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Sono Sempre le Due di Notte

Ho provato tante volte ad aggiustare la mia routine quotidiana, in modo da regolare il mio ciclo circadiano con il resto del mondo – o almeno con la parte di popolazione del mondo che si possa definire, senza paura di smentita, “normale”. Ma sarà per l’abitudine decennale, o per la libertà che la notte ti offre, o più semplicemente perchè in quanto ancora principalmente uno sfaccendato universitario che di mattina non ha molto spesso degli impegni, la regolazione del sonno ritarda di anno in anno.
Non sono un abitudinario, non ci riesco; non lo sono nemmeno nei miei difetti, tanto che capita (non spesso, ad essere sincero) che preso dalla voglia di fare qualcosa di strano finisco a letto alle nove, alle dieci o comunque molte ore prima della mia abitudine.
Giusto per farvi un esempio: forse l’1% di tutto quello che produco in scrittura o disegno o musica è stato ideato di notte, da mezzanotte in poi.

E’ da qualche mese, diciamo dalla fine dell’estate, che però ho fatto caso per l’ennesima volta nel corso della mia vita a una delle cose che più mi mette ansia nella mia vita: la percezione che il tempo acceleri. I periodi dell’anno scorrono via, gli anni interi passano senza quasi lasciare ricordi e anche nel loro piccolo le giornate finiscono in un soffio.
Non so cosa sia successo, che bottone sia stato schiacciato nella Sala Comandi del mio cervello, ma ogni volta che guardo l’ora sono le due di notte.
Spiego meglio: capita, per uno strano fenomeno, che durante il mio lavoro al computer (che sia scrittura o studio) lungo il corso della giornata io voglia guardare l’orario e, per un meccanismo mentale o per qualsiasi altra motivazione possibile (magia? complotto?), sono molto spesso gli stessi orari.
Gli orari in cui guardo l’orologio: le dieci, mezzogiorno, dalle tre alle nove ogni circa due ore, e poi le undici e le due di notte.
Perciò mi trovo quasi ogni sera col muso al computer, gli occhi fissi sullo schermo e sempre, sempre lo stesso orario. Con tutti i pensieri annessi: un altro giorno è passato; la velocità del tempo è pressante; e la laurea?; la settimana è cortissima, è già mercoledì e non ho fatto quasi un cazzo; per l’ennesima volta è notte e dovrei essere a letto e invece scrivo.

Tutto questo mi provoca un (bel) po’ di ansia, anche se sono quasi sicuro che una sana routine con un giusto orario di veglia regolato con il sonno non possa che alleviare questa sensazione di tempo-che-scivola-e-scappa-da-non-si-sa-cosa-neanche-lo-stiano-rincorrendo.
E invece, per l’ennesima notte, sono qua a scrivere, e del letto neanche l’ombra.

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Questa Minchia di Università

Ebbene sì: dopo cinque anni di rapporto altalenante con l’istituzione universitaria causato principalmente da me e dalla mia scarsa predisposizione allo studio fine a sé stesso e senza scopo se non quello di sfangare interrogazioni, verifiche o esami scritti e orali, a breve mi laureerò anche io.
Dopo decine e decine di persone conosciute e sconosciute passate tra le forche caudine di Facebook con la corona d’alloro in testa, fra qualche mese toccherà a me.

Ma forse, in cinque anni di università sparsi in due facoltà (due anni buttati via a giurisprudenza, e tre anni a comunicazione – sì, comunicazione, perché avete dei pregiudizi? Vergognatevi), nonostante la vicinanza dell’obiettivo finale, non ho mai vissuto un simile momento di sconforto.
Non è, in realtà, sconforto: è che mi tira proprio il culo preparare gli ultimi esami.

Da quando ho perso la voglia di preparare esami? La vera domanda è: quando mai l’ho avuta?
In realtà, a parte il mio sdrammatizzare, ho sempre pensato di essere poco abituato allo studio intenso in ambito universitario, e ho sempre cercato di evitare i libri a meno che non fosse indispensabile (sono un procrastinatore in questo ambito, come sa bene chi legge frequentemente questo blog), ma alla fine ho sempre trovato in fondo allo sgabuzzino delle cose poco utilizzate la mia Voglia Di Studiare e l’ho sempre usata, portando a casa il più delle volte risultati soddisfacenti.
Ma da quando ho iniziato a lavorare part-time, osservando con mio leggero stupore che il lavoro retribuito è molto apprezzabile e trovarsi due soldi in banca a fine mese fa molto piacere, mi sono trovato a pensare ai libri come a una perdita di tempo, vera e propria.

Sia chiaro: non penso che l’università e lo studio sia una perdita di tempo. Sono una persona estremamente curiosa e mi crogiolo nei libri di storia, tra le altre cose, se non in migliaia di articoli scientifici, storici e di interesse generale ogni anno, e sono convinto che la propria crescita personale passi dalla cultura personale, la più vasta possibile.
Bene, e allora cosa mi succede?
Sulle prime ho fatto un po’ fatica ad ammetterlo a me stesso. Cercavo di giustificarmi dicendo che era la mia normale e redditizia (in termini di fruttuoso “stress dell’ultimo minuto” che mi porta sempre all’obiettivo teso come una corda di violino ma pronto ad ogni evenienza) procrastinazione.
Poi, al primo bonifico, iniziai a dubitare delle letture accomodanti della vicenda che, come la trama di un giallo scritto male, iniziava banalmente ad infittirsi. Non era procrastinazione, o almeno: non era solo quella. C’è di più, ora.

Analizzando il mio corso di studi dei miei ultimi tre anni (quelli della prossima laurea), posso affermare di essere stato piuttosto selettivo: ho sempre preferito, con giusta ragione, i corsi e gli esami a me graditi, per posticipare sfacciatamente gli esami di cui ho odiato il corso o che, semplicemente, fanno cagare (economia politica…per favore). Questa mia selezione mi ha portato ad esaurire gli esami miei pupilli con una velocità disumana, lasciandomi in questo momento finale del mio corso di studi con un mazzo di stronzoli in mano.

Ora. Io non dico che sia giusto un impegno selettivo così sfacciato. Preferisco semplicemente affermare che l’università, in questo frangente, non mi sta preparando al mondo lavorativo.
“Sì che ti sta preparando al mondo lavorativo! Il mondo là fuori non è mica sempre come vuoi tu e devi fare anche le cose che non ti piacciono!”
Sì, stronzo/a. Grazie. Lo so, e lo so molto bene. Il problema è che sto perdendo qualche migliaio di euro per studiarmi la Legge Gasparri o qualche nozione inutile di psicologia cognitiva, cose che fanno benissimo, sì, alla mia cultura personale, ma malissimo al mio portafoglio. E che, con una probabilità altissima, non mi serviranno nel lavoro che farò, se sarà nell’ambito per cui ho studiato.

Ecco, mi trovo da una parte con una serie di esami del cazzo che devo fare in meno di un anno (ce la posso fare, ce la posso fare); dall’altra con un’entrata economica esigua ma che mi permette di respirare e di non gravare sulle spalle della famiglia.

Ditemi voi come vi sentireste al mio posto.
Lo so che un po’ mi capite.

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Maledette obliteratrici

“Ma dai e timbra!”
Se fosse stata umana l’avrebbe spintonata, e invece si limitava a strattonare il biglietto dentro e fuori, a destra e a sinistra dentro la macchina obliteratrice.
Con una veemenza che, però, rispettava la carta. I nervi delle braccia che sapevano trattenersi entro i limiti dello strappo. Lo sguardo accigliato di chi non capisce, gli occhi incavati di chi ha passato una giornata lunga. Insomma, la normalità della routine nell’arco della trentina.

Lo vedo passando l’angolo di un muro qualsiasi nella grande stazione; lì stava l’obliteratrice fannullona. L’uomo, alto e un po’ sovrappeso, scancherava contro la macchinetta trattenendo a mezz’aria la borsa del computer insieme a una piccola sporta di plastica contenente le paste per il figlio – presumo.

Passando, appunto: camminando, lo noto. E provo un’empatia forte.
Ognuno di noi tutti i giorni deve smoccolare contro le obliteratrici. Ogni giorno, lungo tutta la penisola, il sistema ferroviario tramite il suo sistema di obliteratrici fallate e malmesse (benchè nuovissime) provocava maree di imprecazioni, bestemmie, scuse al controllore e altre bestemmie annesse.
In più, chi non riesce a controllare la propria forza finisce per strappare i biglietti all’interno delle macchinette, che per questo si riempiono di pezzetti di carta e per questo funzionano ancora peggio. Una serie di sfortunati eventi minchiosi.

L’empatia è forte, e infatti senza avvicinarmi per rispettare la sua aurea bestemmiatrice gli dico: “Guarda, succede a tutti”, e sorrido.
Si gira mischiando il sorriso nelle espressioni scocciate che stava già facendo, ma è un sorriso brillante, fresco. Risalta nel marasma di emozioni che esce a radiante dal suo viso.
E allora mi prendo la libertà di dargli un suggerimento.
“Devi spingerlo fino in fondo e”, imitando il gesto, “farlo scivolare a sinistra, senza tirarlo fino a che non senti lo skataklam”.

Lui torna a guardarmi, e mi fa notare gentilmente che ha provato in tutte le posizioni possibili. Senza risultati.
E allora, io che quasi non mi ero neanche mai fermato durante tutto questo apparentemente lungo processo, sorrido e me ne vado.
Tre secondi e tre decimi dopo, in lontananza, uno skataklam.

E camminando, mi viene da pensare al perché gli ho dato del tu.
Alla fine, vestito com’ero vestito, avrei potuto anche sembrare un ricercatore universitario, o un impiegato, ma il viso morbido e la carenza di barba non mi metteva al suo livello. C’è poco da scherzare: i tratti morbidi del viso, oltre che a farti apparire più giovane, non sono un pro in nessun altro ambito.
Se entri in banca a fare un versamento, la prima cosa che pensano gli impiegati se vedono un ragazzo sbarbato e vestito in modo normale, non in camicia, è che sei venuto con i soldi della mamma, o che stai cercando la tua mamma impiegata in filiale. Non pensano che tu debba fare un versamento, non pensano che il conto corrente sia tuo.
Se vai in comune a fare delle pratiche, sorridono come se fosse la tua prima volta in un ufficio pubblico, accomodanti. E’ una cosa apprezzabile, dimostra una disponibilità positiva, e mi piace. Ma a quasi venticinque anni ci si aspetta di essere trattati da adulti, o di non aspettarsi, al supermercato, di essere guardati con sospetto se si porta una bottiglia di Martini alla cassa.
E’ una discriminazione positiva dovuta all’aspetto estetico. Né bello, né brutto: puccioso.
Miei coetanei barbuti passano per trentenni senza alcun dubbio da parte dell’interlocutore, o addirittura si sentono dare del lei senza quello strano senso di inadeguatezza da parte di entrambi gli attori della conversazione. Quando mi sento dare del lei, io, mi sento un po’ un pirla. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che il trentenne dell’obliteratrice mi aveva guardato come per dire “sì, so come si fa, ho almeno vent’anni in più di te, vuoi che non sappia come fare?”, non supponente ma quasi paternale, non sapendo che aveva al massimo cinque anni in più di me, che non sono tanti, anzi.
E avrà pensato, nella frazione di secondo in cui mi ha dato attenzione, che aveva molta più esperienza; che chissà quante ne ho vissute più di lui, che ho un figlio piccolo, lui pensa ancora alla play, figurati.

Ci sta tutto. Mi incuriosisce molto, questo mio apparire, e mi incuriosiscono molto le reazioni degli estranei.
Tutto qui.

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Religione per uso personale

“Ti dicevo, era quel periodo lì”
“Eh”, fa quasi disinteressato, alzando la testa un secondo.
“Eh, non sapevo dove sbattere la testa, e mi è capitato di sentire…cioè, non di sentire come fosse, che ne so, una vocazione o cazzate simili, ma mi è partito un moto strano proprio dalla pancia diciamo; e niente, mi sono preso su e sono andato in chiesa.”

L’altro spalanca gli occhi mentre guarda in basso, poi senza cambiare espressione gli spara i suoi fari oculari in faccia.
“In chiesa?!”
“Sì!”, ridendo sommessamente.

“Che cazzo sorridi?! Tu, in chiesa??”
“Ma sì, cioè, allora? Lo ammetto, mi sembra strano anche a me eh, figurati”
“Eh no, infatti”
Muove le mani quasi a giustificarsi, “Ma la sai, la situazione che avevo”.

Pausa.

“Non volevo che soffrisse più del dovuto. Boh. Mi è sembrata una cosa bella, quasi…”

Pausa.

“…andare a pensare a lui, riflettere e sperare intensamente che non soffrisse più del dovuto durante i suoi ultimi giorni”.

Quasi gli sputa il caffè in faccia dalla sorpresa, tossisce; ma mica per cattiveria. E’ che lo conosce da così tanto tempo che una sfumatura così importante dei suoi sentimenti, saltata fuori così all’improvviso, gli fa quasi impressione. C’è da dire che non l’ha neanche mai visto in un periodo di così profonda crisi, ma tant’è: certe cose fanno impressione anche se ti ci prepari per dei mesi, figurati se ti saltano fuori all’improvviso, mentre bevi un caffè ai bordi della conca di Santo Stefano.

“Ma guarda che così mi ammazzi dalla sorpresa. Tu, in una chiesa, perchè speri nella misericordia?!”
Si è reso conto di essere un po’ troppo sorpreso, al limite della scortesia. Allora aspetta un secondo, rimodula l’umore, e poi
“devi aver passato dei brutti giorni, se ti sei attaccato a queste cose, alla chiesa e alla misericordia e tutto”.

Dallo scherno, alla compassione, e infine alla comprensione.
Ha capito. Non è stupido, e in più gli vuole un gran bene, anche se non glielo ha mai detto.
“Io non credo nella chiesa, lo sai bene come la penso, che come istituzione è il fallimento della razionalità, non voglio tornarti ad annoiare”.
“Sì, lo so, e sai che la penso come te. La penso ancora come te, eh!”
Abbassò la voce.
“Ma per un momento, seduto lì da solo al freddo su quella panca del cazzo, ho sentito tutta la comprensione e l’empatia di chi, sotto quello stesso tetto nel corso dei secoli e per secoli fino a un minuto prima che mi sedessi quel cazzo di pomeriggio, aveva sperato, pregato, o solo riflettuto per le persone a cui teneva.

Lì non è più una questione di religione: a quel punto, ho pensato e percepito che è una questione di luoghi, di empatia. Sensazioni immortali che condividi con chi si è seduto in quello stesso posto, su quella stessa panca, in quel metro quadro, però cinquecento anni fa o anche di più. Migliaia di individui, di ere diverse, accomunati da speranze, preghiere più o meno cristiane, sofferenze esteriori o interiori”.

Lo segue nel suo ragionamento, lo fa finire. Non vuole appesantire il discorso.
“Oh, se devo essere sincero, io non ce la farei a riflettere o pensare con il Cristo lì appeso che mi guarda. E’ una cosa più forte di me. Anche a scuola era così: ti fissa, da sopra la lavagna. L’ho iniziato ad odiare, perchè io non ci credevo in Lui ma stava lì a guardarti, come per dire Mi sono sacrificato per te, perchè non fai il buon cristiano? E io che pensavo che il buon cristiano non sono io, forse era il mio vicino di banco che la domenica andava ancora alla messa delle nove con tutti i sacramenti possibili, ma io non vedevo un confessionale dal 1987. Volta lo sguardo e lasciami finire la verifica in pace, su”.

Ride, ha anche un moto di sollievo perchè ha alleggerito il discorso, e butta giù l’ultimo sorso di caffè ormai freddo.

Ride anche l’altro, l’Empatico, perchè la pensa esattamente uguale.
Mentre ride, rimane a fissare l’entrata della Chiesa di Santo Stefano, seduti dov’erano sul muretto del portico piantato a cornice triangolare della piazza.
Fissa il portone, pensa a quando lo ha attraversato, a quando dentro ci si è seduto al freddo, a quando nascondeva le lacrime ai turisti. E, involontariamente, pregava. Non lo sapeva, ma pregava.

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Adulti Bologna Lavoro

Potrei

Un appartamentino di 50 metri quadrati. L’aveva arrangiato in un modo molto poco maschile, c’era da essere onesti: ben organizzato, sembrava molto più grande. Diceva a poche persone che aveva arredato il suo piccolo spazio vitale seguendo le istruzioni di un interior designer annoiatissimo che teneva la sua rubrichetta in uno di quei trimestrali femminili che hanno quei nomi che tranquillizzano la massaia media, tipo “Arredamenti belli”, “Vitalità tutti i giorni”, “Succhi di frutte”, “Casa pulita sempre” e cose così.
L’interior designer, in quel numero, consigliava alla massaia di turno – o al lettore maschio in disguise – come far risultare più ampi dei locali di metrature ridotte: il consiglio era di utilizzare molti specchi, colori chiari e dei mobili piccoli. Un genio.
Luca aveva optato per dei mobili svedesi a basso costo, degli specchi svedesi a basso costo e, giusto per non farsi mancare nulla, delle candele profumate svedesi a basso costo e dei tappeti svedesi, costosi. I tappeti sono notoriamente costosi, anche se non sono persiani.
Aveva scelto tutto il mobilio seguendo le istruzioni del fenomeno della rivista trimestrale: tonalità chiare, mobili di dimensioni ridotte, tutto il più addossato alle pareti possibile in modo da creare larghi spazi al centro. Tutto bianco, o crema, o panna. Le candele al profumo di crema, o panna. Pure il tappeto era così nuvoloso da sembrare crema, o panna, ma più crema che panna visto il coloraccio giallo pasticceria che aveva scelto per carenza di alternative.

Luca aveva scelto il suo appartamento tramite agenzia, una di quelle agenzie in cui l’intermediario ti porta a vedere la casa facendo risaltare i difetti in modo che appaiano come pregi ai tuoi occhi.
“Questa casa accogliente si estende su una ragguardevole metratura di 50 metri quadri, e scusate il gioco di parole” (risatina)
“La cucina è rustica” (ultimo rinnovo: Governo Spadolini, forno a gas)
“La camera da letto è caratteristica, con alcuni ritocchi necessari” (macchia di muffa, plafone, piano superiore, citofonare Stupazzini per la richiesta danni) “ma con un’ottima vista” (via Pelagio Palagi, zona ospedaliera di Bologna, strada grigissima, media di un’autoambulanza ogni ventitre minuti) “e un balconcino indipendente che domina la zona” (2mq, scrostato, mattonelle del boom economico sostituite da mattonelle degli anni di piombo, rosso sbiadito, rotte dalle intemperie e dalle grandini del ’78, ’79, ’84, ’87 eccetera).

Ma Luca adorava quel suo miniappartamentino, tanto malandato che era quasi da coccolare. Gli voleva bene come voleva bene alla sua Ford Ka colore blu elettrico stile ’98 (e infatti era del ’98) che non cambiava per carenza di denaro: i soldi che voleva usare per trovare una macchina erano andati spesi alla cassa dell’Ikea di Casalecchio. Cinquecentosettanta banane in tutto.

Lo adorava. Se lo gustava proprio. Era la sua prima esperienza da uomo indipendente, ancora adolescente dentro. Come nella natura i cuccioli escono a scoprire i dintorni nei pressi della loro tana, per lui quel suo appartamento minuscolo era un avamposto nella società che voleva colonizzare. Come un geografo alle prese con terre inesplorate, si era spostato per la prima volta dalla provincia per addentrarsi nella selva urbana che gli autoctoni definiscono con un suono gutturale: “Bulåggna”. Novello Crusoe, si sentiva avventuriero, ma come Crusoe si sentiva estremamente, inevitabilmente, solo.

Adorava l’appartamento, o se lo faceva bastare? Non aveva dove uscire, nè con chi uscire. Era effettivamente solo, socialmente parlando. E lavorativamente, si sentiva un fallito. Non lo era affatto, un fallito: aveva accumulato un po’ di soldi, nel corso degli anni, ma aveva sempre finito per spenderli per pagarsi quella maledetta partita IVA. Mai sprecato un soldo su quei cazzo di gratta e vinci emessi da uno stato che (soprav)vive di dipendenze patologiche: fumo, alcool, gioco d’azzardo; mai andato a puttane. Fumava, pochissimo: stava smettendo per permettersi di pranzare tutti i giorni.

Non riusciva a trovare un lavoro che fosse uno.
Partita IVA aperta per farsi lasciare a casa dopo sei mesi, con un contratto vergognoso che non gli aveva permesso nemmeno di pagarsi i contributi. Quando pensava di dover chiedere dei prestiti ai suoi, si metteva a piangere di nascosto. Non ne poteva più di farsi il culo per niente. Sapeva anche di non essere l’unico in quelle condizioni, ma cosa importava? Cambiava qualcosa sapere di essere in una miniera sotto terra, con il fiato corto e la paga da fame, insieme a centinaia di migliaia di altri penosi sfigati come lui? Sapeva di non meritarselo.

I curriculum?
Ne aveva portati a decine, in decine di diverse aziende che operavano in decine di campi diversi: tessile, manifatturiero, ortofrutticolo, artigiano, nella grande distribuzione, nella media distribuzione. Aveva chiesto anche come garzone dal fruttivendolo al suo paesino: aveva portato anche lì il curriculum. “Mo ‘csa fat, t’am port al curriculum? Me, at tgnos ben, ma ben da bon. An g’ò minga ad bisogn, am daspiàs”.
Portava i curriculum quando era ancora alle prime armi, diciamo un apprendista cercatore di lavori, appena uscito dall’ITIS. Gli avevano detto di portare in giro dei curriculum, e lui, come migliaia di altri disperati, lo faceva.
Aveva aperto gli occhi solo dopo un po’ di mesi, quando un suo amico più grande che lavorava in un ufficio di un’azienda tessile poco lontano da casa sua gli spiegò: “Ci arrivano decine di curriculum tutte le settimane. Non ne leggiamo neanche uno. Anzi, ti dirò: non ci passa nemmeno per la testa di leggerli. Te lo spiego quasi da padre, vieni qui e guardami negli occhi: ti verrebbe mai voglia di dare un lavoro a una persona che non si presenta, lascia il curriculum e se ne va via, svogliato e con il carisma di un fantasma?”
Luca osservò: “Chi porta il curriculum, fidati, spesso è avvilito e pure stanco, non ha nemmeno voglia di essere lì, si vergogna”
Il suo amico scosse la testa, bevve dal suo bicchiere di birra e sottovoce aggiunse un funereo: “Così, fidati, il lavoro non arriva. Non lo trovi. Smettila con i curriculum, chiedi alle tue conoscenze, muovi davveroil culo.”

Smise con i curriculum, Luca. Di punto in bianco, chiedendo ad amici, amici di amici e via incatenando trovò, per puro caso, un lavoro. Si era liberato un posto, viva i congedi maternità.
Gli chiesero di aprire partita IVA, e la aprì.
Gli chiesero un taglio dello stipendio, accettò.
Chiusero dopo sei mesi.
Luca non ci poteva credere.

Varie, molteplici vicissitudini lo hanno portato via di casa. Principalmente, una voglia esondante di cambiare aria, di provare quel senso di indipendenza che tutti i suoi coetanei, in un modo o in un altro, avevano già assaporato al meglio, con Erasmus pagati da Mamma Europa o con la fidanzata o addirittura in appartamenti vicini al suo, sempre a Bologna, tutto pagato e spesato da mamma, non Europa ma quella vera, la genitrice.

Sì, stava bene. La Ford Ka riposava al piano zero, e lui al piano 4, con una candela accesa e senza TV rifletteva, a luci spente per risparmiare.
A braccia aperte, testa appoggiata all’indietro, tuta Adidas e niente in frigo.

“Potrei fare un corso da chef…macchè chef, che non so farmi neanche da mangiare una frittata.”
“Potrei fare un corso da tornitore…forse ambisco a qualcosa di più, ma lo tengo in considerazione”
“Potrei studiare…sì, con che soldi? E poi, cosa? E con la voglia che ho io di studiare? E poi, ricominciare a studiare dopo 6 anni? Ma che idea stupida…”
“Potrei vendere delle collane su internet, o delle altre cianfrusaglie, come faceva la Carla, la mamma dell’Elisabetta…oh be’, questa è la cagata più grossa che abbia pensato stasera”

“Potrei…potrei…
…potrei dormire.”

Il petto pesante, lo stomaco chiuso. Dormì così com’era. Sognò di sua mamma, delle coperte che sapevano di ammorbidente, e delle mattine a scuola, a 11 anni. Della messa la domenica mattina passata a parlare con i compagni di catechismo.
Sognava, nel sogno, di diventare un pilota di Formula 1. Era davvero il suo sogno, una volta. Ce l’aveva nitido in testa.
Cos’era andato storto? Era colpa sua?
Ma chi lo sa…chi lo sa. Si cambia tutti, crescendo. Ci si adatta e, impercettibilmente ogni giorno, ci allontaniamo dalla salda e comoda banchina del porto dei nostri sogni, avventurandoci su una nave mal equipaggiata in un mare burrascoso in cui non vogliamo navigare.

Luca, il mare burrascoso di Bulåggna, la nave appartamento. E casa, la tranquilla e serena casa, mai così lontana.

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Buddismo alla bolognese

Io lo so, prima di essere me stesso, nella mia vita precedente diciamo, ero un fuorisede spiantato.
Attaccato come la muffa alle mura affittate da qualche vecchia riccastra di quel mio scalcagnato appartamento in via Sant’Apollonia, lontano da tutto ma vicino agli spaccini, vero perno della vita universitaria della mia vita precedente.

Via Sant’Apollonia, sì.
Le vie medievalmente claustrofobiche recintate da casacce più vecchie di San Petronio, le vie che disegnano gradualmente, dall’alto, il vero volto di Bologna. Un volto colonizzato da un millennio di studenti, via via più persi nei loro pensieri e da sempre i migliori interpreti della propria generazione.
Popolazioni intere campionate da poche migliaia di ragazzini brufolosi, poco barbuti, iscritti a facoltà che odiano e di cui devono dare esami che non amano e che non ameranno mai, ma di cui sistematicamente ameranno il ricordo, un decennio dopo.

Dovevo salire le scale, in quell’androne freddo e muffoso che i proprietari degli appartamenti lasciavano così, scrostati e scoloriti, da almeno 40 anni. L’ultima colorata l’hanno data con le bombe, gli americani, nel 1944. Proprio quelli che si sono giocati le Torri per una birra. Brutta bazza, quella.

Salivo le scale, trovavo le chiavi nel chiodo scolorito comprato in Montagnola da quattro mesi e le mettevo nella toppa mangiata dall’usura. La porta marrone, la toppa giallognola.

1986. Eroina. Comunismo emiliano. Andrea Pazienza. New Wave. Eventi clandestini con locandine meravigliose, attaccate alle bacheche dell’Uni. Festa dell’Unità. Le scarpe mangiate dalle migliaia di chilometri percorse per le vie del centro, e potremmo continuare per un lustro a dare delle macchie colorate di un’età tranquillamente agitata come quella…

Entravo in casa, i coinquilini – nessuna traccia. Uno a studiare al Paleotti, l’altro a figa, beato lui. Si vedeva con quella piattola coi capelli corti, il culo alto, bel carro. Scarsa davanti, ma non è un problema.

Ogni volta che entravo in casa rimanevo basito dalla carenza di porte, perciò di privacy. Poi ti chiedi perchè spariscono tutti. Padrona di casa di merda. L’unica porta che c’era era quella del cesso, col vetro riparato con lo scotch perchè in un capodanno una delle quattro bottiglie che abbiamo aperto ha sparato il tappo contro. Io disperato, gli altri fregancazzo, e via di spumante coi solfiti e senza uva.

Mi coricavo sul letto, nella doppia che condividevo con il ragazzo che era a studiare. Un tipo tranquillo, studiava medicina e veniva dall’Umbria. Altissimo, non stava nel letto che la padrona di casa gli aveva messo a disposizione. Padrona di casa di merda. Tre doghe rotte lui, quattro io.

Che poi, capivi quale parte della doppia era mia, e quale la sua: atlanti di anatomia umana dalla sua, Pier Vittorio Tondelli dalla mia; poster di Guccini dalla sua, gli Smiths dalla mia; le sue mensole piene di regali della morosa – ha la morosa in Umbria, fedele lui, ma fedele anche lei? -, io ne ho una sola di mensole ed è piena di vinili. War, The Queen Is Dead, e anche Affinità-Divergenze, OVVIAMENTE.
L’altra mensola persa in una battaglia con un ragno: antologia di Pirandello, mensola, ragno fuggito, game over insert coin.

Mettevo su, quando ero da solo, un bel vinilazzo, mi buttavo sul letto (da lì le mie doghe rotte) e mi divertivo a riconoscere le forme nelle macchie di umidità sul soffitto. Padrona di merda.
Adoravo Bigmouth Strikes Again, quando passava sul vinile la mettevo a cannone e, se non erano le 3 del pomeriggio, a qualsiasi altro orario c’era qualcuno che dalla finestra urlava “Dag a bas!” (“Abbassa!”). Maledetti passanti scottati dal ’77.

Quella macchia di soffitto mi ricordava sempre il profilo di Cossiga. Forse era il naso aquilino.

Le cene, ore dopo, a base di pasta scotta e pomodori pelati, olio della Coop e sale del Monopolio. Le lacrime quando c’era il ragù di mia nonna, le lacrime!

Era una bella vita, con l’ansia di studiare e la libertà di non farlo. Avrei dovuto studiare tutto il giorno per passare filosofia, ma me ne fregavo sempre, sempre! Finivo a fare due parole con lo spaccino, filavo davanti alla Johns Hopkins e mi facevo uno spino, nient’altro. Seduto per terra, con i professori che con piglio americano mi guardavano storto appena sentivano l’odore di erba.
Che palle, ‘sti americani. Ha ragione Craxi.

Appena passavo davanti a una casa con una tv accesa, verso sera e con l’odore di brodo che usciva dagli appartamenti, e ti capitava davanti il faccione da stronzo di Remo Gaspari bestemmiavi e giravi l’angolo, la sua voce da vecchio rincoglionito ti rincorreva, acceleravi il passo, partiva poi Spadolini e allora vaffanculo governo di merda

Il cielo rosso, sopra i coppi rossi, l’afa soffocante – cazzo fate poi il brodo a luglio, io mi chiedo.

Toh, è appena passato Pazienza caricato in motorino da un tizio. Andrà a prendere la dose, lo san tutti. Che peccato però.

E alle otto a casa che altrimenti se chiamavano i miei e non mi trovavano vaffanculo, mi piantavano un casino.
“E hai studiato oggi? E sei andato a lezione oggi?”
Sono finite le lezioni da un mese e mezzo, è la terza vol-
“Mangi ancora delle porcherie? Se vieni su che sei ingrassato ancora ti mando a militare”
Oh lo dici sempre e non mi hanno ancora arruolato, com’è mamma?
“Ti passo tuo padre, fa’ a mod”
“Alòra?”

E via discorrendo del nulla quotidiano.


Mi manca, quella vita mai vissuta. Un mai successo che ho vissuto molto di più di tante altre cose che mi sono successe davvero.
Passi di fianco alla tua stessa vita, come in un museo, e ti ritrovi a dire: “Ma questo ero io? Ma l’ho fatto davvero? Non ricordo di avere avuto quella cosa, di avere conosciuto quella persona, di essere stato in quel posto…che lavòr”, e ti ritrovi a fantasticare di vite mai vissute, che finiscono per appiccicartisi addosso più delle cicche ai capelli, più delle merde di cane alle scarpe. Te le porti dietro, in testa, e vivono della tua fantasia.
Il sale del quotidiano.

(Foto in evidenza: http://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.71686!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/gallery_648/image.jpg)

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La solitudine di gruppo – Via Zamboni

Silenzio. Nessuno parla.
Due tecnici della sala studio parlano sottovoce frasi incomprensibili; si alza una testa o due, forse è fastidio, o mal di collo. La sala gigante è piena di persone, eppure quando si entra dà la sensazione di essere vuota. I miracoli dell’Università.
Scassati e freschi come il latte da quattro giorni nel frigo, formiamo una piccola fabbrica di cervelli, ricurvi sul nostro sapere, docili a causa della paura di fallire, malleabili a causa della nostra volontà di essere conformi ad una società che vuole che noi sappiamo, ma che non vuole che sappiamo fare.

Alle sette meno dieci è universalmente iniziata la sera; in primavera, inizia quel processo leggero e brioso che abbassa il sole e acceca tutti su via Zamboni. I piumini volano e attivano l’allergia di qualcuno, ma poco importa: non puoi fermare la natura, così stronza e così bella.

Piumini in aria e sole radente sulle tegole rosse, tra le colonne mangiate dagli anni dei portici infiniti, nascosto tra le strade storte e antiche, fino ad altezza spacciatori, sempre nuovi, sempre presenti.
Spacciatori di droga, di biciclette, di risse: offrono il peggio al miglior prezzo, con i peggiori accenti e le migliori razze canine da esposizione. Lattine di birra scadente accatastate tra i golden retriever e le biciclette rubate. 

Ogni ragazzo in questo tratto di strada tra le torri e Porta San Donato è un concentrato di sogni, impegni, amicizie. La maggioranza vivacchia con pochi soldi al giorno, giusto per pranzare con un panino in via Petroni e un caffè alle sfavillanti macchinette griffate Università di Bologna – Alma Mater Studiorum. Quei pochi che perseverano a spendere i soldi dei genitori girano bardati di capi mainstream, specie le ragazze che girano vestite come fossero uscite da una discoteca invece che da una sala studio.

Via Zamboni è un abbacinante ritratto di popolazione che nulla sa fare, vive alla giornata con davanti il prossimo esame, un caffè e al peggio una canna, seduto sul lastricato di via Verdi, sui cubi di gres davanti alla sede di Lettere o in via del Guasto. Ognuno aspetta qualcosa, ognuno cerca di passarsi il tempo come meglio riesce. Un’attesa di gruppo. Il Nulla che si fa reale.
La gente che quotidianamente popola questi posti dà vita a qualcosa che neanche un film dettagliato al massimo può riprodurre. 

La stabile aspettativa di qualcosa, in via Zamboni diventa palpabile. Si aspetta sempre qualcuno, un amico, o qualcosa, come una lezione, un ricevimento, un aperitivo. Via Zamboni è la cosa più vicina alla sala d’attesa dell’Aeroporto Marconi, o della Stazione Centrale.

Il dipinto umano di un cumulo di pensieri che vanno ovunque, come fili interminabili che vanno in giro per il mondo ma partono tutti da qui.

E quegli sguardi persi nei muri, col culo per terra tra i cocci delle bottiglie di vino: chissà che nodi avranno sciolto a fine giornata…

 

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Glutammato

e ovviamente a mezzanotte mi viene fame. Mi si presenta ogni sera che Dio (o chi per lui) mette in scena il bivio fastidioso, insalubre eppure vitale e così intensamente gustoso tra l’affondare sotto il piumone ed assecondare il fisico e il mangiare.
Mangiare, mangiare, mangiare. Come una donna incinta mangiare, come una persona a dieta mangiare. Ma più che mangiare, gustare.

A pranzo basta un piatto di pasta, un tramezzino se si rimane a Bologna (ah, macchinette, quanto cibo avete procacciato: fareste un baffo al Neanderthal meglio fornito di lance), o in caso di vaghi sospiri dietistici ci si butta su un pacchetto di crackers e ce lo si fa bastare.
Se il frigo e la dispensa fossero uomo e donna, umani e intellegibili, morirebbero di paura, come nel miglior film di paura, a mezzanotte in punto. Compari d’avventura non semoventi che vengono sventrati senza l’alcun minimo pentimento, come nemmeno Torquemada durante le torture inquisitorie era capace di fare.

Banane, se va male la caccia in dispensa. Lo yogurt spesso è il segnale che in frigo non c’è altro.
La caccia grossa arriva con i wurstel, rigorosamente crudi. Quelli piccoli, al pollo e tacchino.
Dilaniata la plastica, ingollo guardando le peggiori trasmissioni notturne.
Sì, è capitata la “wurstelata” davanti a Marzullo, tempo fa.

Ma la vera conquista del cibo, prima della Simmenthal, prima ancora della Nutella con pane (relativamente) fresco, avviene quando si materializza, grazie a lungimiranti spese pomeridiane dovute a noie, il nuovo ritrovato della “cucina moderna”.

(scrivi “cucina moderna”, leggi “piatti pronti dal gusto indefinibile ma che ti lasciano soddisfatto grazie agli additivi chimici”)

I NOODLE Saikebon.

Antefatto.
Ho scoperto di essere innamorato del noodle nel modo più semplice e che preferisco: provando, tentando, sperimentando; ho scoperto così la cucina indiana, la cucina cinese, (inserire altri esempi)
Eravamo io, la periferia di Monaco di Baviera e un supermercato discount, un 2 gennaio. La mia compagnia ed io facevamo scorta di “ricordi” (scrivi ricordi, leggi birra), e girando per gli scaffali lunghissimi e strabordanti di cibo noto la sezione del cibo orientale. Il bello degli involucri, di questi tempi così eufemistici, è che ti fanno pregustare il prodotto che contengono.

In particolare, una scatolina mi ha attirato a se, creando in me un gorgoglìo che forse solo i maccheroni al pettine sanno provocare.
Era la mia prima confezione di noodle pronti in 3 minuti (ne comprai, per l’esattezza, tre scatole da una porzione l’una). Feci scorta perchè non pensavo che da lì a poco li avrei trovati anche in Italia.
Fine antefatto.

Da quando so che posso comprare i noodle pronti in 3 minuti quando voglio, non mancano mai.
Giuro, non è pubblicità.
Sarà il gusto simile al brodo, sarà la pasta farinosa, o forse è la mia volontà di farmi certificare il Guinness World Record per il numero più alto di ustioni consecutive dovute a cibo pronto in 3 minuti…

E’ sicuro: se ho i noodle in casa, e arriva la fame di mezzanotte, la scelta è assicurata anche se le soluzioni yogurt o wurstel o Simmenthal sono immediate, mentre con i noodle devo:

  • bollire l’acqua,
  • versare l’acqua nella confezione da una porzione,
  • ustionarmi le dita con l’acqua bollente,
  • aspettare tre minuti e
  • ustionarmi la lingua per tutta la durata del pasto notturno.

Ah, glutammato, mio sapido amico, compagno di mille pasti (sei ovunque, dopotutto);
ti celi nei cibi più scadenti, e li fai diventare gustosi e appetibili.
Amico della caffeina della Coca-Cola e dello zucchero della Nutella,
insieme siete un’associazione a delinquere
legale
mortifera
e buonissima

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L’amore è quel che giace tra porno e noia

Se leggessi il mio blog da persona estranea a me stesso, reputerei Ruben Giovannoni una persona estremamente annoiata, o almeno la mia sensazione è questa. O forse ho questa visione di me e della mia vita, il che la dice lunga sulla mia soddisfazione personale.
Ed è strano che proprio nei periodi di noia, apatia, grigiore quotidiano si sviluppi tutto il mio spirito artistico sotto forma di scrittura, pittura, idee produttive e immagini mentali di come potrei modificare il mondo che mi circonda.

Tutte stupidate, mi rendo conto. Ciò che conta è quello che faccio, magari qualcosa che possa esaltare la mia mente. Qualcosa che una volta esposto, con finta modestia, mi porterebbe a dire “sì, ma è una scemata”.

Insomma, mi perdo pure nei miei stessi concetti, se non fosse chiara la mia situazione di noia.
E’ come se stessi lasciando agire il mondo intorno a me. Mi sento lambito dalla realtà, leggermente sfiorato. Mi muovo giusto per non lasciarmi sopraffare dall’esistenza altrui.

Non mi innamoro per noia. Anzi, non mi innamoro mai. O meglio, mai tranne quando ne vale la pena. La faccio sembrare una scelta, ma ci si innamora solo quando lo si capisce. Te ne accorgi a cose fatte. Sai che quello che vuoi è passare la vita con la persona che ti permette, anche, di lasciarti talvolta lambire dall’eterno scorrere del tempo e di chi lo popola esistendo.

La pornografia è la plastificazione del massimo motivo per cui siamo al mondo: riprodurci godere.
Porno e noia si rincorrono in queste giornate di solitudine mentale, intervallate da un amore mai visto.

Mi dai motivo di sperare in qualcosa di meglio. Sì, tu.
Non la bionda bolognese che si sfiora le braccia ascoltando il professore in Azzo Gardino. Quella, probabilmente, è un’emanazione mentale del mio modo di vedere la pornografia.
L’amore è altro, sto cercando un’interprete: e vorrei fossi tu.

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Bologna in my mind

Più precisamente, la Stazione di Bologna.

Non credo di avere mai avuto bisogno di prendere il treno per o da Bologna in un giorno festivo, ma non è questo il punto della situazione.

La signora toscana che ti chiede indicazioni per Via Massarenti via autobus, e tu che miseramente ti fai declassare a comparsata da un maraglia con occhiali da sole e camicia nera slacciata, non è nemmeno il punto della situazione.

Forse il succo della questione sta nel brodo umano denso e caldo del bus? Non credo, come non credo che sia dentro le cafonacce del McDonald’s che sbiascicano “Ciken Mec Negghez” davanti a una pazientissima commessa (con secondo maraglia di giornata intento a fare l’asso pigliatutto).

Avvicinarsi con calma all’entrata ovest della stazione per vedere una pesantissima sosia della Minetti, porcona doganale targata Rimini (o Riccione), non è il succo (anche se potrebbe esserlo) della domenica bolognese.

Arrivare al binario 1 ovest e notare, con un certo imbarazzo, che ti è appena passato di fianco Albertino Dj, fratello di Linus e personaggio della madonna della musica anni ’90 (neanche a dirlo: musica maraglia) insieme a Fargetta, Prezioso e tutti gli altri bomber delle discoteche di vent’anni fa. Potrebbe, questo, essere il succo della giornata…non ancora.

Aspettare mezz’ora il treno che si popola di fauna varia, non è sicuramente il succo di giornata. Potrebbe esserlo, però, l’essere circondato da fighette con valigia ingombrantissima. Sì, ma no.

Il senso della giornata potrebbe darlo un molisano-lucano-pugliese che, da vero “pompami nelle casse la musica tradizionale della mia terra”, è riuscito a farmi sentire, grazie al volume alto del suo fantastico lettore mp3 (un iPod tarocchissimo) una bellissima e apprezzabilissima TARANTA. Una taranta sull’iPod.

Lo stesso tizio, con una spiccata ritmica dovuta al sangue che si ritrova nelle vene, si ritrova d’un colpo a tenere il tempo con i piedi e le mani, sommessamente.

Prende poi corpo la sua passione per la musica quando, sempre a volume sconsiderato, nelle cuffie passa dalla taranta a…

 

 

I QUEEN.

L’intro di “This could be heaven”, la riconosco al volo. Mi metterei la mano tra i capelli per la disperazione.

Non finisce di ascoltarla, la tiene a metà (ovviamente, taglia la parte che piace a me): passa in rapida successione a “Innuendo”, “I want to break free” e “Under pressure”. E’ il classico “me ne intendo di musica perchè conosco le 5 canzoni più famose dei Queen”, ti colpisse la rogna.

Assolutamente non pago di aver rovinato il viaggio a me e ai vicini di posto con (per me) la sua ignoranza e (per gli altri) il battito dei piedi e delle mani per terra e sul seggiolino, inizia a canticchiare ogni canzone che gli passa per gli auricolari.

All’altezza di Crevalcore, la tragedia arriva allo spannung: una serie di starnuti incontrollabile, preceduta da una serie varia di “tirate su di naso con la gola” (il tipico rumore prima dello sputo catarroso, ecco) e di mani sulle narici per pulirsi il moccio mi fanno desistere e assumo un’espressione accigliata, schifata. Se ne accorge, perchè inizia ad andare in giro per cercare quantomeno un fazzoletto.

Un catorcio, una vera merda umana.

Io sono lì lì per chiedere un foglio alla ragazza, perchè volevo annotarmi la successione di eventi che mi stavano colpendo, quando, d’improvviso, a Crevalcore…la visione.

 

All’altezza, precisamente, della MegaDiscarica, del Monte Spazzatura, tornando a casa sulla destra, c’è un canale per l’acqua dei campi.

A prendere il sole, due poppute ragazze, una delle quali in topless, non si curano del treno che passa (DEI treni che passano, dato che ne passano, su quella tratta).

Poi realizzo: sono a cinquanta metri da una delle discariche più grandi della provincia, a un metro da acqua che per lo meno ha bacilli di lectospirosi grandi come palloni da calcio…in topless.

 

Saturo di eventi da poter scrivere, arrivo a Mirandola. E capisco qual è il succo vero della giornata.

Il succo della giornata è…

No, non l’ho capito. Però vi giuro che mi sono divertito davvero un casino.

Quasi.