Categorie
Articoli del Blog Ironia Pensieri

Sono Sempre le Due di Notte

Ho provato tante volte ad aggiustare la mia routine quotidiana, in modo da regolare il mio ciclo circadiano con il resto del mondo – o almeno con la parte di popolazione del mondo che si possa definire, senza paura di smentita, “normale”. Ma sarà per l’abitudine decennale, o per la libertà che la notte ti offre, o più semplicemente perchè in quanto ancora principalmente uno sfaccendato universitario che di mattina non ha molto spesso degli impegni, la regolazione del sonno ritarda di anno in anno.
Non sono un abitudinario, non ci riesco; non lo sono nemmeno nei miei difetti, tanto che capita (non spesso, ad essere sincero) che preso dalla voglia di fare qualcosa di strano finisco a letto alle nove, alle dieci o comunque molte ore prima della mia abitudine.
Giusto per farvi un esempio: forse l’1% di tutto quello che produco in scrittura o disegno o musica è stato ideato di notte, da mezzanotte in poi.

E’ da qualche mese, diciamo dalla fine dell’estate, che però ho fatto caso per l’ennesima volta nel corso della mia vita a una delle cose che più mi mette ansia nella mia vita: la percezione che il tempo acceleri. I periodi dell’anno scorrono via, gli anni interi passano senza quasi lasciare ricordi e anche nel loro piccolo le giornate finiscono in un soffio.
Non so cosa sia successo, che bottone sia stato schiacciato nella Sala Comandi del mio cervello, ma ogni volta che guardo l’ora sono le due di notte.
Spiego meglio: capita, per uno strano fenomeno, che durante il mio lavoro al computer (che sia scrittura o studio) lungo il corso della giornata io voglia guardare l’orario e, per un meccanismo mentale o per qualsiasi altra motivazione possibile (magia? complotto?), sono molto spesso gli stessi orari.
Gli orari in cui guardo l’orologio: le dieci, mezzogiorno, dalle tre alle nove ogni circa due ore, e poi le undici e le due di notte.
Perciò mi trovo quasi ogni sera col muso al computer, gli occhi fissi sullo schermo e sempre, sempre lo stesso orario. Con tutti i pensieri annessi: un altro giorno è passato; la velocità del tempo è pressante; e la laurea?; la settimana è cortissima, è già mercoledì e non ho fatto quasi un cazzo; per l’ennesima volta è notte e dovrei essere a letto e invece scrivo.

Tutto questo mi provoca un (bel) po’ di ansia, anche se sono quasi sicuro che una sana routine con un giusto orario di veglia regolato con il sonno non possa che alleviare questa sensazione di tempo-che-scivola-e-scappa-da-non-si-sa-cosa-neanche-lo-stiano-rincorrendo.
E invece, per l’ennesima notte, sono qua a scrivere, e del letto neanche l’ombra.

Categorie
Articoli del Blog Pensieri Storie

Ho un forte male all’esistenza quando deglutisco

quando vuoi scrivere qualcosa così tanto da uscirti dalle dita, ti lasci convincere dalla pressione

e quando ti metti alla macchina da scrivere, ti sembra tutto così stupido

PRIMA DELL’INIZIO
Per le persone affezionate al mio blog, poche o tante che siano, critiche o meno, vorrei consigliare un luogo. Non voglio dire nulla che non sia un invito a visitare il Museo Civico del Palazzo di San Francesco a Reggio Emilia: se scrivessi di più riguardo le mie sensazioni su questo posto, finirei per sembrare una persona patetica che chiede impressioni personali su luoghi pubblici, come farebbe il più stronzo dei social-networkisti. Non mi interessa niente di quello che, nel caso andaste al Museo, sentireste o pensaste: ognuno di noi in uno stesso posto può pensare a migliaia di cose diverse, e non sto scrivendo per fare un brainstorming sulle sensazioni e le percezioni di ognuno di voi in un Museo di storia naturale. Anche perchè questa volta mi sono ripromesso di stare corto.
FINE DELLA PREMESSA


Non avevo programmato una serata in un museo di storia naturale, e nemmeno mi aspettavo di ritrovarmi di punto in bianco in un museo di sabato sera.
Nè di ritrovare, in un museo tradizionalissimo, centinaia di persone che riempivano le sale di esposizione, bevevano tra i cimeli etruschi, indossavano occhiali di fianco a pulcinelle di mare impagliate, ridevano di fianco a sepolture dell’età del ferro.

Sepolture dell’età del ferro al sabato sera

Teschi a confronto, l’uno di fianco all’altro, quasi come in una trasmissione di Alberto Angela. Un etrusco, un romano, un barbaro. Affiancati da un insolito destino, nella nebbia dei tempi.

Denti perfettamente allineati, incastonati nel teschio di un longobardo sulla trentina (forse meno). Denti perfettamente allineati.

Ci si può fermare su una teca piena di ossa per venti secondi netti, per poi soffermarcisi con la mente, per ore, mentre si cammina altrove. Guardi due rane, una sopra all’altra, un amore imbalsamato. Un uccelletto con il suo figliolo fresco di uovo.
Sì, ma io sono rimasto ai teschi, aspettate.

Feti in formalina. “Ah.”

Se sui feti non si può dire che abbiano vissuto una vita cosciente e attiva per molto tempo, sui teschi si possono dire tante cose…

Quei denti, prima di essere esposti alla vista del bambino della comitiva della scuola di Reggio Emilia, o alla mia vista, erano sepolti. Prima della sepoltura, erano parte di un corpo, vivente, che ha usato quegli stessi denti, che io ho guardato per venti secondi (forse due minuti, forse cinque: poteva essere mezz’ora, tanto mi sono perso in quell’osso) per masticare cibo.

Quei denti, 1500 anni fa, prima di essere messi in bacheca al giudizio degli ignoranti, hanno masticato cose. Sono stati in una bocca che ha baciato una persona, o più persone. Questo non lo sapremo mai.

Io devo pensare di non avere nemmeno la fortuna che i miei resti mortali siano riesumati, trattati come cimeli di epoche estinte da secoli. Devo pensare che una volta che io non sarò più niente, difficilmente vedrò di nuovo la luce del sole (cioè, uso la prima persona ma dovrei usare la terza persona: il mio corpo).
L’etrusco, il barbaro, il romano, erano attivi, vigili, oppure oziosi, e forse divertenti, spigliati, oppure estremamente stronzi, puttanieri, faccendieri, servi, ladri. Esattamente come ognuno di noi. Ed esattamente come ognuno di loro…be’, non sono Nostradamus, ma credo tocchi a ciascuno di noi.

E’ che da sempre, non riesco a capacitarmene. E ci soffro, perchè non ha senso. Non perchè tutto debba avere un senso, ma insomma…capirete il dramma di uno che non riesca a capacitarsi di qualcosa di incontrovertibile ed inesorabile.

Giovanni Lindo Ferretti, pensavo anche a lui.
Lui è felice, soave, lieto. La politica è solo una piccola parte di un’esistenza, la sua, che è fatta di gioia e di bellezza.
(ovviamente, la sua concezione di bellezza)
Lui sicuramente pensa che dopo, quello che per me è il Sicuro Nulla, sia la Gloria Eterna, la ricongiunzione con l’Altissimo. E gioisce per questo.

Cattolici di merda: e poi dite che l’Invidia è peccato. Io vi invidio la beatitudine in questo senso. Non vorrei semplificare, ma se fossi sicuro del Dopo come lo è Ferretti, affronterei la notte senza un incubo.
E invece mi ritrovo a svegliarmi come il protagonista di Basta che funzioni, film eccezionale di Woody Allen.

L’esistenza non ha senso. Se hai la fortuna di non accorgerti di quello che sta succedendo durante tutto l’arco della vita, credo che tu abbia raggiunto lo scopo. Lo scopo della vita è non capire che il fatto che tu respiri, che ti godi la giornata e godi nello stare a letto un minuto in più un giorno non potrà più succedere. Solo non accorgendotene puoi vivere serenamente, senza paranoie e senza pensare al Grande Perchè Cosmico.