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Macchine da scrivere?

Una macchina da scrivere.
La prima volta che ne ho vista una è stato nel seminterrato di mio nonno, il materno. In realtà ne aveva tre, una più bella dell’altra: una vecchissima, nera e pesante come un sacco di cemento; l’altra era molto simile, ma con ancora più decori sul coprinastro. La terza era più moderna, probabilmente degli anni ’70, con copertura in bachelite color crema come usava a quei tempi nella costruzione delle macchine da ufficio, in modo che non prendessero velocemente il colore del fumo di sigaretta. Quest’ultima è rimasta per anni in camera mia dopo che mio nonno ha lasciato che la portassi a casa con me, come sempre noncurante di tutto ciò che possiede e che non ritiene indispensabile. L’ho portata su, in soffitta, dopo anni di utilizzo scarso e sempre finalizzato ad atti creativi, come è normale che sia con una macchina da scrivere e quattro computer in casa: è lontana, la macchina da scrivere, da ogni scopo moderno, ma è sempre bello utilizzarla con la scusa di vedere se il nastro si è seccato o se c’è bisogno.
Uno dei contro nell’utilizzo della macchina da scrivere è il rumore. Non tanto per chi la utilizza, ma per chiunque è nelle stanze vicine; in alcuni casi, i battiti della tastiera possono raggiungere anche gli appartamenti vicini, specie nei condomini di vecchia fattura dove i muri hanno lo spessore delle piadine.
Non un rumore infernale, ma un continuo e pressante tonfo intervallato da silenzi più o meno lunghi (che dipendono dalla dimestichezza che chi la utilizza ha con la macchina), fino alla mitraglia che arrivava dagli uffici (o dalle case) di chi utilizzava una macchina da scrivere quotidianamente.

Noi diciamo, adesso, “affascinante, bellissimo, deve essere un’esperienza fantastica sentire rumori che adesso non esistono più”, e lo dico anche io; poi mi viene da pensare a che rottura di balle deve essere vivere in un mondo dove, per scrivere, bisogna fare casino e disturbare qualcuno, e proprio per quello non si può farlo in ogni momento del giorno perché ad esempio nei condomini a certe ore non si può neanche starnutire che il vicino sopra e/o sotto si incazzano come delle biscie.

Viviamo in realtà in un’epoca piuttosto silenziosa, in realtà. Ad esempio, le automobili tendono a fare meno rumore possibile, mentre nell’epoca “delle macchine da scrivere” facevano un rumore ringhioso, metallico, oppure erano semplicemente smarmittate. Infatti nei film prodotti fino agli anni ’80, se ci fate caso, nelle scene filmate in città in cui l’audio era registrato in presa diretta, il rumore del traffico è impressionante e caratteristico di un momento storico per fortuna passato.
La nostalgia di epoche mai vissute, come si chiama? So che esiste, ma non ne ricordo il nome.

Non so perché ho una sorta di pallino con le macchine da scrivere; non ne sono un amante, non so ogni caratteristica di ogni modello e so a malapena le marche principali, ma quando le vedo nelle case degli sconosciuti oppure negli studi, negli uffici, o nei negozi d’antiquariato (che ne so, ovunque possa essercene una) mi danno un senso di tranquillità, che ne so. Le guardo volentieri. E’ una cosa che mi porto dietro da decenni.
Mi ricordo ancora quando passeggiando per le vie di Chiavari, ancora molto piccolino e portato sempre da quel nonno di cui dicevo all’inizio, passavamo di fronte alla Standa (c’era ancora la Standa, ed era ancora di Berlusconi, credo) e all’Oviesse, sotto i portici vicino alle tante piazzette disperse nelle vie; e tornando verso l’appartamento in cui abitava, la strada più corta passava di fianco alle altissime mura del carcere, con le torrette ad ogni angolo della struttura, e sotto un portico alla cui fine c’era il negozio della Olivetti all’angolo.
Attraverso le vetrine, con i fumetti di Charlie Brown in mano, riuscivo a vedere le bellissime macchine da scrivere in esposizione in vetrina, e i nuovissimi – all’epoca – plotter, costosi come una automobile e grandi come un tavolo da cucina.
La mia concentrazione era tutta focalizzata su quelle macchine da scrivere, già viste e familiari, in un negozio molto bello e luminoso, e forse è da lì che mi sono interessate. Mi mettono tranquillità, non so come spiegarlo. Avete sicuramente qualche cosa nella vostra vita che vi dà la stessa sensazione; qualcosa che vi ispira curiosità, bello da guardare, magari di un’altra epoca (perciò ancora più interessante, probabilmente).

Tutto questo per arrivare a che punto?
Nessun punto, nessuna morale.
Ma ho scoperto come si chiama la nostalgia di epoche passate e mai vissute: sindrome dell’età dell’oro. Non è che mi soddisfi molto, come definizione.

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Ti dimentico, ma lasciami godere

Goduriosi ettari di terra si stendono sotto le gomme della mia macchina, calde com’è calda l’aria che respiro, attraverso le immonde bocche plastiche del mio cruscotto; sgocciolo per pochi istanti i miei pensieri su di te, appena prima di intonare ancora una canzone a squarciagola, tra i vetri chiusi che mi scaldano ad effetto serra e mi cuociono, con gli alberi fuori a controllare il mio grado di cottura qui dentro, in questo dispositivo di spostamento che il suo produttore ha voluto nominare Fiat Punto.

Godo, godo e godo se rifletto mentre canto di quello che ci aspetta, che può essere nulla e può essere tutto: qualsiasi cosa con te può essere il mondo. Questi scampoli di estate si sciolgono addosso come una doccia di emozioni indefinibili, e io mi sento felice. Felice perchè tutto questo sta per finire.

Odio l’estate, non sopporto la sua aria forzatamente spensierata, non riesco a compatirmi il sudore sulla schiena spiaccicata al sedile, forzatamente bollente come qualsiasi cosa si debba prendere in mano. Non riesco a pensare a una sola ragione che mi possa far amare l’estate.

Anche se, poi, pensandoci bene, qualcosa ce l’ho.

La tua bianca pelle si scotta sotto al sole, e il tuo rossore si confonde con la voglia e l’imbarazzo, e la sensazione di essere inadeguati. Ti ritrai, nel tuo striminzito due-pezzi, guardiana di un pudore e al tempo stesso invereconda somma di pensieri malati. Se ognuno di noi è ciò che pensa, tu sei una nichilista del sesso. Ti annulleresti, pur di godere.

Turgida, con un indice sul ginocchio. Hai i brividi se ti parlo piano. Sei malata, e mi piaci.

Questa estate è finita troppo in fretta, e questa storia d’amore non è mai esistita: sei stata la perfetta interprete di tutto quello che ho sempre odiato anche di me. L’egoismo, nel sesso, è foriero di piacere personale e delusione altrui.

Perdermi tra le parole è godurioso, come lo sono gli ettari di terra che si stendono sotto le gomme della mia macchina, calde com’è calda l’aria che respiro. Sgocciolo per l’ultima volta i miei pensieri su di te, appena prima di intonare una canzone a squarciagola, per dimenticarti e farmi osservare dagli alberi, attraverso il finestrino, con i brividi e la voglia di fuggire. Ti dimentico, e godo solitario col pensiero alla prossima avventura.

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Quest’aria di spensieratezza

Tutto mi viene da pensare, con questo clima: ho avuto in questi giorni anche l’istinto che il mare sarebbe una meta a me gradita, io che amo la montagna. La bellezza di questo clima felice, soleggiato, caldo, danno un senso di autodeterminazione che ti fanno figurare la conquista del mondo come un semplice calcolo tempistico e di strategia.

Lo stesso caldo che pativo, perchè patisco il troppo caldo come il troppo freddo, l’anno scorso, scappando da San Possidonio, ascoltando Radio Uno che trasmetteva alternativamente aggiornamenti in tempo reale sulla bassa modenese e canzoni tipo Stevie Wonder (“All in love is fair”), Ornella Vanoni (“Domani no”), Gatto Panceri (“L’amore va oltre”, che credo che sia l’unica canzone al mondo, davvero, che ogni volta che l’ascolto mi faccia piangere a dirotto, come se non avessi di meglio da fare, vallo a spiegare tu), tutte canzoni che nel bene o nel male, comunque la si pensi, in una situazione come la fuga da casa propria, senza sapere se casa propria resisterà fino a sera, ti uccidono (ho sottolineato uccidono, non ho mai patito così tanto durante un viaggio e spero di non doverlo mai più fare).

Lo stesso caldo che pativo, un mese prima esatto, nelle notti tornando a casa da Mirandola, ascoltando in macchina i Gentle Giant, non consapevole di cosa sarebbe successo un solo mese dopo, comunque moralmente a pezzi: 25 aprile, morte della Scotty, compagna di vita dai miei 4 anni, la bastarda più dolce che potesse esistere. Solo qualche mese, e avremmo saputo che l’attuale nostra bastardina è nata il 25 aprile, lo stesso 25 aprile. Sono cose che fanno pensare.

Ma ti fa pensare anche il fatto che tutt’ora io non riesca ad ascoltare il primo disco dei Gentle Giant da solo in macchina senza sentire una malinconia vergognosa.

Fatto sta che tutte le volte che esco dalla macchina, di sera, rientrando in casa, con questo tepore climatico generale, io ho un’ansia terribile addosso. Come non riesco ad ascoltare i Gentle Giant da solo. Come non riesco a non associare “All in love is fair” alle mie lacrime sguaiate e urlate verso Crevalcore, quel 29 maggio, con quel caldo, al tramonto. 

 

Nel caso non l’aveste ancora capito, “Quest’aria di spensieratezza” è una presa per il culo.