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“Un’ultima cosa inutile”, c’era scritto.

“Non ti meriti nessuna delle mie ubriacature, dei miei sbandamenti, dei miei ripensamenti. Vado dritto come un fuso verso il nulla pur di non tornare indietro.

Non vali un’unghia delle persone che ho amato veramente, e non ho sacrificato che quarantotto ore sull’altare della tua memoria, insieme a quel poco di speranza che tu non fossi la persona leggera che avevo impressione tu fossi. Non dai peso al sesso, ai sentimenti, alle parole.

Crescerai, e sarà tardi; ma almeno starai bene.”

Lei chiuse la lettera – il foglio mal strappato da un quaderno e piegato a metà su cui era scritto tutto.
Si convinse di stare bene, e continuò la sua vita.

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Ti dimentico, ma lasciami godere

Goduriosi ettari di terra si stendono sotto le gomme della mia macchina, calde com’è calda l’aria che respiro, attraverso le immonde bocche plastiche del mio cruscotto; sgocciolo per pochi istanti i miei pensieri su di te, appena prima di intonare ancora una canzone a squarciagola, tra i vetri chiusi che mi scaldano ad effetto serra e mi cuociono, con gli alberi fuori a controllare il mio grado di cottura qui dentro, in questo dispositivo di spostamento che il suo produttore ha voluto nominare Fiat Punto.

Godo, godo e godo se rifletto mentre canto di quello che ci aspetta, che può essere nulla e può essere tutto: qualsiasi cosa con te può essere il mondo. Questi scampoli di estate si sciolgono addosso come una doccia di emozioni indefinibili, e io mi sento felice. Felice perchè tutto questo sta per finire.

Odio l’estate, non sopporto la sua aria forzatamente spensierata, non riesco a compatirmi il sudore sulla schiena spiaccicata al sedile, forzatamente bollente come qualsiasi cosa si debba prendere in mano. Non riesco a pensare a una sola ragione che mi possa far amare l’estate.

Anche se, poi, pensandoci bene, qualcosa ce l’ho.

La tua bianca pelle si scotta sotto al sole, e il tuo rossore si confonde con la voglia e l’imbarazzo, e la sensazione di essere inadeguati. Ti ritrai, nel tuo striminzito due-pezzi, guardiana di un pudore e al tempo stesso invereconda somma di pensieri malati. Se ognuno di noi è ciò che pensa, tu sei una nichilista del sesso. Ti annulleresti, pur di godere.

Turgida, con un indice sul ginocchio. Hai i brividi se ti parlo piano. Sei malata, e mi piaci.

Questa estate è finita troppo in fretta, e questa storia d’amore non è mai esistita: sei stata la perfetta interprete di tutto quello che ho sempre odiato anche di me. L’egoismo, nel sesso, è foriero di piacere personale e delusione altrui.

Perdermi tra le parole è godurioso, come lo sono gli ettari di terra che si stendono sotto le gomme della mia macchina, calde com’è calda l’aria che respiro. Sgocciolo per l’ultima volta i miei pensieri su di te, appena prima di intonare una canzone a squarciagola, per dimenticarti e farmi osservare dagli alberi, attraverso il finestrino, con i brividi e la voglia di fuggire. Ti dimentico, e godo solitario col pensiero alla prossima avventura.

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Per ogni goccia che cadrà, nuovo disagio nascerà

“Sì ma lo sai com’è, dai…lo sai bene!”. Pausa. Sorso. “Sai che doveva capitare…e lo so che non si è mai abbastanza pronti per certe cose, ma cazzo…vuoi proprio che tutto il mondo stia ad aspettare te?”.

Non lo volevo, neanche per sogno. E’ quello che mi hanno sempre rinfacciato: egocentrismo, mania di protagonismo. Non volevo in nessun modo dare ragione a chi mi ha sempre attaccato.
In quel momento stavo male, altrochè. Non bastava la birra che avevo finito, e sapevo che non mi sarebbe bastata la birra che stavo per ordinare. Si sa, dopotutto, che non ci si deve mai fermare prima della terza media.
Era l’ennesimo momento nella mia vita in cui mi rendevo conto di essere stato superato, dimenticato. Ero caduto nell’oblio, anzi: mi ero accorto di essere caduto nell’oblio più profondo con troppo ritardo sulla realtà, e il chè mi dava un senso di infantilità che cercavo di reprimere dietro lo sguardo torvo, le sopracciglia a fior di palpebra e la bocca serrata, più sigillata di un compartimento stagno di un sottomarino.

Avevo provato a parlare, con le labbra secche: si sa che la birra non è un buon lubrificante. Ne era uscito, in quel momento, un pastoso “Lo so”. Pastoso nel tono, secco nel concetto.

“E allora se lo sai di che cazzo ti lamenti?”. Sapevo che aveva capito di avere esagerato, e infatti aveva rimediato subito con una sterzata verso un morbido “…lo sai che mi innervosisce che tu stia male per il nulla. Cioè, seriamente: mi hai pure detto che te lo sentivi, che stava per succedere, addirittura mi avevi detto due settimane fa che l’avevi sognata… A parte che già il fatto che ti segassi ancora pensando a lei era indicativo che non l’avevi completamente dimenticata, anzi…tutt’altro no?”

Aspettava una risposta, ero pronto a dargliela, punto nel vivo dell’argomento sessuale.
“Figa, ma lo sai che ci ho chiavato…egregiamente!”, roteavo le mani, più del dovuto…
“Lo sai quanto feeling, quanto…tutto. Lo sai, te l’ho detto altre due volte almeno…”. Pensieri al divano, al letto, alle vacanze. Mi si era stretto ancora lo stomaco, me lo ricordo ancora – e forse mi si stringe ancora un poco adesso. Contrattura numero ventimila della giornata, di quella giornata in cui avevo scoperto di essere stato dimenticato.

“Te lo ripeto. Io chiavo, si. Chiavare, lo sai anche tu, è una cosa egregia. Si vive per quello, lo sai che lo dico sempre!”
“Mmh”, assentiva, umano come me.
“Chiavare in giro, lo sai, ti dà un piacere di conquista che è impareggiabile. Ma se, e dico se…”
“Mmh” “Mi ascolti?” “Mmh sì, ti sto fissando figa, cazzo devo fare?”
“Ok…allora, metti caso: se il chiavare in giro, per conquista, in una scala gerarchica è il Principe del Piacere e del Godimento, in proporzione diretta il fare l’amore con la persona con cui ti leghi sentimentalmente per abbastanza tempo da condividere mezza tua vita è, metti caso, il Re del Piacere e del Godimento. No, l’Imperatore, il Kaiser del Piacere e del Godimento! Cioè, non è nemmeno arrivabile.”

“Mmh. Sì.” Sembrava avere capito il mio modo di esprimermi, sebbene fossi scosso, stanco, bisognoso di una carezza.
“Però adesso, in questo momento precisissimo, come ti senti?”

“Io, adesso, mi sento di merda. Non ho rimpianti, ma lei sta bene e io no.”
EGOISTA!, insegna luminosa, metri 3×4, iniziò a lampeggiare davanti ai miei occhi, con i più luminosi colori di ogni gamma. Ad accenderlo, manualmente, ogni persona che mi stava odiando, in quel preciso momento in ogni parte del mondo. Poca gente, ma buona.
EGOISTA! Lei stava bene. Eccome! Io no. Per niente.
“E pensa che mi sono trovato a pensare, caro mio-” “Non chiamarmi caro mio, lo sai, dai…”
“Eh, sì. Scusa. E pensa che mi sono trovato a pensare che se lei fosse da sola e felice, io sarei da solo e felice! E se io fossi fidanzato e felice, lei potrebbe essere fidanzata e felice!!”
Luminosa, accecante:
EGOISTA! EGOISTA! EGOISTA!

Ma non mi pentivo di quelle parole. Erano vere, forse dettate da rabbia e delusione…ma mai così vere e sincere.
La odiavo davvero perchè l’avevo amata davvero e lei davvero amava un altro. Come è giusto che fosse.
Ma non odiavo realmente lei, nè realmente lui. Nè, come in precedenza, gli altri gonzi che si erano accaparrati le mie lei, in sorte di fantastici giochi delle coppie, dei valzerini sessuali, dei girotondi a fini copulativi.

Lascia che la gloriosa danza dell’amore faccia il suo corso, mi dicevo mentre guardavo i solchi sul tavolo.
Però ero zitto da un minuto e mezzo, tant’è che si stava iniziando a spazientire. Guardava il cellulare.

“Oh be’, ascolta qui: io ho pure voglia di ridere adesso. Forse sto passando oltre…hai un video di Enrico Papi che sbrocca? Un  video di cagnolini…no, meglio di no, fai un video di…va be’, non mi viene niente, fai tu”
“…certo che sei scemo”, avvicina il cellulare, sorridendo del mio sorriso forzato. Enrico Papi e l’Uomo Gatto, ridiamo. Va bene così.

Per fortuna sono tempi andati. Basta con l’amore, meglio l’eroina.

si sta come d’autunno

Enrico Papi

ti odio

Nessun riferimento alla realtà.

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L’amore è quel che giace tra porno e noia

Se leggessi il mio blog da persona estranea a me stesso, reputerei Ruben Giovannoni una persona estremamente annoiata, o almeno la mia sensazione è questa. O forse ho questa visione di me e della mia vita, il che la dice lunga sulla mia soddisfazione personale.
Ed è strano che proprio nei periodi di noia, apatia, grigiore quotidiano si sviluppi tutto il mio spirito artistico sotto forma di scrittura, pittura, idee produttive e immagini mentali di come potrei modificare il mondo che mi circonda.

Tutte stupidate, mi rendo conto. Ciò che conta è quello che faccio, magari qualcosa che possa esaltare la mia mente. Qualcosa che una volta esposto, con finta modestia, mi porterebbe a dire “sì, ma è una scemata”.

Insomma, mi perdo pure nei miei stessi concetti, se non fosse chiara la mia situazione di noia.
E’ come se stessi lasciando agire il mondo intorno a me. Mi sento lambito dalla realtà, leggermente sfiorato. Mi muovo giusto per non lasciarmi sopraffare dall’esistenza altrui.

Non mi innamoro per noia. Anzi, non mi innamoro mai. O meglio, mai tranne quando ne vale la pena. La faccio sembrare una scelta, ma ci si innamora solo quando lo si capisce. Te ne accorgi a cose fatte. Sai che quello che vuoi è passare la vita con la persona che ti permette, anche, di lasciarti talvolta lambire dall’eterno scorrere del tempo e di chi lo popola esistendo.

La pornografia è la plastificazione del massimo motivo per cui siamo al mondo: riprodurci godere.
Porno e noia si rincorrono in queste giornate di solitudine mentale, intervallate da un amore mai visto.

Mi dai motivo di sperare in qualcosa di meglio. Sì, tu.
Non la bionda bolognese che si sfiora le braccia ascoltando il professore in Azzo Gardino. Quella, probabilmente, è un’emanazione mentale del mio modo di vedere la pornografia.
L’amore è altro, sto cercando un’interprete: e vorrei fossi tu.

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Dedicato a una persona che non si accorgerà mai di niente

Si sfiora le mani come in una quotidianità che è ancora taboo mostrare in pubblico; sfiora con le punte delle dita i palmi, i polsi, le braccia fino alle spalle, e ritorno. 
Non è sessualità, è qualcosa di psicologico, di mentale: è una conoscenza del proprio corpo che rende giustizia alla meravigliosa immagine che dà di sè. 
Io stesso se avessi il suo corpo mi guarderei allo specchio tutto il giorno, mi sfiorerei. Mi renderei conto di essere benedetto da una natura favorevole, un incrocio di geni talmente perfetto che lascia solo le briciole all’imprecisione.

Ha il corpo (per me) perfetto.
E lei non fa altro che viverci dentro. Anima di supernova, fisico da angelo.

E’ una persona che ti fa venire voglia di cancellare le storie passate, i dolori che non se ne sono ancora andati. E’ la persona a cui affideresti le tue future paure. 

Se ci fosse un trono nella testa di ognuno di noi (e so che molti di noi ce l’ha), lei sarebbe su questo trono. 
“Scansati, stronza! Qui mi ci siedo io, non vedi che cazzo di danni hai combinato?! Vattene a fanculo, nella tua città di merda a studiare le tue puttanate.”

Un colpo di fulmine unilaterale.
O meglio, sono entrato nella rampa dell’autostrada dell’amore contromano.

L’obiettivo di fare sesso diventa nullo, se ti perdi nei suoi capelli, e fissandoli pensi “Dove cazzo sei stata fino ad ora?”.
Non le guardi il sedere, le guardi l’anima. Poi le guardi anche il sedere, ma mentre le guardi il sedere pensi all’anima. Infatti non mi ricordo il sedere.

Questo non è il passato. Questo è il resto della mia vita. Il tempo stringe, e ogni giorno che finisce è uno in meno per avere l’opportunità di passare anche solo una serata con te.

 

Chiunque mi conosca, mi descrive come una persona che non si fa problemi ad avere a che fare con le ragazze. E’ pure vero.
Perchè con lei cambio strada?
Io mi immagino…
“Ciao!”
“Cieo (voce catarrosa e camminata goffa)”
Con successive divinità porche, mi sentirei finito.

Me lo dicevano: “Bello, l’amore! L’amore è una cosa meravigliosa!”
Ma mi dicevano anche “Gesù è morto per noi”, e poi si sa come è andata a finire la mia cristianità.

Piedi di piombo.

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Ad un’amica

Non sapremo forse mai come sarebbe andata, se fosse partito tutto con un poco più di intraprendenza.

So che tutto quello che ho fatto per te, mi è venuto dalla voglia di vederti stare bene. Tutti gli abbracci, le carezze, le dolcezze minime che si devono a visi dolci come i tuoi.

Ragazza, che tanto mi hai dato senza darmi niente tranne tanta passione per persone altrui, non te ne sei mai andata davvero, neanche quando te ne sei andata.

Per anni non mi sono curato di cancellare conoscenze logore e persone bisognose solo di piaceri passeggeri. Non sei logora, tu, e non sei passeggera.

Sei cambiata – sei sbocciata, sei un’altra persona meravigliosa. Non so ancora come maneggiarti, e il mio guardarti stranito è fastidioso, ma chi non si guarda attorno in una stanza che conosceva diversa? Solo il falso fa finta di niente, il distratto si concentra su cose non importanti, lo stupido non guarda altro che il suo interesse.

Non vedrò mai cosa sarebbe potuto succedere nel caso in cui avessimo tracciato una via comune, in due mani su un unico bastone nella sabbia. Ma vederti felice, e vederti realizzata, è stato per me strano, ma sarà per me sempre motivo di gioia. 

Ti ho vista piangere. Ti ho svuotata dai pensieri maligni, ti ho portata a far vedere come si sta quando si è spensierati. Ti ho persa di vista, mi hai perso di vista: ma anche una nave, una volta partita per l’orizzonte, può tornare.

Non siamo mai naufragati. Sono tornato, e tu per me.

Sarò sempre platonicamente tuo