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Via del Mare (ovvero: scritto per un concorso perso)

Dopo l’intrinseca velocità data dalla spensieratezza della giornata che si avvia alla fine, la banchina riposa. Rallenta il respiro del paese che, come ogni anno e in modo sempre più triste, si avvia alla chiusura della stagione.
Nei negozi di regali e ricordi che punteggiano la strada parallela alla via del mare si percepisce negli occhi del gestore una stanchezza malinconica, che si acutizza quando a fine giornata, a causa del calo dei villeggianti, la cassa si scopre un po’ più vuota del giorno prima. Quel negozio in particolare è una sorta di bazaar pieno zeppo di cianfrusaglie, giochi, palle, pistole ad acqua, ma anche tabacchi nazionali, pipe, bastoni da passeggio, retini da mare, piccolissimi rastrelli e secchielli per costruire strutture di sabbia che nell’immaginazione dell’improvvisato ingegnere di cinque anni di turno sono immense, bellissime, quasi abitabili: mille metri quadrati di castello di sabbia, si immagina il bimbo sotto l’occhio prepotente del sole; venti camere da letto, venticinque bagni e un salone per le cerimonie come se ne vedono nei film del cinema estivo. E dopo un paio di ore di lavoro, le mani graffiate dalla sabbia e il dolcissimo viso lambito dalla brezza marina, il piccolo ingegnere si trova con un cumulo di sabbia, un abbozzo di fossato che sembra più una pista da biglie, e due legnetti al posto della bandiera, su in alto, e del ponte levatoio, giù all’entrata invisibile. E’ un lavoro che non dura nemmeno sei ore: il vento e il caldo seccano la sabbia che viene, alla fine, spazzata via dall’alta marea, indifferente ai sogni dei bimbi dell’asilo.

Marco, 52 anni, gestisce il “Bagno William” da 32 anni, ereditato a vent’anni da suo padre, William appunto, morto “per colpa di un asso”, come si dice in paese, visto l’aneurisma che lo ha colpito mentre giocava a scopa al Bar del Centro con i suoi amici del dopolavoro; tengono ancora la mano di carte che stava per giocare in una cornice sul muro vicino al tavolo, tanto gli volevano bene. Marco, dicevamo, ogni anno l’ultima settimana di agosto racconta ai clienti e alla moglie che non riesce mai a dormire la notte. La vive male, la fine della stagione. Da ottobre e fino ad aprile inoltrato è costretto a lavorare lontano da casa, a venticinque chilometri, in una piccola azienda di trasporto per frutta e vegetali. Fosse per lui, dice, aprirebbe un bar in paese, ma il Bar del Centro e il Pub che ha aperto da due anni saturano l’offerta di intrattenimento per una popolazione che nei periodi di bassa non supera mai le duemila anime.
Ci si avvicina agli stabilimenti balneari con la cautela e la curiosità di chi si avvicina al luogo di un incidente. Marco è sulla porta, che guarda la spiaggia con una malinconia che percepisci nonostante il sorriso sempre presente, sempre accomodante. Ti fa avvicinare al bancone per offrirti un caffè con ampissimi gesti festanti delle braccia, anche se nel tono della voce si spegne qualcosa, ogni anno, verso il primo di settembre. Non puoi fare a meno di voltarti verso la spiaggia che, ormai da una settimana, si svuota ogni giorno di più.
“Cosa ci vuoi fare”, dice l’omone tutto tatuato ma dolce come il miele, “ogni anno è così ma non ti ci abitui mai, anche perchè mi piace avere a che fare con le persone, farle felici. Sembrerà strano, ma non faccio questo mestiere per guardare i culi alle ragazze”, e ride sbirciando la moglie che ha sentito e lo apostrofa in romagnolo.
Fatto il caffè e bevuto, ringrazio Marco e signora (ancora una gran bella signora) e mi avvio verso il centro.

Ormai è sera, e la solitudine stoica dell’ultimo grande piadinaro aperto monopolizza le attenzioni dei pochi passanti rimasti a gironzolare lontano dai problemi, lontano da casa, dai recapiti telefonici, dai figli, dalle preoccupazioni inutili e dalle ansie giornaliere, dalle tensioni del rientro e dalla latente voglia di scappare che permane nell’animo per nove mesi all’anno. Esiste, aleggia su tutta la Riviera, una sottile nebbia che non è naturale: è ansia condensata. Tutte le tensioni vissute per nove mesi all’anno escono dalle teste dei villeggianti che ridono, si divertono, o molto semplicemente vegetano in spiaggia facendo un crucintarsio sulla Settimana Enigmistica. E’ come se alla fine della stagione balneare questa sottilissima ma persistente nebbiolina, ascesa a centinaia di metri dal suolo per tre mesi, scendesse sui paesi della Riviera e lasciasse agli abitanti uno sconforto generalizzato, un mal d’essere infuso nelle persone che abitano quei posti creati appositamente per la felicità e la gioia che diventano in meno di una settimana chiusi, grigi, disabitati, stanchi.

Dovreste vederla, la pineta, a settembre.
Un’aura di incompiutezza invade il prato scarno, come se le migliaia di persone che girovagavano intorno ai tronchi dei pini marittimi avessero, improvvisamente, avuto di meglio da fare, allontanandosi da lì per centinaia di chilometri.
Gli altissimi fusti si attorcigliano all’aria, si aggrappano verso il cielo fregandosene della gravità, battuti dal forte vento marino che nel cambio di stagione cerca di raggiungere il centro abitato, ma trova la pineta, rigida e bellissima come una barricata a Parigi.
Chili di aghi freschi calpestati da giovani amanti a piedi nudi in cerca di una malcelata intimità sono sotterrati da altri chili di aghi, più freschi dei primi, lasciati a riposare intoccati per mesi e mesi.

Poco lontano, di fianco a un bagno, affacciata sulla spiaggia, una balera. Una vera balera, con tanto di liscio, anzianotti ballerini e suonatori di fisarmonica sudaticci e col riporto, si riattiva per la stagione invernale, baluardo di una generazione al tramonto che non si vuole arrendere all’evidenza di una schiera di persone che ogni anno, alla fine della stagione, si trova sempre più rarefatta, numericamente ormai debole ma di spirito forte.
Anche gli anziani delle balere, o i “vecchi ragazzi” del Bar del Centro, hanno gestito stabilimenti balneari, o vivono nell’indotto di un’industria turistica spesso molto florida, e come chiunque viva quel piccolo mondo marittimo alla fine di agosto iniziano la fase malinconica dell’anno, il graduale acclimatamento alla penuria di facce nuove che l’autunno porta per le strade.

Più che il “mare d’inverno” della Bertè, le vere peculiarità e le poesie più intense si percepiscono nel mare d’autunno; il mare d’inverno è ciò che segue la magia nera che fa sfiorire interi paesi e ne fa cadere i petali coloratissimi, spazzati via dolcemente dalla marea.
Sguardi nel vuoto, non tristi ma speranzosi, proiettati già alla stagione dopo, avanti un anno come i visionari, come solo i romagnoli possono essere. La poesia e allo stesso tempo la concretezza del ciclo delle stagioni, del ciclo della vita che ogni anno è identico a sé stesso, ha gli stessi effetti su via via nuove generazioni di ragazzi plasmati dall’estate che non può fare a meno di sfiorire, di degradare, e che alla fine non può non portare rimpianti per non averci provato con la ragazza del Bagno 15 o per non essere andato alla festa danzante del 15 luglio in riva al mare, per non avere fumato quella canna o per non avere vinto a racchettoni contro i bulletti del bagno di fianco.

Non c’è da spaventarsi, comunque: l’uomo sa adattarsi.
Non è vera tristezza, non c’è sconfitta in questa storia: è solo la vita, e la vita è fatta di cicli. E il respiro rallentato del paese coccola gli abitanti, come in un dolcissimo e vitale letargo, mentre la giornata si avvia alla fine per l’ennesima volta

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E’ meglio che tu rimanga ignaro

Quando si parla di anziani è facile trovare aneddoti che riguardino la religione. Ne racconto uno io, propedeutico al discorso di cui voglio parlare.

Mia nonna, da quando sono vivo cosciente e capace di registrare ricordi nella mente, mi racconta di tonfi strani in soffitta, rumori inspiegabili in camera da letto e altre cose simili. La cosa comune a tutte le storie di questo tipo che mi ha raccontato nel corso degli anni è che si risolvono tutti con una preghiera detta al santo giusto, o una promessa allo spirito inquieto che il giorno dopo un cero sarebbe stato acceso in suo onore.
Più recentemente le storie si sono fatte più dense, e l’ascolto diventa come tuffarsi in una piscina di acqua fredda: la botta iniziale è molto forte, fai fatica ad abituartici ma poi non vuoi uscire. Ecco, molti di questi aneddoti sono difficili da ascoltare, sono storie vere e veramente inquietanti, ma appena senti il primo vorresti ascoltarli tutti.

E’ capitato recentemente che mi raccontasse, per farmi desistere dalle mie posizioni atee, che di notte molto spesso nel letto sente il respiro di suo marito, mio nonno. Spesso sente anche la sua voce, in così tanti casi che lei potrebbe considerarla una cosa comune.

…ça va sans dire, mio nonno è deceduto.

Fisicamente, non esiste più. Ma continua ad esistere e farsi sentire, ad essere presente nella sua esistenza. Lei che tanto ha sofferto nella sua vita trova in questa verità quotidiana un supporto. Lo sente, ed è vero che lo percepisce, e questo la solleva.

Uscendo di casa, facendo le cose più disparate, vivendo il mio quotidiano, ho ripensato più e più volte a questi aneddoti. Ora, non voglio in nessun modo respingere come falso tutto ciò che percepisce mia nonna, ma mi ha ricordato molto da vicino un evento che mi ha segnato, e che non c’entra con persone decedute o con eventi traumatici.
Be’, forse un po’.

Era il 2012, nel breve periodo in cui ho vissuto in un appartamento di Via San Donato a Bologna per calmare le mie agitatissime acque interiori nel mese successivo al terremoto emiliano, vissuto in prima persona come centinaia di migliaia di altri miei conterranei. Ma non è questa la cosa.
E’ una storia leggermente più frivola.
Avevo in quel periodo due coinquilini, un veneto e un calabrese (credo almeno che fosse calabrese) e, da ultimo arrivato, mi fecero uno scherzo.
Esiste un sito su internet che “indovina tutto, ti legge nella mente” (non è Akinator). Ci avevano messo così tanta enfasi che ho finito per cedere e provare, insieme a loro, quel sito.
Mi chiesero di formulare una domanda di cui non conoscevano la risposta. La feci.
Il sito ci prese, rispose perfettamente.
Impallidii.
Quel maledetto sito indovinò due, tre, quattro domande, continuava a rispondermi in modo giusto.
Mi disse, sempre il sito, che si stava arrabbiando perchè la piantina di basilico stava morendo, E LA PIANTINA DI BASILICO STAVA DAVVERO MORENDO.
Come me, ma di paura.
Dopo avere sclerato in giro per l’appartamento, scansando un veneto e un calabrese che si sbellicavano dalle risate (perchè erano loro stessi che, dopo avermi chiesto la domanda, mi chiedevano anche la risposta e la scrivevano di nascosto sul sito, e io che ci sono cascato come una pera cogliona cotta), venni minacciato dal sito.
“TI SPOSTO IL CUSCINO DEL LETTO”.
“TI ACCENDO LE LUCI DELLA CAMERA”.
E succedeva tutto. Deus ex machina, anzi: ex idiota, erano i coinquilini che, ovviamente, mi spostavano tutto, mi accendevano e spegnevano le luci mentre non guardavo.

Questo aneddoto si divide, e qui arriva il vero punto della questione, in due parti.
La parte in cui, ingenuo e cretino, credetti che le cose causate dai coinquilini fossero vere, e la seconda parte, quella che interessa a me ai fini di tutto questo, in cui iniziai effettivamente a vedere e sentire, percepire, cose.

Finite le angherie burlone del veneto e del calabrese, che avevano smesso di ridere e mi avevano chiesto di vedere con loro un film nella loro stanza, io non avevo smesso di essere spaventato da quello che per me era ancora un incontro con un essere sovrannaturale.
Non riuscivo a non pensare al fatto che un sito mi avesse “letto nel pensiero”. E nel buio della stanza in cui eravamo a guardare il film, iniziai a vedere sotto al letto delle luci.
Le vidi, non c’è alcun dubbio.
Una volta a letto, percepii distintamente rumori in camera. Rumori, non saprei definirli meglio. Continuai a vedere le luci, piccolissime e colorate. Tipo Stranger Things, ma senza elettricità. E iniziai a sentirmi toccato.

Sono cose che erano, ovviamente, frutto della mia mente. Cose che il cervello percepisce come reali, esterne, ma che arrivano…dal cervello. Una suggestione fortissima può creare questo ed altro, anche cose molto più pregnanti e “reali” (come nel caso delle allucinazioni, o nelle visioni, o molto più artificialmente nei trip di acidi).

Non dico che mia nonna, insieme a milioni di persone, dicano falsità. Io credo davvero che percepiscano le cose che dicono di sentire.

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Un Sabato Italiano

Correva l’anno XIV E.F., che corrisponde al 1936.

Era un sabato di un aprile già particolarmente caldo, e noi nuotavamo in uno di quei climi che nella bassa padana cuociono le braccia degli agricoltori, rendendole dorate fin dai primi giorni di maggio. Le nostre piccole divise, perfette in ogni dettaglio, risaltavano nere sulla terra chiarissima della piazza di San Giovanni Po.
Capirai che in divisa, immobili, con quel caldo e quel sole, non ci stavamo volentieri: eravamo dei bambini di 10 anni e ci interessava solo correre sull’argine maestro, ma resistavamo stoici. La disciplina infusa nella bacchetta impugnata dalla maestra ci faceva più paura dello sguardo, in realtà vacuissimo, del gerarca della Sezione Provinciale del PNF. Mi sembra si chiamasse Fornaceri, o Fornaccini; comunque, era un nome piuttosto goffo. Nomen omen. Lo mandavano sempre da noi, nella Bassa laboriosa e allora ancora pienamente agricola, perchè (ho saputo poi anni dopo) era uno dei gerarchi più tonti della Bassa Emilia, uno di quelli nemmeno capaci di ricordarsi i canti fascisti a memoria. Dicevano che sbagliasse il testo di Giovinezza tutte le volte. Tutte le volte. Ci vuole impegno anche in quello.

Era sabato e, come ti ho detto tantissime volte, il Sabato (come tantissime altre cose, in quel periodo) era Fascista. La Befana, le Leggi, l’unico Partito, l’Impero. E pure i giorni, il Sabato più degli altri.
Programma della giornata, stabile e fisso fin dall’avvento di Starace alla Segreteria del PNF era il seguente: esibizione ginnica dei ragazzini dell’ONB, e poi, di solito in diretta da Palazzo Venezia, il Discorso del Duce amplificato per tutta la piazza.

E’ inutile che ci prendiamo in giro: certe cose, per un bimbo di 10 anni, sono più grandi di ogni comprensione.
Pensaci: ti trovi, teso per la presenza degli spettatori tuoi compaesani, in una coreografia preparata nei minimi particolari, a danzare in cerchio, cantando tutti in coro per la grandezza dell’effige che sovrasta la piazza.

La gigantografia del Duce, con la sua sovrabbondante mascella e il suo sguardo truce verso il Sol dell’Avvenire (sic) e contro i nemici della grandezza nazionale, sovrastava ogni persona presente. Un bimbo di dieci anni non può non sentirsi sopraffatto da una situazione del genere.

Avevo preso l’abitudine, in quel periodo, di copiare con la carta e il calamaio di mio babbo le fotografie che vedevo sulla Gazzetta dello Sport. Quel pomeriggio, pensa che me lo ricordo ancora, avevo portato con me, nella tasca dei miei cortissimi e nerissimi calzoncini, una di quelle mie riproduzioni.
Disegnavo talmente male che dovevo scrivere il nome del personaggio che avevo disegnato a piè di pagina, giusto per riconoscere chi avessi sgorbiato con il pennino sul foglio quando ritrovavo tra i libri di scuola o nelle tasche dei vestiti quei miei piccoli ritratti.
Quel giorno stringevo nella mano destra, sudatissima per l’attività motoria staraciana, la mia piccola effige di Meazza (mio papà allora tifava l’Ambrosiana e io, seguendolo fin da allora e per i decenni successivi, ho sempre tifato Inter). Erano i miei piccoli santini, che benedivo con il mio sudore d’infante, e che stringevo con forza per resistere moralmente allo sguardo atroce del gigantesco santino fascista che sovrastava la piazza e tutti i forzati avventori. Quello con l’elmo grigio in testa, quello con la mascella prominente e il passato socialista.

Fatto sta che a un certo punto del pomeriggio dopo l’esibizione ginnica, nell’unica piazza di San Giovanni che fungeva anche da sagrato della Chiesa, si era radunata tutta l’Opera Nazionale Balilla, più tutti i Reduci, più tutti i pretacci fascisti, più gli avventori, i nostri genitori e, in faccia a tutti sul palco allestito al lato della Chiesa, tutti gli alti gradi della Bassa Fascista:
il Podestà dei Comuni Riuniti di San Giovanni e San Clemente, Tarasco Messori;
il suddetto Gerarca Fornaceri (che non aveva dimenticato la sua faccia da tolla in Sezione);
qualche altro inutilissimo dirigente comunale, qualche passacarte, qualche “nipote di” posizionato abilmente in qualche ufficio pubblico (succedeva anche allora, eccome se succedeva).

San Giovanni Po, sebbene fosse il più grande dei due Comuni Riuniti, era veramente molto piccolo: ci contavamo tutti i sabati nella piazza del paese. Mio babbo diceva che non superavamo i 500, mia mamma addirittura tutte le settimane dopo il raduno in piazza osservava, tra il sorpreso e il preoccupato, che ogni settimana in paese calavamo di numero, ma allo stesso tempo non si spiegava come potesse succedere.
Fatto sta che in comunità così piccole e distanti dai centri nevralgici del potere, certi meccanismi sociali non cambiano neanche sotto dittatura: San Giovanni, in particolare, era un paese di pressapochisti.
Nella mia ingenuità dei miei dieci anni volevo un gran bene a tutti i miei compaesani, ma parliamoci chiaro: se in una popolazione di 500 persone non si trova un solo addetto all’accensione serale dei lampioni (immagina quanti lampioni potessero esserci, nel 1936, in una Comunità Rurale della Bassa Padana) deve esserci qualcosa che non va nell’indole dell’intera comunità del paese.
Ti racconto questa, che è un po’ il filo rosso di tutta la storia: il Podestà Messori aveva deciso e ordinato nel suo primo anno in Comune che si trovasse un elettricista scelto tra i pochissimi capaci di mettere le mani sui fili elettrici senza uscirne pelato e profumato di pancetta, e che potesse operare su tutto il territorio comunale (un territorio piuttosto piccolo, invero).
L’elettricista che venne scelto tra due candidati fu un anzianotto di 67 anni, che era tutto il contrario del “fascista perfetto”: se lo avessero messo su un campo di battaglia avrebbe scavato una buca così profonda e in così poco tempo che avrebbe trovato il petrolio in 34 secondi netti. Un codardo, insomma. Inoltre, cosa che non era sfuggita al Podestà fin dal primo colloquio, era uno scansafatiche nato. Si chiamava Manzotti, penso. Non venne scelto l’altro solo perchè non aveva la tessera del Partito, però era un ingegnere. Valli a capire, questi fascisti.

Il Podestà aveva richiesto che l’Elettrifascista Manzotti (così lo chiamavamo noi bambinetti per divertirci alle sue spalle) spendesse “almeno 2 (due) ore alla settimana per la manutenzione ordinaria di tutte le attrezzature atte alla buona riuscita delle manifestazioni organizzate dagli Enti Fascisti e sotto la giurisdizione delle Leggi Fasciste”, così recitava il decreto comunale.
In pratica, il suo lavoro consisteva nel controllare che nella radio e nell’impianto di altoparlanti in possesso del Comune conservati nel capanno comunale non ci fossero topi, ragni, uova di piccioni o tortore morte, e che gli impianti elettrici fossero sempre in buone condizioni.
Oggettivamente, due ore a settimana non sono molte, o sbaglio?
Bene, senti qua: pur di non farsi neanche quelle due ore a settimana di “lavoro” dava una lira ad un ragazzino che aveva più o meno la mia età e che firmava al suo posto.
Perchè lui aveva “cose più importanti da fare”, diceva a mio padre.
Credo che le cose più importanti da fare fossero passare tutti i pomeriggi a bersi da solo una bottiglia di bianco di Castelfranco davanti al Bar Sport mentre bestemmiava a mezza bocca per non farsi sentire dal parroco, con tre carte in mano e una sotto al cappello per fare fessi tutti e venti gli anziani del paese. Peccato, però, che lo pigliassero sempre in castagna. Che razza di bastardo.

L’impianto radio con gli altoparlanti, nonostante la manutenzione mai effettuata, lavorarono benissimo dal momento in cui vennero consegnati al Comune, e tutto filò liscio per un anno abbondante.
Fino a quel sabato lì.

Ti dicevo che eravamo tutti in piazza. Il palco, la gente, il sudore e la figurina mal disegnata in tasca stretta nella mano sudata. Il Gerarca con la faccia da tolla, e il Podestà al suo fianco.
Quest’ultimo, imperioso e con un solo gesto eloquente, fece segno al Manzotti di accendere l’impianto, già tutto montato e predisposto fin dalla mattina, con le trombe degli altoparlanti montate bene in alto sui pali dei lampioni tutto intorno alla piazza.

La tensione salì tutto d’un botto quando, nel momento in cui dagli altoparlanti aspettavamo la voce di Achille Starace, ricevemmo invece uno stridìo assordante.
Il Podestà, ci accorgemmo in un istante, stava già sudando freddo.
Anche il Gerarca iniziò a sudare, ben lontano dall’ideale di autorità che avrebbe dovuto rappresentare, e iniziò a vibrare insieme alla sua pancia e al suo cinturone: tutto tremebondo e vestito d’orbace com’era sembrava un budino d’uva.
Il Manzotti, quel pomeriggio stranamente sobrio e risoluto, seguendo con l’orecchio i fischi dell’impianto, girò l’unica manopola del primitivo impianto alzando e abbassando il volume. L’opera di persuasione pacifica nei confronti dell’apparecchio durò però poco, vista la scarsa pazienza del 67enne che, nonostante la rara ritrovata sobrietà, era conosciuto come un individuo colleroso.
Si fermò, immobile, per un secondo lunghissimo, prima di partire con una scarica di pugni in direzione della lamiera che copriva le valvole della radio.

L’unico agente dell’O.V.R.A. fece un brevissimo scatto, e lo stesso Podestà sbiancò e fece per muovere le mani verso il collo del Manzotti, quando all’improvviso si sentì una voce vibrante di diaframma, forte e calda uscire dalle trombe alte sulla piazza.

“CAMICIE NERE DELLA RIV-“

Basta. Nient’altro.

Un gigantesco e altissimo fischio accompagnò quelle pochissime parole.
L’esplosione acuta delle valvole seguì il fumo che da pochi secondi si insinuò tra le fessure della radiolona collegata all’impianto che, mai controllato, aveva ceduto tutto d’un botto.

La folla, muta per qualche secondo, non aveva il coraggio di guardare da altre parti oltre che sul palco. La vera paura in realtà fu per molti secondi di farsi scappare un minimo, rischiosissimo sorriso.

Il Gerarca, deciso e scattante per la prima volta nella sua vita nonostante la stazza tutt’altro che “staraciana”, urlò con la sua vociona al culmine dei suoi polmoni:
“SALUTO AL DUCE!”.
Lo mosse la paura. Si fece molla per volere del suo prominente Duce.

Il Podestà Messori era tra il livido e il nero, la mascella serratissima e la coda dell’occhio tagliente verso quel Manzotti, 67enne pensionato, che da quel giorno scomparve dalla circolazione.
Mesi dopo iniziò a girare la voce che l’avessero deportato nel Lazio bonificato con la moglie e la nuora, insieme ai mobili e un mulo in prestito. Probabilmente da quel momento iniziò a dare schiaffi anche alle zanzare, oltre che alla moglie. Odioso bastardo.

Dopo l’urlo del Gerarca, prima sul palco e in un secondo in tutta la piazza, tutti salutarono romanamente.
Noi ragazzini, con le scarpe di cuoio impolverate, non vedevamo l’ora di correre e toglierci quella mantella maledetta. Alzammo poco convinti il braccio, non per scarso amore ma per molta voglia di smobilitare e tornare ad essere i bambini che eravamo, sotto il fez e dietro la sciabola in miniatura.

Parlammo di quella domenica per anni, e ancora ne parlo con i miei pochi coetanei rimasti.

Grazie per avermi ascoltato. Ti voglio bene, sai? Passami a trovare ancora quando vuoi.

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Una storia lunga un passo

La bellezza (esteriore) di certe persone è destabilizzante. Camminano verso di te sotto i portici, umani come te, ma in un certo senso di un’altra specie.
Non c’è uno standard, non esiste un’asticella o una valutazione finale, o almeno non si può essere giudici efficienti nell’arco di venti passi: ci sono, però, caratteristiche fisiche che colpiscono.
Ci sono persone a cui spiccano, nella loro normalità, gli occhi. Roba da dichiarazione d’amore: profondi, incavati, o del colore del mare, con la pupilla a galleggiarci in mezzo.
Altri, più banalmente, hanno tratti somatici nord europei che risaltano nella media mediterranea composta da occhi grandi, colori scuri e altezze contenute.
Questi finti nord europei ti confondono con la loro appariscenza, con queste gambe infinite intelate in metri quadrati di calza nera a 800 denari, e poi ti smontano le teorie che avevi immaginato sulla loro permanenza in Erasmus a Bologna passandoti a un metro scarso ed esclamando un “cazzo!” in un perfetto marchigiano.
Sono delusioni. Sono vari secondi di pensieri da cestinare. E’ un peccato, potevi pensare meglio a quelle gambe, e invece pensavi alla sua vita in un paesino danese, forse Glottoborg o un altro con un nome più brutto ancora, con il suo ragazzo alto e barbuto, o alto e biondo, o alto barbuto e biondo, ovviamente indossando una maglietta dei metallari più in voga del Regno di Danimarca.

Rimani impigliato nei ricci di una italiana, ti tuffi alle braccia di una ventenne al secondo anno di Storia, baci con gli occhi la guancia di una bionda. Sono flash che durano una frazione di secondo, ti scaricano la tensione della giornata, è la fuga innocua ed eterosessuale da una quotidianità tediante e fastidiosa che non è la fine del mondo, ma è comunque un navigare a vista.

Camminando verso una vetrata ti accorgi di una coppia di ragazze, sedute a pranzare su una panchina, che mi guardano il sedere.
Il sognare è una cosa comune, allora. Tutto in una frazione di secondo.

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Religione per uso personale

“Ti dicevo, era quel periodo lì”
“Eh”, fa quasi disinteressato, alzando la testa un secondo.
“Eh, non sapevo dove sbattere la testa, e mi è capitato di sentire…cioè, non di sentire come fosse, che ne so, una vocazione o cazzate simili, ma mi è partito un moto strano proprio dalla pancia diciamo; e niente, mi sono preso su e sono andato in chiesa.”

L’altro spalanca gli occhi mentre guarda in basso, poi senza cambiare espressione gli spara i suoi fari oculari in faccia.
“In chiesa?!”
“Sì!”, ridendo sommessamente.

“Che cazzo sorridi?! Tu, in chiesa??”
“Ma sì, cioè, allora? Lo ammetto, mi sembra strano anche a me eh, figurati”
“Eh no, infatti”
Muove le mani quasi a giustificarsi, “Ma la sai, la situazione che avevo”.

Pausa.

“Non volevo che soffrisse più del dovuto. Boh. Mi è sembrata una cosa bella, quasi…”

Pausa.

“…andare a pensare a lui, riflettere e sperare intensamente che non soffrisse più del dovuto durante i suoi ultimi giorni”.

Quasi gli sputa il caffè in faccia dalla sorpresa, tossisce; ma mica per cattiveria. E’ che lo conosce da così tanto tempo che una sfumatura così importante dei suoi sentimenti, saltata fuori così all’improvviso, gli fa quasi impressione. C’è da dire che non l’ha neanche mai visto in un periodo di così profonda crisi, ma tant’è: certe cose fanno impressione anche se ti ci prepari per dei mesi, figurati se ti saltano fuori all’improvviso, mentre bevi un caffè ai bordi della conca di Santo Stefano.

“Ma guarda che così mi ammazzi dalla sorpresa. Tu, in una chiesa, perchè speri nella misericordia?!”
Si è reso conto di essere un po’ troppo sorpreso, al limite della scortesia. Allora aspetta un secondo, rimodula l’umore, e poi
“devi aver passato dei brutti giorni, se ti sei attaccato a queste cose, alla chiesa e alla misericordia e tutto”.

Dallo scherno, alla compassione, e infine alla comprensione.
Ha capito. Non è stupido, e in più gli vuole un gran bene, anche se non glielo ha mai detto.
“Io non credo nella chiesa, lo sai bene come la penso, che come istituzione è il fallimento della razionalità, non voglio tornarti ad annoiare”.
“Sì, lo so, e sai che la penso come te. La penso ancora come te, eh!”
Abbassò la voce.
“Ma per un momento, seduto lì da solo al freddo su quella panca del cazzo, ho sentito tutta la comprensione e l’empatia di chi, sotto quello stesso tetto nel corso dei secoli e per secoli fino a un minuto prima che mi sedessi quel cazzo di pomeriggio, aveva sperato, pregato, o solo riflettuto per le persone a cui teneva.

Lì non è più una questione di religione: a quel punto, ho pensato e percepito che è una questione di luoghi, di empatia. Sensazioni immortali che condividi con chi si è seduto in quello stesso posto, su quella stessa panca, in quel metro quadro, però cinquecento anni fa o anche di più. Migliaia di individui, di ere diverse, accomunati da speranze, preghiere più o meno cristiane, sofferenze esteriori o interiori”.

Lo segue nel suo ragionamento, lo fa finire. Non vuole appesantire il discorso.
“Oh, se devo essere sincero, io non ce la farei a riflettere o pensare con il Cristo lì appeso che mi guarda. E’ una cosa più forte di me. Anche a scuola era così: ti fissa, da sopra la lavagna. L’ho iniziato ad odiare, perchè io non ci credevo in Lui ma stava lì a guardarti, come per dire Mi sono sacrificato per te, perchè non fai il buon cristiano? E io che pensavo che il buon cristiano non sono io, forse era il mio vicino di banco che la domenica andava ancora alla messa delle nove con tutti i sacramenti possibili, ma io non vedevo un confessionale dal 1987. Volta lo sguardo e lasciami finire la verifica in pace, su”.

Ride, ha anche un moto di sollievo perchè ha alleggerito il discorso, e butta giù l’ultimo sorso di caffè ormai freddo.

Ride anche l’altro, l’Empatico, perchè la pensa esattamente uguale.
Mentre ride, rimane a fissare l’entrata della Chiesa di Santo Stefano, seduti dov’erano sul muretto del portico piantato a cornice triangolare della piazza.
Fissa il portone, pensa a quando lo ha attraversato, a quando dentro ci si è seduto al freddo, a quando nascondeva le lacrime ai turisti. E, involontariamente, pregava. Non lo sapeva, ma pregava.

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Cielo plumbeo con possibilità di rovesci (ovvero: “Mala tempora currunt”)

La nostra cultura, la nostra società e il nostro modo di concepire il mondo sono di carattere estremamente positivo. Come immersi in un liquido, non ci rendiamo conto delle bellezze del nostro tempo perchè ne siamo avvolti.
Abbiamo scritto e fissato per le generazioni a venire i diritti dell’uomo, perchè tutti possano vivere senza la paura di essere portati in prigione, torturati, messi all’indice della società senza meritarlo.
Abbiamo una cultura media che non è mai stata così alta, e questo porta a un innalzamento della qualità della vita, insieme al welfare e all’assistenza sociale, cardini del nostro vivere comune quotidiano.
Viviamo in un Paese ricco, in cui la povertà è affare di una percentuale di persone estremamente inferiore alle epoche appena precedenti alla nostra; è anche questa, a tutti gli effetti, una cosa positiva.

Non ci capita mai di pensare a quanto siamo fortunati a vivere in un’epoca in cui le comunicazioni sono così facili che basta prendere in mano un dispositivo per sentire una persona, chiunque essa sia. Un solo dispositivo, che sia un telefono, un cellulare o un computer.
Prima? Lettere, se avevi la disponibilità immediata di carta, o lunghi ed estenuanti viaggi per vedere una persona. Ore, giorni di treno, carrozza, cavallo. Adesso, poche ore per andare dall’altra parte del mondo.

Bowie. Morto senza preavviso, come Freddie e tanti altri prima di lui. Nato David Jones. Duro lavoro quotidiano portato avanti per decenni, ha forgiato ogni aspetto della sua vita nel fuoco dell’arte.
Nel giorno della sua morte, inaspettata ed ennesima pietra nel memoriale di un mondo artistico che sta scomparendo controvoglia, milioni di persone canticchiano le sue canzoni. Mentre guidano, mentre cucinano, mentre si lavano le mani o portano i figli a scuola.

Melodie eternate in dispositivi fisici e riprodotte miliardi di volte, e poi imparate a memoria da milioni di persone che si lasciano scappare un rigo di musica fischiettante dalla bocca, esattamente nello stesso modo in cui David Jones, noto come Bowie, l’aveva canticchiata decenni prima, in quel balzo di genio in cui quella stessa musica, lui, l’aveva concepita.
Messosi al piano, ha preso i suoi fogliacci e ha scritto quello stesso motivetto che lui, pochi minuti prima, aveva in mente, ancora incompleto ma già nitido, e che decenni dopo, il giorno della sua morte, tutto l’Occidente civilizzato canticchia.

David Bowie, come miliardi di altre persone prima di lui e prima di altrettanti miliardi di persone, lascia il suo corpo, responsabile di tutta la bellezza che ha sparso in giro per il mondo. Chissà dov’è, adesso che è leggerissimo.

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Ti dimentico, ma lasciami godere

Goduriosi ettari di terra si stendono sotto le gomme della mia macchina, calde com’è calda l’aria che respiro, attraverso le immonde bocche plastiche del mio cruscotto; sgocciolo per pochi istanti i miei pensieri su di te, appena prima di intonare ancora una canzone a squarciagola, tra i vetri chiusi che mi scaldano ad effetto serra e mi cuociono, con gli alberi fuori a controllare il mio grado di cottura qui dentro, in questo dispositivo di spostamento che il suo produttore ha voluto nominare Fiat Punto.

Godo, godo e godo se rifletto mentre canto di quello che ci aspetta, che può essere nulla e può essere tutto: qualsiasi cosa con te può essere il mondo. Questi scampoli di estate si sciolgono addosso come una doccia di emozioni indefinibili, e io mi sento felice. Felice perchè tutto questo sta per finire.

Odio l’estate, non sopporto la sua aria forzatamente spensierata, non riesco a compatirmi il sudore sulla schiena spiaccicata al sedile, forzatamente bollente come qualsiasi cosa si debba prendere in mano. Non riesco a pensare a una sola ragione che mi possa far amare l’estate.

Anche se, poi, pensandoci bene, qualcosa ce l’ho.

La tua bianca pelle si scotta sotto al sole, e il tuo rossore si confonde con la voglia e l’imbarazzo, e la sensazione di essere inadeguati. Ti ritrai, nel tuo striminzito due-pezzi, guardiana di un pudore e al tempo stesso invereconda somma di pensieri malati. Se ognuno di noi è ciò che pensa, tu sei una nichilista del sesso. Ti annulleresti, pur di godere.

Turgida, con un indice sul ginocchio. Hai i brividi se ti parlo piano. Sei malata, e mi piaci.

Questa estate è finita troppo in fretta, e questa storia d’amore non è mai esistita: sei stata la perfetta interprete di tutto quello che ho sempre odiato anche di me. L’egoismo, nel sesso, è foriero di piacere personale e delusione altrui.

Perdermi tra le parole è godurioso, come lo sono gli ettari di terra che si stendono sotto le gomme della mia macchina, calde com’è calda l’aria che respiro. Sgocciolo per l’ultima volta i miei pensieri su di te, appena prima di intonare una canzone a squarciagola, per dimenticarti e farmi osservare dagli alberi, attraverso il finestrino, con i brividi e la voglia di fuggire. Ti dimentico, e godo solitario col pensiero alla prossima avventura.

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Il punto più bello dell’estate è quando è finita e ti godi il ricordo

Nel mio piccolo, minuscolo paese, la piccola, minuscola sagra finisce, portando nel suo sacco pieno di giostre, tzigani, estratti di maiale, pesche miracolose e gloriose cantonate, anche gli ultimi scampoli dell’estate. Torrida, fastidiosa, irragionevole ed insopportabile, ha lasciato solo la sensazione di non essere mai arrivata, insieme alla pelle appiccicosa per l’eccesso di umidità. E poi si chiedono perchè qua ci fosse la malaria.

Qua, cioè là.
Io sono qua, abbastanza lontano da godermi un clima diverso. Marittimo, direi.
Accovacciato, con la testa tra le gambe, sul bordo di un marciapiede, nella strada che fa da passarella a tutti gli stabilimenti balneari. Maledetti romagnoli, avete preso un pezzo di terra colonizzato dalle zanzare e ne avete fatto la California dei poveri, se vi pigliaste la Sardegna verrebbero da tutto il mondo ad acclamare le nuove Antille.
Aspetto, sotto schiaffo della pioggia che incombe ma non ha voglia di scendere, mette solo una certa aria in circolo.

Il tizio del cocco se ne va, sul suo carrioletto scalcagnato. Prende una buca, gli cade un cocco e bestemmia. Eppure è negro: ma le bestemmie le ha imparate.

C’è un fuggi fuggi dalle casupole degli stabilimenti, e dalla mia prospettiva posso godere di mamme grasse e bimbi claudicanti mendicare bricioli di attenzione che, mentre si fugge dalla pioggia incombente, non si può concedere. Si corre, verso le macchine, verso le strade strette del Lido, di questo paesello squadrato, artificiale, senza storia e senza meta, senza inverno e senza anima.

Testa in mezzo alle gambe, col vento in faccia appena smorzato da una palma e da una recinzione di legnaccio.

Fine agosto. La morte, ma più che morte il letargo, di questi posti dimenticati da tutti in nove mesi su dodici.
Quello che mi ha sempre affascinato di questi luoghi, mete di pellegrinaggi vacanzieri di centinaia di migliaia di persone, è che vivono solo tre mesi all’anno.
Ho sempre chiesto dei loro abitanti, quelli che ci abitano davvero. Nessuno mi ha mai saputo rispondere con certezza: alcuni parlano di scuole elementari con pochi scolari, altri parlano di scuole superiori aperte per puro miracolo per mancanza di ragazzi. Ho sentito di alcoolismo tra maestri d’asilo, di suicidi tra gli spazzini che non hanno di che tirare su dall’asfalto d’inverno. Gli spazzini, per suicidarsi, si mettono al contrario, a testa in giù, nei bidoni della spazzatura, in attesa che un altro spazzino chiuda il sacco e butti tutto nel camion compattatore. Me l’ha detto uno, era il 1996, e aveva 4 anni come me. Giuro.

Un barista lucida un bicchiere, come nella più grande tradizione dei baristi del mondo. Lo lucida, un panno bianco, lo asciuga e poi via sulla mensola. Tin. Coro di bicchieri. Lo sguardo assonnato guarda le nuvole nere arrivare dalla Croazia. Il barista è di Lugo, ed è convinto che i Croati mandino le nuvole apposta per rovinare le ultime settimane di vacanza, e di guadagno. Glielo chiedo, ne sei davvero così convinto? E lui sì, me lo diceva anche mio nonno, diceva che era colpa di Tito allora, sangue matto quei balcanici. Va be’, valli a capire quelli di Lugo.

Chiuderà tutto. Tempo una settimana, e chiuderà tutto.
La sabbia verrà dragata, pulita, da Comacchio arriveranno gli stagionali e via a pulire, nettare tutto il lido, tutte le strade, per guadagnare due soldini da spendere in vacanze degne, magari appena più giù, nelle Marche.

Il piadinaro mi avverte che i rifornimenti di salumi sono già finiti. Li richiederà in dosi ridotte, per non buttarli via insomma, scusate, capite vero? Va be’, valli a capire quelli del Lido.

E allora mi avvio, sto attento ai legnetti bastardissimi che si nascondono nell’erba, e a piedi nudi sull’asfalto mi metto col culo sul marciapiede, in modo da non ostacolare la fuga di tutte le famiglie, tutte le biciclette, tutte le persone smarrite che non si aspettavano queste nuvolacce croate schifose.
Metto la testa tra le gambe, come dicevo prima. Mi premo sulle orecchie gli auricolari, per sentire meglio e per non sentire le orde di paurose anime vacanziere di corsa in cerca di pace.

Nulla, e dico nulla, è più a tema degli Smiths. E’ tutto così grigio, così aggrottato, che nulla va bene tranne un rock finto felice come quello degli Smiths.

Morrissey, tu che sei depresso da più di tutti noi, cosa ne pensi? Perchè dobbiamo stare male? Perchè dobbiamo pensare così tanto? E il futuro, esiste o…va be’, valli a capire, quelli di quel piccolo, minuscolo paese, dove la piccola, minuscola sagra ormai, a quest’ora, è già finita, con le sue carovane di liscio, di anziani, di tombole e regali, di gelati e caramelle. Tutti felici? Sì. So che mentite. So che vi sentite straniti, esattamente come me.

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Buddismo alla bolognese

Io lo so, prima di essere me stesso, nella mia vita precedente diciamo, ero un fuorisede spiantato.
Attaccato come la muffa alle mura affittate da qualche vecchia riccastra di quel mio scalcagnato appartamento in via Sant’Apollonia, lontano da tutto ma vicino agli spaccini, vero perno della vita universitaria della mia vita precedente.

Via Sant’Apollonia, sì.
Le vie medievalmente claustrofobiche recintate da casacce più vecchie di San Petronio, le vie che disegnano gradualmente, dall’alto, il vero volto di Bologna. Un volto colonizzato da un millennio di studenti, via via più persi nei loro pensieri e da sempre i migliori interpreti della propria generazione.
Popolazioni intere campionate da poche migliaia di ragazzini brufolosi, poco barbuti, iscritti a facoltà che odiano e di cui devono dare esami che non amano e che non ameranno mai, ma di cui sistematicamente ameranno il ricordo, un decennio dopo.

Dovevo salire le scale, in quell’androne freddo e muffoso che i proprietari degli appartamenti lasciavano così, scrostati e scoloriti, da almeno 40 anni. L’ultima colorata l’hanno data con le bombe, gli americani, nel 1944. Proprio quelli che si sono giocati le Torri per una birra. Brutta bazza, quella.

Salivo le scale, trovavo le chiavi nel chiodo scolorito comprato in Montagnola da quattro mesi e le mettevo nella toppa mangiata dall’usura. La porta marrone, la toppa giallognola.

1986. Eroina. Comunismo emiliano. Andrea Pazienza. New Wave. Eventi clandestini con locandine meravigliose, attaccate alle bacheche dell’Uni. Festa dell’Unità. Le scarpe mangiate dalle migliaia di chilometri percorse per le vie del centro, e potremmo continuare per un lustro a dare delle macchie colorate di un’età tranquillamente agitata come quella…

Entravo in casa, i coinquilini – nessuna traccia. Uno a studiare al Paleotti, l’altro a figa, beato lui. Si vedeva con quella piattola coi capelli corti, il culo alto, bel carro. Scarsa davanti, ma non è un problema.

Ogni volta che entravo in casa rimanevo basito dalla carenza di porte, perciò di privacy. Poi ti chiedi perchè spariscono tutti. Padrona di casa di merda. L’unica porta che c’era era quella del cesso, col vetro riparato con lo scotch perchè in un capodanno una delle quattro bottiglie che abbiamo aperto ha sparato il tappo contro. Io disperato, gli altri fregancazzo, e via di spumante coi solfiti e senza uva.

Mi coricavo sul letto, nella doppia che condividevo con il ragazzo che era a studiare. Un tipo tranquillo, studiava medicina e veniva dall’Umbria. Altissimo, non stava nel letto che la padrona di casa gli aveva messo a disposizione. Padrona di casa di merda. Tre doghe rotte lui, quattro io.

Che poi, capivi quale parte della doppia era mia, e quale la sua: atlanti di anatomia umana dalla sua, Pier Vittorio Tondelli dalla mia; poster di Guccini dalla sua, gli Smiths dalla mia; le sue mensole piene di regali della morosa – ha la morosa in Umbria, fedele lui, ma fedele anche lei? -, io ne ho una sola di mensole ed è piena di vinili. War, The Queen Is Dead, e anche Affinità-Divergenze, OVVIAMENTE.
L’altra mensola persa in una battaglia con un ragno: antologia di Pirandello, mensola, ragno fuggito, game over insert coin.

Mettevo su, quando ero da solo, un bel vinilazzo, mi buttavo sul letto (da lì le mie doghe rotte) e mi divertivo a riconoscere le forme nelle macchie di umidità sul soffitto. Padrona di merda.
Adoravo Bigmouth Strikes Again, quando passava sul vinile la mettevo a cannone e, se non erano le 3 del pomeriggio, a qualsiasi altro orario c’era qualcuno che dalla finestra urlava “Dag a bas!” (“Abbassa!”). Maledetti passanti scottati dal ’77.

Quella macchia di soffitto mi ricordava sempre il profilo di Cossiga. Forse era il naso aquilino.

Le cene, ore dopo, a base di pasta scotta e pomodori pelati, olio della Coop e sale del Monopolio. Le lacrime quando c’era il ragù di mia nonna, le lacrime!

Era una bella vita, con l’ansia di studiare e la libertà di non farlo. Avrei dovuto studiare tutto il giorno per passare filosofia, ma me ne fregavo sempre, sempre! Finivo a fare due parole con lo spaccino, filavo davanti alla Johns Hopkins e mi facevo uno spino, nient’altro. Seduto per terra, con i professori che con piglio americano mi guardavano storto appena sentivano l’odore di erba.
Che palle, ‘sti americani. Ha ragione Craxi.

Appena passavo davanti a una casa con una tv accesa, verso sera e con l’odore di brodo che usciva dagli appartamenti, e ti capitava davanti il faccione da stronzo di Remo Gaspari bestemmiavi e giravi l’angolo, la sua voce da vecchio rincoglionito ti rincorreva, acceleravi il passo, partiva poi Spadolini e allora vaffanculo governo di merda

Il cielo rosso, sopra i coppi rossi, l’afa soffocante – cazzo fate poi il brodo a luglio, io mi chiedo.

Toh, è appena passato Pazienza caricato in motorino da un tizio. Andrà a prendere la dose, lo san tutti. Che peccato però.

E alle otto a casa che altrimenti se chiamavano i miei e non mi trovavano vaffanculo, mi piantavano un casino.
“E hai studiato oggi? E sei andato a lezione oggi?”
Sono finite le lezioni da un mese e mezzo, è la terza vol-
“Mangi ancora delle porcherie? Se vieni su che sei ingrassato ancora ti mando a militare”
Oh lo dici sempre e non mi hanno ancora arruolato, com’è mamma?
“Ti passo tuo padre, fa’ a mod”
“Alòra?”

E via discorrendo del nulla quotidiano.


Mi manca, quella vita mai vissuta. Un mai successo che ho vissuto molto di più di tante altre cose che mi sono successe davvero.
Passi di fianco alla tua stessa vita, come in un museo, e ti ritrovi a dire: “Ma questo ero io? Ma l’ho fatto davvero? Non ricordo di avere avuto quella cosa, di avere conosciuto quella persona, di essere stato in quel posto…che lavòr”, e ti ritrovi a fantasticare di vite mai vissute, che finiscono per appiccicartisi addosso più delle cicche ai capelli, più delle merde di cane alle scarpe. Te le porti dietro, in testa, e vivono della tua fantasia.
Il sale del quotidiano.

(Foto in evidenza: http://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.71686!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/gallery_648/image.jpg)

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601 parole su Roma

Un passo dopo l’altro si giunge sulla grande scalinata di via Magnanapoli, che porta a cascata il fiume di turisti di via Nazionale verso i non meno agitati bacini di Piazza Venezia e dei Fori Imperiali.
Ci si arriva, però piano. Gustandosi i passi, come a perlustrare ogni centimetro di asfalto, ogni sanpietrino levigato…chissà, sanpietrino, quante morti hai causato, tu e il tuo voler spiccare sopra gli altri sanpietrini meno protagonisti di te, chissà quanti vecchi femori hai fratturato, volendo o no. Sanpietrino, sono contro la colata dell’asfalto che ha in diverse zone inondato te e tutti i tuoi simili, ma diciamocela tutta: hai meritato di scomparire, nero sotto il nero catrame.

Non si è mai pronti a ondate così importanti di persone così inutili. Roma, capitale del turismo, degli abusivi che corrono verso la folla per vendere le loro cianfrusaglie e scappano dalla municipale, in gruppo come i topi.
O in gruppo come i turisti.
Scolaresche, stranieri con guida straniera, stranieri con guida locale, stranieri senza guida, mediorientali ricchi, mediorientali che hanno risparmiato una vita per vedere la Capitale del Mondo. Tutti mischiati, indistintamente ammassati e caracollanti con le loro visiere malmesse, con i loro scarponcini da trekking (prerogativa degli anzianotti turisti) e i loro sandalini made in china (assoluto e ovvio dominio femminile su questi). Fiumana incessante pluridirezionale, poco pensante e molto pagante.

Questo porta ad un’analisi piuttosto triste: non è più possibile farsi una passeggiata in centro senza imbattersi in una bancarella abusiva, in un asiatico subcontinentale intento a vendere chincaglierie, oppure in una folla di turisti ben intenti a fotografarsi insieme a una colonna e poco interessati a dove mettono i piedi.
La Triade della Storia formata da Roma, Firenze e Venezia, città simboli di epoche in cui da italiani si poteva segnare la strada e farsi seguire dal mondo intero, ora sono parchi tematici invivibili. I centri storici di queste tre Capitali non rappresentano altro che dettagli da macchine fotografiche.

Via dei Fori Imperiali.
Lentamente si scivola verso il Re dei Monumenti di Roma. Affollato, assolato, rimaneggiato nei secoli, divelto dai cristiani forse per un’insita vendetta, parzialmente crollato e parzialmente ricostruito.
Enorme. Idealizzato più delle immagini degli imperatori per i quali in origine rappresentava un divertimento.

La costruzione, i cento giorni di giochi di Tito, il sangue e le bestie, le morti, le varie invasioni di Roma e tu, sempre lì, più grande di tutti al mondo.
L’abbandono, i terremoti e i crolli, i restauri di Odoacre. Tu, cava di marmo per i Papi Re. Tu, posto abbandonato al degrado, immobile e paziente. Sventrato, stanco, crepato. Ti hanno visto tutti i Grandi del Mondo. Gli imperatori romani da Vespasiano in poi, i grandi re barbari, i Sacri Romani Imperatori, i Papi, i Francesi, gli Spagnoli, Mussolini, e poi tutti i presidenti democratici del mondo.
Nel tempo libero, te ne stai immerso nella tua bacinella piena fino all’orlo di turisti, schiamazzi e selfie sticks. Forse sei contento così, forse no. Sei un ammasso di pietre, non sei nulla: ma sei forse il nulla più incredibile del mondo.

Un romano non può godersi nulla di tutto questo. E’ suo, e non può andare a meditare davanti ad una delle opere più importanti dell’umanità. Rischia ad ogni secondo di fare il photobomber in una inquadratura di turisti giapponesi, avere la propria immagine pubblicata su facebook o instagram.

Tutte meditazioni che meritano approfondimenti a parte, servirebbe un libro.
Per ora, però, mi godo le foto che ho fatto col bastone da selfie e pubblicato su facebook. Perchè se non ti fai una foto a Roma figa sei un coglione.