili, con quel caldo e quel sole, non ci stavamo volentieri: eravamo dei bambini di 10 anni e ci interessava solo correre sull’argine maestro, ma resistavamo stoici. La disciplina infusa nella bacchetta impugnata dalla maestra ci faceva più paura dello sguardo, in realtà vacuissimo, del gerarca della Sezione Provinciale del PNF. Mi sembra si chiamasse Fornaceri, o Fornaccini; comunque, era un nome piuttosto goffo. Nomen omen. Lo mandavano sempre da noi, nella Bassa laboriosa e allora ancora pienamente agricola, perchè (ho saputo poi anni dopo) era uno dei gerarchi più tonti della Bassa Emilia, uno di quelli nemmeno capaci di ricordarsi i canti fascisti a memoria. Dicevano che sbagliasse il testo di Giovinezza tutte le volte. Tutte le volte. Ci vuole impegno anche in quello.

Era sabato e, come ti ho detto tantissime volte, il Sabato (come tantissime altre cose, in quel periodo) era Fascista. La Befana, le Leggi, l’unico Partito, l’Impero. E pure i giorni, il Sabato più degli altri.
Programma della giornata, stabile e fisso fin dall’avvento di Starace alla Segreteria del PNF era il seguente: esibizione ginnica dei ragazzini dell’ONB, e poi, di solito in diretta da Palazzo Venezia, il Discorso del Duce amplificato per tutta la piazza.

E’ inutile che ci prendiamo in giro: certe cose, per un bimbo di 10 anni, sono più grandi di ogni comprensione.
Pensaci: ti trovi, teso per la presenza degli spettatori tuoi compaesani, in una coreografia preparata nei minimi particolari, a danzare in cerchio, cantando tutti in coro per la grandezza dell’effige che sovrasta la piazza.

La gigantografia del Duce, con la sua sovrabbondante mascella e il suo sguardo truce verso il Sol dell’Avvenire (sic) e contro i nemici della grandezza nazionale, sovrastava ogni persona presente. Un bimbo di dieci anni non può non sentirsi sopraffatto da una situazione del genere.

Avevo preso l’abitudine, in quel periodo, di copiare con la carta e il calamaio di mio babbo le fotografie che vedevo sulla Gazzetta dello Sport. Quel pomeriggio, pensa che me lo ricordo ancora, avevo portato con me, nella tasca dei miei cortissimi e nerissimi calzoncini, una di quelle mie riproduzioni.
Disegnavo talmente male che dovevo scrivere il nome del personaggio che avevo disegnato a piè di pagina, giusto per riconoscere chi avessi sgorbiato con il pennino sul foglio quando ritrovavo tra i libri di scuola o nelle tasche dei vestiti quei miei piccoli ritratti.
Quel giorno stringevo nella mano destra, sudatissima per l’attività motoria staraciana, la mia piccola effige di Meazza (mio papà allora tifava l’Ambrosiana e io, seguendolo fin da allora e per i decenni successivi, ho sempre tifato Inter). Erano i miei piccoli santini, che benedivo con il mio sudore d’infante, e che stringevo con forza per resistere moralmente allo sguardo atroce del gigantesco santino fascista che sovrastava la piazza e tutti i forzati avventori. Quello con l’elmo grigio in testa, quello con la mascella prominente e il passato socialista.

Fatto sta che a un certo punto del pomeriggio dopo l’esibizione ginnica, nell’unica piazza di San Giovanni che fungeva anche da sagrato della Chiesa, si era radunata tutta l’Opera Nazionale Balilla, più tutti i Reduci, più tutti i pretacci fascisti, più gli avventori, i nostri genitori e, in faccia a tutti sul palco allestito al lato della Chiesa, tutti gli alti gradi della Bassa Fascista:
il Podestà dei Comuni Riuniti di San Giovanni e San Clemente, Tarasco Messori;
il suddetto Gerarca Fornaceri (che non aveva dimenticato la sua faccia da tolla in Sezione);
qualche altro inutilissimo dirigente comunale, qualche passacarte, qualche “nipote di” posizionato abilmente in qualche ufficio pubblico (succedeva anche allora, eccome se succedeva).

San Giovanni Po, sebbene fosse il più grande dei due Comuni Riuniti, era veramente molto piccolo: ci contavamo tutti i sabati nella piazza del paese. Mio babbo diceva che non superavamo i 500, mia mamma addirittura tutte le settimane dopo il raduno in piazza osservava, tra il sorpreso e il preoccupato, che ogni settimana in paese calavamo di numero, ma allo stesso tempo non si spiegava come potesse succedere.
Fatto sta che in comunità così piccole e distanti dai centri nevralgici del potere, certi meccanismi sociali non cambiano neanche sotto dittatura: San Giovanni, in particolare, era un paese di pressapochisti.
Nella mia ingenuità dei miei dieci anni volevo un gran bene a tutti i miei compaesani, ma parliamoci chiaro: se in una popolazione di 500 persone non si trova un solo addetto all’accensione serale dei lampioni (immagina quanti lampioni potessero esserci, nel 1936, in una Comunità Rurale della Bassa Padana) deve esserci qualcosa che non va nell’indole dell’intera comunità del paese.
Ti racconto questa, che è un po’ il filo rosso di tutta la storia: il Podestà Messori aveva deciso e ordinato nel suo primo anno in Comune che si trovasse un elettricista scelto tra i pochissimi capaci di mettere le mani sui fili elettrici senza uscirne pelato e profumato di pancetta, e che potesse operare su tutto il territorio comunale (un territorio piuttosto piccolo, invero).
L’elettricista che venne scelto tra due candidati fu un anzianotto di 67 anni, che era tutto il contrario del “fascista perfetto”: se lo avessero messo su un campo di battaglia avrebbe scavato una buca così profonda e in così poco tempo che avrebbe trovato il petrolio in 34 secondi netti. Un codardo, insomma. Inoltre, cosa che non era sfuggita al Podestà fin dal primo colloquio, era uno scansafatiche nato. Si chiamava Manzotti, penso. Non venne scelto l’altro solo perchè non aveva la tessera del Partito, però era un ingegnere. Valli a capire, questi fascisti.

Il Podestà aveva richiesto che l’Elettrifascista Manzotti (così lo chiamavamo noi bambinetti per divertirci alle sue spalle) spendesse “almeno 2 (due) ore alla settimana per la manutenzione ordinaria di tutte le attrezzature atte alla buona riuscita delle manifestazioni organizzate dagli Enti Fascisti e sotto la giurisdizione delle Leggi Fasciste”, così recitava il decreto comunale.
In pratica, il suo lavoro consisteva nel controllare che nella radio e nell’impianto di altoparlanti in possesso del Comune conservati nel capanno comunale non ci fossero topi, ragni, uova di piccioni o tortore morte, e che gli impianti elettrici fossero sempre in buone condizioni.
Oggettivamente, due ore a settimana non sono molte, o sbaglio?
Bene, senti qua: pur di non farsi neanche quelle due ore a settimana di “lavoro” dava una lira ad un ragazzino che aveva più o meno la mia età e che firmava al suo posto.
Perchè lui aveva “cose più importanti da fare”, diceva a mio padre.
Credo che le cose più importanti da fare fossero passare tutti i pomeriggi a bersi da solo una bottiglia di bianco di Castelfranco davanti al Bar Sport mentre bestemmiava a mezza bocca per non farsi sentire dal parroco, con tre carte in mano e una sotto al cappello per fare fessi tutti e venti gli anziani del paese. Peccato, però, che lo pigliassero sempre in castagna. Che razza di bastardo.

L’impianto radio con gli altoparlanti, nonostante la manutenzione mai effettuata, lavorarono benissimo dal momento in cui vennero consegnati al Comune, e tutto filò liscio per un anno abbondante.
Fino a quel sabato lì.

Ti dicevo che eravamo tutti in piazza. Il palco, la gente, il sudore e la figurina mal disegnata in tasca stretta nella mano sudata. Il Gerarca con la faccia da tolla, e il Podestà al suo fianco.
Quest’ultimo, imperioso e con un solo gesto eloquente, fece segno al Manzotti di accendere l’impianto, già tutto montato e predisposto fin dalla mattina, con le trombe degli altoparlanti montate bene in alto sui pali dei lampioni tutto intorno alla piazza.

La tensione salì tutto d’un botto quando, nel momento in cui dagli altoparlanti aspettavamo la voce di Achille Starace, ricevemmo invece uno stridìo assordante.
Il Podestà, ci accorgemmo in un istante, stava già sudando freddo.
Anche il Gerarca iniziò a sudare, ben lontano dall’ideale di autorità che avrebbe dovuto rappresentare, e iniziò a vibrare insieme alla sua pancia e al suo cinturone: tutto tremebondo e vestito d’orbace com’era sembrava un budino d’uva.
Il Manzotti, quel pomeriggio stranamente sobrio e risoluto, seguendo con l’orecchio i fischi dell’impianto, girò l’unica manopola del primitivo impianto alzando e abbassando il volume. L’opera di persuasione pacifica nei confronti dell’apparecchio durò però poco, vista la scarsa pazienza del 67enne che, nonostante la rara ritrovata sobrietà, era conosciuto come un individuo colleroso.
Si fermò, immobile, per un secondo lunghissimo, prima di partire con una scarica di pugni in direzione della lamiera che copriva le valvole della radio.

L’unico agente dell’O.V.R.A. fece un brevissimo scatto, e lo stesso Podestà sbiancò e fece per muovere le mani verso il collo del Manzotti, quando all’improvviso si sentì una voce vibrante di diaframma, forte e calda uscire dalle trombe alte sulla piazza.

“CAMICIE NERE DELLA RIV-“

Basta. Nient’altro.

Un gigantesco e altissimo fischio accompagnò quelle pochissime parole.
L’esplosione acuta delle valvole seguì il fumo che da pochi secondi si insinuò tra le fessure della radiolona collegata all’impianto che, mai controllato, aveva ceduto tutto d’un botto.

La folla, muta per qualche secondo, non aveva il coraggio di guardare da altre parti oltre che sul palco. La vera paura in realtà fu per molti secondi di farsi scappare un minimo, rischiosissimo sorriso.

Il Gerarca, deciso e scattante per la prima volta nella sua vita nonostante la stazza tutt’altro che “staraciana”, urlò con la sua vociona al culmine dei suoi polmoni:
“SALUTO AL DUCE!”.
Lo mosse la paura. Si fece molla per volere del suo prominente Duce.

Il Podestà Messori era tra il livido e il nero, la mascella serratissima e la coda dell’occhio tagliente verso quel Manzotti, 67enne pensionato, che da quel giorno scomparve dalla circolazione.
Mesi dopo iniziò a girare la voce che l’avessero deportato nel Lazio bonificato con la moglie e la nuora, insieme ai mobili e un mulo in prestito. Probabilmente da quel momento iniziò a dare schiaffi anche alle zanzare, oltre che alla moglie. Odioso bastardo.

Dopo l’urlo del Gerarca, prima sul palco e in un secondo in tutta la piazza, tutti salutarono romanamente.
Noi ragazzini, con le scarpe di cuoio impolverate, non vedevamo l’ora di correre e toglierci quella mantella maledetta. Alzammo poco convinti il braccio, non per scarso amore ma per molta voglia di smobilitare e tornare ad essere i bambini che eravamo, sotto il fez e dietro la sciabola in miniatura.

Parlammo di quella domenica per anni, e ancora ne parlo con i miei pochi coetanei rimasti.

Grazie per avermi ascoltato. Ti voglio bene, sai? Passami a trovare ancora quando vuoi.

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Dov’eri, tu, il 29?

Il custode tiene gelosamente alla larga i ragazzini dal campo di calcio. E’ stato rizollato da pochi mesi, è ancora nuovissimo e lui tiene ogni benedetto giorno ciascun filo d’erba al suo posto, ridisegna le linee del campo, controlla quasi maniacalmente che non ci siano buchi di talpe o che i pali siano ancora in ordine, puliti e bianchi, con le reti ancora nuove, non mangiate dalle precipitazioni.

Quel campo è stato, tre anni fa, invaso dai mezzi della Protezione Civile per le prime emergenze nel dopo terremoto. Arato dalle ruote dei pesanti mezzi, dalle camminate nervose e incessanti dei civili accampati e stremati, bagnati dalle lacrime di chi aveva perso tutto e non vedeva alcuna speranza nella distruzione.
Ora è perfetto. Pulito, curato, con un custode solerte e severo.


Il sole sta per tramontare. Fa a gara con te, che ti muovi veloce in macchina tra le sgangherate strade basse del modenese rurale, per nascondersi tra le colonne ben visibili di un edificio in costruzione. Gli operai hanno fermato i lavori, riprenderanno il giorno dopo; capaci e veloci, non sono ancora arrivati a costruire i muri esterni.

Su quella terra, era nata una casa più di cento anni fa. Aveva visto generazioni intere crescere, giovani e anziani lavorare i campi. Aveva visto nascite dentro di sè, aveva visto lutti di capifamiglia e sentito urla strazianti.
Aveva visto la rivoluzione economica, la guerra, il fascismo, e sentito la prima radio, la prima televisione. Tutto dentro di sè: stessi mattoni e forse anche lo stesso intonaco.
E’ bastato il 20 maggio, per lei. Decine di storie di vita vissuta diventate inagibili. Il 29 ha fatto il resto.
E ora, ecco sua figlia. Una nuova casa, pronta per un altro secolo, per altre generazioni di figli, nipoti, nascite e lutti, nuove tecnologie e nuovi pazzeschi eventi.


Le impalcature occupano metà della piccola piazza davanti alla chiesa. O meglio, quello che era una chiesa.
La facciata della chiesa, nominata “di interesse storico” da chi ne sa qualcosa, rimane artificialmente in piedi. Da sola.

Dietro di sè, nessun muro.
Nessuna colonna è rimasta in piedi. Nessuna navata, nessun arco ad ogiva. Nessuno stile, nessun affresco, nessun reperto storico.
Niente pavimento, niente quadri, niente Madonne nè Crocefissi.
Da tre anni tacciono le messe, le preghiere, le benedizioni. Nessun sacramento.

Una facciata di una chiesa, senza la chiesa, è ancora una facciata di una chiesa?
Il muro di mattoni, costruito a regola d’arte all’incirca seicento anni fa in un raffinato stile romanico, è solo un muro di mattoni. Nulla di sacro. Non più utilizzabile, riutilizzabile, ricostruibile.
Stile romanico, sostenuto dal Genio Civile.


La distruzione è sempre esistita. Sempre esisterà, per mano umana o naturale. Per volontà o per caso, o per una serie di sfortunati eventi. La distruzione è la normalità, in un’esistenza decisa dalla Teoria del Caos. Si nasce per caso, si muore per sopraggiunti limiti anagrafici, nessuno lo sceglie: succede!
La distruzione di tutto ciò che era la nostra normalità è l’eterno “memento” di ciò che siamo. Niente.

Trema la terra, arriva la paura, ma cosa vuoi farci?
La terra si ferma, le case si ricostruiscono, ci si guarda negli occhi e ci si dice “Avanti, avanti”. Ci si abbraccia, e si riparte. Insieme.
Ti amo, mia odiata terra;
ti odio, mia amata terra.

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601 parole su Roma

Un passo dopo l’altro si giunge sulla grande scalinata di via Magnanapoli, che porta a cascata il fiume di turisti di via Nazionale verso i non meno agitati bacini di Piazza Venezia e dei Fori Imperiali.
Ci si arriva, però piano. Gustandosi i passi, come a perlustrare ogni centimetro di asfalto, ogni sanpietrino levigato…chissà, sanpietrino, quante morti hai causato, tu e il tuo voler spiccare sopra gli altri sanpietrini meno protagonisti di te, chissà quanti vecchi femori hai fratturato, volendo o no. Sanpietrino, sono contro la colata dell’asfalto che ha in diverse zone inondato te e tutti i tuoi simili, ma diciamocela tutta: hai meritato di scomparire, nero sotto il nero catrame.

Non si è mai pronti a ondate così importanti di persone così inutili. Roma, capitale del turismo, degli abusivi che corrono verso la folla per vendere le loro cianfrusaglie e scappano dalla municipale, in gruppo come i topi.
O in gruppo come i turisti.
Scolaresche, stranieri con guida straniera, stranieri con guida locale, stranieri senza guida, mediorientali ricchi, mediorientali che hanno risparmiato una vita per vedere la Capitale del Mondo. Tutti mischiati, indistintamente ammassati e caracollanti con le loro visiere malmesse, con i loro scarponcini da trekking (prerogativa degli anzianotti turisti) e i loro sandalini made in china (assoluto e ovvio dominio femminile su questi). Fiumana incessante pluridirezionale, poco pensante e molto pagante.

Questo porta ad un’analisi piuttosto triste: non è più possibile farsi una passeggiata in centro senza imbattersi in una bancarella abusiva, in un asiatico subcontinentale intento a vendere chincaglierie, oppure in una folla di turisti ben intenti a fotografarsi insieme a una colonna e poco interessati a dove mettono i piedi.
La Triade della Storia formata da Roma, Firenze e Venezia, città simboli di epoche in cui da italiani si poteva segnare la strada e farsi seguire dal mondo intero, ora sono parchi tematici invivibili. I centri storici di queste tre Capitali non rappresentano altro che dettagli da macchine fotografiche.

Via dei Fori Imperiali.
Lentamente si scivola verso il Re dei Monumenti di Roma. Affollato, assolato, rimaneggiato nei secoli, divelto dai cristiani forse per un’insita vendetta, parzialmente crollato e parzialmente ricostruito.
Enorme. Idealizzato più delle immagini degli imperatori per i quali in origine rappresentava un divertimento.

La costruzione, i cento giorni di giochi di Tito, il sangue e le bestie, le morti, le varie invasioni di Roma e tu, sempre lì, più grande di tutti al mondo.
L’abbandono, i terremoti e i crolli, i restauri di Odoacre. Tu, cava di marmo per i Papi Re. Tu, posto abbandonato al degrado, immobile e paziente. Sventrato, stanco, crepato. Ti hanno visto tutti i Grandi del Mondo. Gli imperatori romani da Vespasiano in poi, i grandi re barbari, i Sacri Romani Imperatori, i Papi, i Francesi, gli Spagnoli, Mussolini, e poi tutti i presidenti democratici del mondo.
Nel tempo libero, te ne stai immerso nella tua bacinella piena fino all’orlo di turisti, schiamazzi e selfie sticks. Forse sei contento così, forse no. Sei un ammasso di pietre, non sei nulla: ma sei forse il nulla più incredibile del mondo.

Un romano non può godersi nulla di tutto questo. E’ suo, e non può andare a meditare davanti ad una delle opere più importanti dell’umanità. Rischia ad ogni secondo di fare il photobomber in una inquadratura di turisti giapponesi, avere la propria immagine pubblicata su facebook o instagram.

Tutte meditazioni che meritano approfondimenti a parte, servirebbe un libro.
Per ora, però, mi godo le foto che ho fatto col bastone da selfie e pubblicato su facebook. Perchè se non ti fai una foto a Roma figa sei un coglione.

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Ho un forte male all’esistenza quando deglutisco

quando vuoi scrivere qualcosa così tanto da uscirti dalle dita, ti lasci convincere dalla pressione

e quando ti metti alla macchina da scrivere, ti sembra tutto così stupido

PRIMA DELL’INIZIO
Per le persone affezionate al mio blog, poche o tante che siano, critiche o meno, vorrei consigliare un luogo. Non voglio dire nulla che non sia un invito a visitare il Museo Civico del Palazzo di San Francesco a Reggio Emilia: se scrivessi di più riguardo le mie sensazioni su questo posto, finirei per sembrare una persona patetica che chiede impressioni personali su luoghi pubblici, come farebbe il più stronzo dei social-networkisti. Non mi interessa niente di quello che, nel caso andaste al Museo, sentireste o pensaste: ognuno di noi in uno stesso posto può pensare a migliaia di cose diverse, e non sto scrivendo per fare un brainstorming sulle sensazioni e le percezioni di ognuno di voi in un Museo di storia naturale. Anche perchè questa volta mi sono ripromesso di stare corto.
FINE DELLA PREMESSA


Non avevo programmato una serata in un museo di storia naturale, e nemmeno mi aspettavo di ritrovarmi di punto in bianco in un museo di sabato sera.
Nè di ritrovare, in un museo tradizionalissimo, centinaia di persone che riempivano le sale di esposizione, bevevano tra i cimeli etruschi, indossavano occhiali di fianco a pulcinelle di mare impagliate, ridevano di fianco a sepolture dell’età del ferro.

Sepolture dell’età del ferro al sabato sera

Teschi a confronto, l’uno di fianco all’altro, quasi come in una trasmissione di Alberto Angela. Un etrusco, un romano, un barbaro. Affiancati da un insolito destino, nella nebbia dei tempi.

Denti perfettamente allineati, incastonati nel teschio di un longobardo sulla trentina (forse meno). Denti perfettamente allineati.

Ci si può fermare su una teca piena di ossa per venti secondi netti, per poi soffermarcisi con la mente, per ore, mentre si cammina altrove. Guardi due rane, una sopra all’altra, un amore imbalsamato. Un uccelletto con il suo figliolo fresco di uovo.
Sì, ma io sono rimasto ai teschi, aspettate.

Feti in formalina. “Ah.”

Se sui feti non si può dire che abbiano vissuto una vita cosciente e attiva per molto tempo, sui teschi si possono dire tante cose…

Quei denti, prima di essere esposti alla vista del bambino della comitiva della scuola di Reggio Emilia, o alla mia vista, erano sepolti. Prima della sepoltura, erano parte di un corpo, vivente, che ha usato quegli stessi denti, che io ho guardato per venti secondi (forse due minuti, forse cinque: poteva essere mezz’ora, tanto mi sono perso in quell’osso) per masticare cibo.

Quei denti, 1500 anni fa, prima di essere messi in bacheca al giudizio degli ignoranti, hanno masticato cose. Sono stati in una bocca che ha baciato una persona, o più persone. Questo non lo sapremo mai.

Io devo pensare di non avere nemmeno la fortuna che i miei resti mortali siano riesumati, trattati come cimeli di epoche estinte da secoli. Devo pensare che una volta che io non sarò più niente, difficilmente vedrò di nuovo la luce del sole (cioè, uso la prima persona ma dovrei usare la terza persona: il mio corpo).
L’etrusco, il barbaro, il romano, erano attivi, vigili, oppure oziosi, e forse divertenti, spigliati, oppure estremamente stronzi, puttanieri, faccendieri, servi, ladri. Esattamente come ognuno di noi. Ed esattamente come ognuno di loro…be’, non sono Nostradamus, ma credo tocchi a ciascuno di noi.

E’ che da sempre, non riesco a capacitarmene. E ci soffro, perchè non ha senso. Non perchè tutto debba avere un senso, ma insomma…capirete il dramma di uno che non riesca a capacitarsi di qualcosa di incontrovertibile ed inesorabile.

Giovanni Lindo Ferretti, pensavo anche a lui.
Lui è felice, soave, lieto. La politica è solo una piccola parte di un’esistenza, la sua, che è fatta di gioia e di bellezza.
(ovviamente, la sua concezione di bellezza)
Lui sicuramente pensa che dopo, quello che per me è il Sicuro Nulla, sia la Gloria Eterna, la ricongiunzione con l’Altissimo. E gioisce per questo.

Cattolici di merda: e poi dite che l’Invidia è peccato. Io vi invidio la beatitudine in questo senso. Non vorrei semplificare, ma se fossi sicuro del Dopo come lo è Ferretti, affronterei la notte senza un incubo.
E invece mi ritrovo a svegliarmi come il protagonista di Basta che funzioni, film eccezionale di Woody Allen.

L’esistenza non ha senso. Se hai la fortuna di non accorgerti di quello che sta succedendo durante tutto l’arco della vita, credo che tu abbia raggiunto lo scopo. Lo scopo della vita è non capire che il fatto che tu respiri, che ti godi la giornata e godi nello stare a letto un minuto in più un giorno non potrà più succedere. Solo non accorgendotene puoi vivere serenamente, senza paranoie e senza pensare al Grande Perchè Cosmico.