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Macchine da scrivere?

Una macchina da scrivere.
La prima volta che ne ho vista una è stato nel seminterrato di mio nonno, il materno. In realtà ne aveva tre, una più bella dell’altra: una vecchissima, nera e pesante come un sacco di cemento; l’altra era molto simile, ma con ancora più decori sul coprinastro. La terza era più moderna, probabilmente degli anni ’70, con copertura in bachelite color crema come usava a quei tempi nella costruzione delle macchine da ufficio, in modo che non prendessero velocemente il colore del fumo di sigaretta. Quest’ultima è rimasta per anni in camera mia dopo che mio nonno ha lasciato che la portassi a casa con me, come sempre noncurante di tutto ciò che possiede e che non ritiene indispensabile. L’ho portata su, in soffitta, dopo anni di utilizzo scarso e sempre finalizzato ad atti creativi, come è normale che sia con una macchina da scrivere e quattro computer in casa: è lontana, la macchina da scrivere, da ogni scopo moderno, ma è sempre bello utilizzarla con la scusa di vedere se il nastro si è seccato o se c’è bisogno.
Uno dei contro nell’utilizzo della macchina da scrivere è il rumore. Non tanto per chi la utilizza, ma per chiunque è nelle stanze vicine; in alcuni casi, i battiti della tastiera possono raggiungere anche gli appartamenti vicini, specie nei condomini di vecchia fattura dove i muri hanno lo spessore delle piadine.
Non un rumore infernale, ma un continuo e pressante tonfo intervallato da silenzi più o meno lunghi (che dipendono dalla dimestichezza che chi la utilizza ha con la macchina), fino alla mitraglia che arrivava dagli uffici (o dalle case) di chi utilizzava una macchina da scrivere quotidianamente.

Noi diciamo, adesso, “affascinante, bellissimo, deve essere un’esperienza fantastica sentire rumori che adesso non esistono più”, e lo dico anche io; poi mi viene da pensare a che rottura di balle deve essere vivere in un mondo dove, per scrivere, bisogna fare casino e disturbare qualcuno, e proprio per quello non si può farlo in ogni momento del giorno perché ad esempio nei condomini a certe ore non si può neanche starnutire che il vicino sopra e/o sotto si incazzano come delle biscie.

Viviamo in realtà in un’epoca piuttosto silenziosa, in realtà. Ad esempio, le automobili tendono a fare meno rumore possibile, mentre nell’epoca “delle macchine da scrivere” facevano un rumore ringhioso, metallico, oppure erano semplicemente smarmittate. Infatti nei film prodotti fino agli anni ’80, se ci fate caso, nelle scene filmate in città in cui l’audio era registrato in presa diretta, il rumore del traffico è impressionante e caratteristico di un momento storico per fortuna passato.
La nostalgia di epoche mai vissute, come si chiama? So che esiste, ma non ne ricordo il nome.

Non so perché ho una sorta di pallino con le macchine da scrivere; non ne sono un amante, non so ogni caratteristica di ogni modello e so a malapena le marche principali, ma quando le vedo nelle case degli sconosciuti oppure negli studi, negli uffici, o nei negozi d’antiquariato (che ne so, ovunque possa essercene una) mi danno un senso di tranquillità, che ne so. Le guardo volentieri. E’ una cosa che mi porto dietro da decenni.
Mi ricordo ancora quando passeggiando per le vie di Chiavari, ancora molto piccolino e portato sempre da quel nonno di cui dicevo all’inizio, passavamo di fronte alla Standa (c’era ancora la Standa, ed era ancora di Berlusconi, credo) e all’Oviesse, sotto i portici vicino alle tante piazzette disperse nelle vie; e tornando verso l’appartamento in cui abitava, la strada più corta passava di fianco alle altissime mura del carcere, con le torrette ad ogni angolo della struttura, e sotto un portico alla cui fine c’era il negozio della Olivetti all’angolo.
Attraverso le vetrine, con i fumetti di Charlie Brown in mano, riuscivo a vedere le bellissime macchine da scrivere in esposizione in vetrina, e i nuovissimi – all’epoca – plotter, costosi come una automobile e grandi come un tavolo da cucina.
La mia concentrazione era tutta focalizzata su quelle macchine da scrivere, già viste e familiari, in un negozio molto bello e luminoso, e forse è da lì che mi sono interessate. Mi mettono tranquillità, non so come spiegarlo. Avete sicuramente qualche cosa nella vostra vita che vi dà la stessa sensazione; qualcosa che vi ispira curiosità, bello da guardare, magari di un’altra epoca (perciò ancora più interessante, probabilmente).

Tutto questo per arrivare a che punto?
Nessun punto, nessuna morale.
Ma ho scoperto come si chiama la nostalgia di epoche passate e mai vissute: sindrome dell’età dell’oro. Non è che mi soddisfi molto, come definizione.

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L’Epoca delle Chiese Nuove

Mirandola.
Nel 1995 arrivò Scalfaro e la nominò Città, come recitava la lapide vicino all’entrata della sede comunale in Piazza Costituente. In realtà aveva già lo status di Città (sì, in Italia si diventa Città per legge: arriva il Presidente della Repubblica, raduna tutti i Sindaci in un capannone e fa, in piedi su una sedia perché sono in tanti e vuole parlare a tutti: “Allora”, e indica col ditino, “tu sei Città, e anche tu” voltandosi tre gradi a ovest, “e tu, tu, tu dietro e TU”, quasi urlando perché quel Sindaco è lontano. E i Sindaci esclusi chiedono “allora noi non siamo Città vero?”, e il Presidente della Repubblica, scendendo dalla sedia, dice “No Piove di Sacco, non sei Città neanche quest’anno”, e passando in mezzo alla folla di Sindaci radunati nel grandissimo capannone viene fermato altre quindici volte, e tutte le volte risponde “no, Maslianico, non sei Città; no, Lambrugo, non sei città; no, neanche tu sei Città, Cremella” e cerca di farsi spazio tra le fasce tricolori svolazzanti; e si crea un ingorgo perché i Sindaci dei comuni siciliani si scaldano più degli altri e lo pressano e allora, allertata dallo strattonamento, scende dal soffitto l’unica guardia del corpo appesa ad un’imbracatura, che tira su per le spalle il Presidente della Repubblica e lo porta al sicuro, sulle travi del tetto del capannone, mentre tutti là sotto iniziano a scaldarsi – quelli non nominati Città – mentre i Sindaci delle nuove e vecchie Città fanno comunella, si mettono in un angolo poco affollato e iniziano a scambiarsi i numeri di telefono dei centralini con la promessa di sentirsi ogni tanto per scambiarsi dei dati dell’anagrafe e di fare dei gemellaggi che poi, come ogni volta in quelle occasioni, si promettono ma non si mantengono mai, fanfaroni di Sindaci Cittadini), ma una conferma in occasione di un cinquecentenario non fa che piacere.

Mirandola è bella, ma chi ci abita più di due settimane, improvvisamente e quasi senza motivo, inizia ad odiarla.
Tutti, nessuno escluso, la odiano; ma non lo ammetteranno mai se glielo chiedi direttamente. Non c’è spiegazione al fenomeno.
“Come ti sembra Mirandola? In molti se ne lamentano…”
“Ma no, ma perché se ne lamentano che è così carina!”
Questa è la conversazione standard di una persona che si sente punta nel vivo in quanto appartenente alla comunità di Mirandola. Succede l’opposto nel caso un appartenente alla comunità ha l’opportunità, lo spazio retorico, per allargare la sua lamentela.
“Tu ti lamenti tanto di Grottolo sul Pendente (nome inventato), ma non vivi a Mirandola: fa S-C-H-I-F-O!”, senza portare prove a sostegno della sua posizione.

Tutto questo succedeva, nella Città di Mirandola, quando il terremoto non aveva ancora colpito. Il 2012 (anno bisesto e perciò, secondo saggezza popolare, anno funesto) ha fatto in modo di dare motivazioni ai mirandolesi che si lamentavano di Mirandola prima che di Mirandola, e del centro storico in particolare, non rimanesse che un mucchio di polvere in mezzo a dei ruderi, almeno per i primi pochi anni.
Il 2012 ha trovato il modo di dare ragione a quei poveri scemi, e questa è un’ennesima colpa di un anno che è stato talmente schifoso che non viene mai chiamato alle cene lavorative che gli Anni, ogni 31 dicembre, organizzano per celebrare la pensione dell’anno vecchio e l’inizio del lavoro del nuovo anno: quando l’Anno Uno fa il giro delle chiamate per chiamare tutti gli anni fa sempre in modo di non chiamare il 2012; a dirla tutta, non chiama neanche gli anni della Peste Nera, o il 1939; e a dirla ancora più tutta di prima, se può, evita di chiamare anche il 1977 che ogni volta che arriva inizia a parlare di politica e non smette più e annoia tutti gli anni divertenti come il 1969 e il 1492 e l’800 e il 1945…il 1977 con quella sua barba del cazzo e l’eskimo – o il loden, dipende da come gli gira.

Il 2012 si vede ancora, in giro, e penso personalmente si vedrà finchè la Città di Mirandola esisterà. Nel nome delle vie, questo senza ombra di dubbio: tanto che come i bimbi di oggi si chiedono perché siano tanto speciali il 4 novembre o l’8 agosto da meritare vie dedicate, i bambini di fra cinquant’anni chiederanno alla mamma che cosa sia successo di così tanto indimenticabile quello strano 29 maggio 2012.
Il 2012 si vede camminando, girando in macchina o aspettando un amico che deve uscire dal portone. Mentre lo aspetti ti giri, e ti trovi di fronte la selva grigia di tubi che sostengono la facciata della Chiesa del Gesù.

Il 20 maggio 2012, giorno della prima vera scossa di terremoto, andammo a San Felice (poi immortalato da innumerevoli servizi in tv nei mesi successivi nelle stesse modalità in cui vengono macinati per il pubblico i resti delle vite vissute dai sopravvissuti all’ultimo, in ordine di tempo, terremoto del Centro Italia) per osservare i primi grossi danni, che a quanto avevamo sentito erano già “grossi”, non sapevamo ancora che aggettivo utilizzare.
Pensate al vostro paese più vicino.
Pensatelo in macerie.
Spero vi siate avvicinati anche in minima parte a quello che abbiamo visto.
Arrivammo a San Felice sorridendo, e la lasciammo con il magone, entrambi, cercando di sdrammatizzare, con il cronometro che correva verso il 29 maggio; ma noi non lo sapevamo ancora.

La Chiesa del Gesù, di cui parlavo appena sopra, è un capolavoro delle prese in giro.
La Chiesa del Gesù, di fatto, non esiste più. Parlavo della facciata sostenuta dalla selva grigia di tubi: una griglia immane, un’impalcatura avvitata con i più sofisticati bulloni che la mente umana possa ideare (che sono pur sempre bulloni), impegnata a sostenere una facciata semidistrutta.
La tomba della famiglia Pico, o di alcuni dei Pico; in piedi da secoli.

E’ poco importante, in realtà, sottolineare da quanti secoli fosse costruita quella chiesa, o da quanti secoli sia costruito il vecchio palazzo comunale, o le altre chiese o i palazzi del centro storico, alcuni seicenteschi, o il Castello. Non è importante, ora.
Quando si parla di patrimonio di una comunità si intende dire che una comunità, cioè le generazioni prima della presente, quella prima ancora e così fino all’origine, alla nascita del patrimonio stesso, hanno vissuto intorno, dentro, in funzione e certe volte grazie a quella struttura, a quella chiesa, a quel palazzo comunale, a quell’ospedale; e quando un evento catastrofico trascina via senza volerlo (le placche tettoniche non hanno volontà proprie) un luogo che può essere a tutti gli effetti considerato patrimonio di una comunità, qualcosa in più viene cancellato.

C’è la storia di un nonno che, stanchissimo dopo una lunghissima passeggiata per il centro, sulla strada per casa, si ferma sui gradini della Chiesa del Gesù. E’ il 1934.
C’è la storia di due ragazzini che si rincorrono, scansando altri ragazzini vestiti con la tunica della comunione, in cui uno dei due inciampa finendo giù nella piazzetta della Chiesa del Gesù, che è più bassa rispetto alla strada, e rovina i pantaloni della festa, e ha paura di andare a casa perché sa che lo aspettano le sberle di sua madre. E’ il 1877.
C’è la storia di un ragazzo che vede, mentre scende i tre gradini della piccola piazzetta, una diciannovenne che sta per entrare nella Chiesa del Gesù; lei è poi la figlia del mugnaio di Medolla che è in città per trovare la zia, ma lui non lo sa, è interessato a cercarle il viso senza farsi troppo vedere, si vergogna. E’ il 1713.
C’è la mia storia: in una visita guidata nella Chiesa del Gesù la guida mi indica il simbolismo sui sarcofagi in pietra dei membri della famiglia Pico; da fuori, attraverso le vetrate e le fessure delle porte, arrivano gli schiamazzi dei ragazzi del Liceo, in ricreazione. Era il 2008.
Storie ammonticchiate, accumulate e dimenticate, tutte dimenticabilissime ma al contempo formanti una memoria collettiva, comune, legata ad un luogo di cui ora rimane una facciata lesionata e non ristrutturabile, coperta da una impalcatura costosissima e bruttissima fatta di tubi di ferro senza troppi fronzoli artistici. Dietro la facciata, niente. Nulla di quello che fa parte della memoria collettiva.

Siamo all’inizio di una nuova fase della nostra comunità. Molti dei nostri simboli sono nascosti da impalcature, molti altri sono andati persi o senza possibilità di recupero. Mi piace, però, vedere questa storia in prospettiva, ed è una prospettiva bella.
Quello che è perso, e non è replicabile, verrà sostituito da qualcos’altro. Non sarà mai la stessa cosa, e per noi le nuove chiese, le nuove case, il nuovo palazzo comunale non avrà nessuna memoria se non la nostra, la nostra esperienza diretta.
Ma proprio questo, in prospettiva, è stimolante: siamo i primi. Stiamo per vivere, e possiamo riportare a generazioni di persone come noi presenti nel futuro, quello che nel diciassettesimo secolo hanno vissuto i contemporanei dei grandi architetti barocchi.
La sensazione di entrare in una chiesa nuova, magari di essere i primi a pregare in quel particolare punto, prima di altre migliaia di persone, il primo anno in cui esiste quella chiesa, è strano. E’ anche difficile da capire, e non mi aspetto di essere totalmente chiaro in questo, ma è un po’ il concetto che ho espresso nel mio post di febbraio (Religione per uso personale) e lo trovo estremamente affascinante.
Spero di avere stimolato qualcosa in voi, spero di essere riuscito a spiegarmi in questo ultimo concetto ma non ve ne farei una colpa in caso contrario. Vi voglio bene lo stesso.

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Ricapitolando: i miei dieci anni di scrittura

Aprii il mio primo blog poco più di dieci anni fa. Dieci anni, racimolati senza nessuna fretta.
Era l’epoca di MSN Messenger, dei nickname colorati e delle chat illeggibili a causa dell’eccesso di emoticon. Puro pionierismo, epoche eroiche in cui si viaggiava a velocità infime e con un decimo della scelta attuale; proprio per la mancanza di scelta e, ovviamente, per la volontà di essere protagonisti tipica della preadolescenza (o almeno, di alcuni preadolescenti), all’età di tredici anni aprii il mio primo blog.

Era uno di quei blog forniti da Microsoft, che allora era ancora LA Microsoft, padrona di tutto ciò che avesse un chip all’interno e che si basasse su un server su Internet. La vera dominatrix dell’epoca.
Forniva, insieme al proprio account su MSN Messenger, uno spazio web sulla piattaforma Spaces, ora chiusa o fusa in altre succursali della compagnia di Redmond.
Ognuno di questi Spaces poteva essere personalizzato al punto tale da poter sembrare, con qualche tocco giusto di HTML copiato qua e là dalla Rete, un sito a tutti gli effetti. Tutto gratuito, in un periodo in cui ancora alcune caselle di posta elettronica avevano un’iscrizione annuale a pagamento (sì, abbiamo vissuto quel periodo fantastico).

Io, come tantissimi altri miei amici e come tantissime persone in tutto il mondo, colsi l’occasione per avere il mio spazio personale in cui esprimermi.
Mi ricordo di alcuni miei amici che mettevano le foto di Francesco Totti, alcuni che mettevano foto degli amici e con gli amici, altri che aprivano il loro libro degli ospiti e speravano che più persone possibili lo firmassero e scrivessero dediche.

Io decisi di scrivere.
Iniziai a scrivere di quello che mi capitava, mischiando (un po’ come faccio ancora adesso) avvenimenti reali a storie verosimili e ragionamenti, sfoghi. Ovviamente, con la capacità di espressione di concetti di un tredicenne.
Iniziai ad essere seguito, venivo apprezzato. Mi scrivevano complimenti sentiti, mi dicevano che si divertivano a leggere il mio blog, e che non vedevano l’ora che io pubblicassi qualcosa. Non scherzo. Era bello.
Mi ricordo ancora quando mi copiarono un intero post, nel 2008: mi sentii defraudato, ma al tempo stesso mi si accese la spia dell’orgoglio. Era un intervento (li chiamavamo ancora così: non post, ma “interventi sul blog”) di sfogo, di cui non ricordo moltissimo ma era molto simile a quei post “strappa-mi-piace” che girano tutt’ora su come vorresti fosse la tua vita e come invece è, e come in realtà il bene è più importante dell’invidia e della cattiveria e che la cosa più importante è la felicità. E questo genere di banalità adolescenziali.
Ero stato derubato, ma ne ero veramente molto felice: avevo fatto colpo.

Aprii il blog nel 2006 e lo chiusi per una stupidissima polemica tre anni dopo. Avevo offeso (poco) velatamente una ragazza con cui mi frequentavo solo perché mi aveva scaricato senza molte cerimonie. Mi scrisse che se non avessi cancellato il post mi avrebbe fatto chiudere il blog e sarei stato “passibile di denuncia”. Ovviamente erano fandonie, ma fui tenerino e inesperto in quell’occasione, non seppi tenere salda la barra e mi feci prendere dallo spavento: presi la palla al balzo e terminai il blog che, in ogni caso, in quegli ultimi mesi si stava (stavo) spegnendo lentamente.
Ero così orgoglioso del mio piccolo spazio che, oltre a riempirlo molto di frequente con post, pensieri, foto, immagini create da me, battute e riferimenti alla vita reale dei primi anni delle superiori che facevano molto ridere chi li viveva con me in prima persona, in occasione di uno degli anniversari della sua creazione stampai in casa molti dei miei interventi pubblicati, comprese alcune foto che conservo con un piacere indicibile, e che ad oggi sono l’unica testimonianza di quello che fu quel mio piccolo, curatissimo e seguito spazio. Si chiamava, in modo ironico, “Buongiorno San Possidonio”.

Nel 2013, quando decisi di tornare in attività dopo qualche anno di pausa pensando di avere qualcosa di nuovo ed interessante da raccontare dopo l’anno del terremoto, il primo fallimento universitario, la nuova esperienza della radio e una nuova sensibilità acquisita in quel poco di maturità in più che avevo, l’unico dubbio che mi rendeva quasi nervoso fu solo uno: il nome.
Per un breve periodo fui quasi in procinto di chiamarlo, di nuovo, “Buongiorno San Possidonio”: adoravo quel velo di ironia che riusciva a sprigionare in sole tre parole, evocativo di programmi tv nazionali (Buongiorno Italia, ad esempio) o di rubriche su grandi testate giornalistiche, ma sempre coi piedi per terra, anzi quasi desideroso di autoderidersi come blog, che era talmente locale ed autoreferenziale da coprire  con le sue “notizie” non la nazione intera ma nemmeno San Possidonio, bensì meno di un metro quadrato: la sezione della stanza dove tenevo quello che all’epoca era il mio unico computer.

Ci misi due giorni, o forse tre, per scegliere il nome di questo blog.
Ho fatto una fatica bestiale: volevo che fosse descrittivo ed evocativo. Non sapevo decidermi, volevo fosse perfetto e che mi convincesse.
Ebbi un’illuminazione, e mi arrivò pensando allo scopo del mio blog, o almeno a quello che volevo fosse lo scopo principale del mio nuovo spazio online totalmente privato e indipendente: un incrocio tra una lentissima psicanalisi e un racconto che sapesse descrivere tutti i momenti in cui, da persona qualsiasi, mi rendessi conto dell’atto della crescita, della mia gradualmente crescente capacità di comprendere me stesso e il mondo che mi circonda. Volevo che il mio blog raccontasse la mia graduale presa di coscienza. Lo voglio tutt’ora, e forse è questo che lo tiene vivo. Non è un racconto narcisista della mia vita, e non lo è mai stato: mi sono sempre voluto divertire e ho sempre voluto divertire, in modi sempre il più possibile diversi, gli avventori di questo blog. E’ semplicemente il reportage della mia crescita, fisica e mentale, ed è per questo che voglio bene a questo mio spazio.

Io spero sempre che dentro le mie parole, dentro ciò che scrivo, si possano ritrovare i miei lettori con le loro esperienze dirette, con quello che provano in prima persona nelle loro vite di persone qualunque, esattamente come me. Ed è anche per questo che scrivo in pubblico e non in privato: non ho riscontri, nella carta di un taccuino, e c’è sempre un pudore che non sopporto nel tenere un diario. Lo capisco, quel pudore, ma non è semplicemente un modo di esprimere me stesso che mi sembra utile. E’ un pensiero personale, e su questo come su tantissime altre questioni non giudico…più.
Il ricreare le mie sensazioni nella mente delle altre persone è quanto di più interessante e positivo possa esserci nella scrittura dei miei “interventi”, ed è quello che tiene vivo il mio blog: è lo stimolo più grande, e forse è uno dei pochi. Quando mi viene detto, in prima persona, quanto questo o quel post siano vicini alla persona che mi parla, so di avere fatto un buonissimo lavoro, e ne sono orgoglioso.

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Via del Mare (ovvero: scritto per un concorso perso)

Dopo l’intrinseca velocità data dalla spensieratezza della giornata che si avvia alla fine, la banchina riposa. Rallenta il respiro del paese che, come ogni anno e in modo sempre più triste, si avvia alla chiusura della stagione.
Nei negozi di regali e ricordi che punteggiano la strada parallela alla via del mare si percepisce negli occhi del gestore una stanchezza malinconica, che si acutizza quando a fine giornata, a causa del calo dei villeggianti, la cassa si scopre un po’ più vuota del giorno prima. Quel negozio in particolare è una sorta di bazaar pieno zeppo di cianfrusaglie, giochi, palle, pistole ad acqua, ma anche tabacchi nazionali, pipe, bastoni da passeggio, retini da mare, piccolissimi rastrelli e secchielli per costruire strutture di sabbia che nell’immaginazione dell’improvvisato ingegnere di cinque anni di turno sono immense, bellissime, quasi abitabili: mille metri quadrati di castello di sabbia, si immagina il bimbo sotto l’occhio prepotente del sole; venti camere da letto, venticinque bagni e un salone per le cerimonie come se ne vedono nei film del cinema estivo. E dopo un paio di ore di lavoro, le mani graffiate dalla sabbia e il dolcissimo viso lambito dalla brezza marina, il piccolo ingegnere si trova con un cumulo di sabbia, un abbozzo di fossato che sembra più una pista da biglie, e due legnetti al posto della bandiera, su in alto, e del ponte levatoio, giù all’entrata invisibile. E’ un lavoro che non dura nemmeno sei ore: il vento e il caldo seccano la sabbia che viene, alla fine, spazzata via dall’alta marea, indifferente ai sogni dei bimbi dell’asilo.

Marco, 52 anni, gestisce il “Bagno William” da 32 anni, ereditato a vent’anni da suo padre, William appunto, morto “per colpa di un asso”, come si dice in paese, visto l’aneurisma che lo ha colpito mentre giocava a scopa al Bar del Centro con i suoi amici del dopolavoro; tengono ancora la mano di carte che stava per giocare in una cornice sul muro vicino al tavolo, tanto gli volevano bene. Marco, dicevamo, ogni anno l’ultima settimana di agosto racconta ai clienti e alla moglie che non riesce mai a dormire la notte. La vive male, la fine della stagione. Da ottobre e fino ad aprile inoltrato è costretto a lavorare lontano da casa, a venticinque chilometri, in una piccola azienda di trasporto per frutta e vegetali. Fosse per lui, dice, aprirebbe un bar in paese, ma il Bar del Centro e il Pub che ha aperto da due anni saturano l’offerta di intrattenimento per una popolazione che nei periodi di bassa non supera mai le duemila anime.
Ci si avvicina agli stabilimenti balneari con la cautela e la curiosità di chi si avvicina al luogo di un incidente. Marco è sulla porta, che guarda la spiaggia con una malinconia che percepisci nonostante il sorriso sempre presente, sempre accomodante. Ti fa avvicinare al bancone per offrirti un caffè con ampissimi gesti festanti delle braccia, anche se nel tono della voce si spegne qualcosa, ogni anno, verso il primo di settembre. Non puoi fare a meno di voltarti verso la spiaggia che, ormai da una settimana, si svuota ogni giorno di più.
“Cosa ci vuoi fare”, dice l’omone tutto tatuato ma dolce come il miele, “ogni anno è così ma non ti ci abitui mai, anche perchè mi piace avere a che fare con le persone, farle felici. Sembrerà strano, ma non faccio questo mestiere per guardare i culi alle ragazze”, e ride sbirciando la moglie che ha sentito e lo apostrofa in romagnolo.
Fatto il caffè e bevuto, ringrazio Marco e signora (ancora una gran bella signora) e mi avvio verso il centro.

Ormai è sera, e la solitudine stoica dell’ultimo grande piadinaro aperto monopolizza le attenzioni dei pochi passanti rimasti a gironzolare lontano dai problemi, lontano da casa, dai recapiti telefonici, dai figli, dalle preoccupazioni inutili e dalle ansie giornaliere, dalle tensioni del rientro e dalla latente voglia di scappare che permane nell’animo per nove mesi all’anno. Esiste, aleggia su tutta la Riviera, una sottile nebbia che non è naturale: è ansia condensata. Tutte le tensioni vissute per nove mesi all’anno escono dalle teste dei villeggianti che ridono, si divertono, o molto semplicemente vegetano in spiaggia facendo un crucintarsio sulla Settimana Enigmistica. E’ come se alla fine della stagione balneare questa sottilissima ma persistente nebbiolina, ascesa a centinaia di metri dal suolo per tre mesi, scendesse sui paesi della Riviera e lasciasse agli abitanti uno sconforto generalizzato, un mal d’essere infuso nelle persone che abitano quei posti creati appositamente per la felicità e la gioia che diventano in meno di una settimana chiusi, grigi, disabitati, stanchi.

Dovreste vederla, la pineta, a settembre.
Un’aura di incompiutezza invade il prato scarno, come se le migliaia di persone che girovagavano intorno ai tronchi dei pini marittimi avessero, improvvisamente, avuto di meglio da fare, allontanandosi da lì per centinaia di chilometri.
Gli altissimi fusti si attorcigliano all’aria, si aggrappano verso il cielo fregandosene della gravità, battuti dal forte vento marino che nel cambio di stagione cerca di raggiungere il centro abitato, ma trova la pineta, rigida e bellissima come una barricata a Parigi.
Chili di aghi freschi calpestati da giovani amanti a piedi nudi in cerca di una malcelata intimità sono sotterrati da altri chili di aghi, più freschi dei primi, lasciati a riposare intoccati per mesi e mesi.

Poco lontano, di fianco a un bagno, affacciata sulla spiaggia, una balera. Una vera balera, con tanto di liscio, anzianotti ballerini e suonatori di fisarmonica sudaticci e col riporto, si riattiva per la stagione invernale, baluardo di una generazione al tramonto che non si vuole arrendere all’evidenza di una schiera di persone che ogni anno, alla fine della stagione, si trova sempre più rarefatta, numericamente ormai debole ma di spirito forte.
Anche gli anziani delle balere, o i “vecchi ragazzi” del Bar del Centro, hanno gestito stabilimenti balneari, o vivono nell’indotto di un’industria turistica spesso molto florida, e come chiunque viva quel piccolo mondo marittimo alla fine di agosto iniziano la fase malinconica dell’anno, il graduale acclimatamento alla penuria di facce nuove che l’autunno porta per le strade.

Più che il “mare d’inverno” della Bertè, le vere peculiarità e le poesie più intense si percepiscono nel mare d’autunno; il mare d’inverno è ciò che segue la magia nera che fa sfiorire interi paesi e ne fa cadere i petali coloratissimi, spazzati via dolcemente dalla marea.
Sguardi nel vuoto, non tristi ma speranzosi, proiettati già alla stagione dopo, avanti un anno come i visionari, come solo i romagnoli possono essere. La poesia e allo stesso tempo la concretezza del ciclo delle stagioni, del ciclo della vita che ogni anno è identico a sé stesso, ha gli stessi effetti su via via nuove generazioni di ragazzi plasmati dall’estate che non può fare a meno di sfiorire, di degradare, e che alla fine non può non portare rimpianti per non averci provato con la ragazza del Bagno 15 o per non essere andato alla festa danzante del 15 luglio in riva al mare, per non avere fumato quella canna o per non avere vinto a racchettoni contro i bulletti del bagno di fianco.

Non c’è da spaventarsi, comunque: l’uomo sa adattarsi.
Non è vera tristezza, non c’è sconfitta in questa storia: è solo la vita, e la vita è fatta di cicli. E il respiro rallentato del paese coccola gli abitanti, come in un dolcissimo e vitale letargo, mentre la giornata si avvia alla fine per l’ennesima volta

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Maledette obliteratrici

“Ma dai e timbra!”
Se fosse stata umana l’avrebbe spintonata, e invece si limitava a strattonare il biglietto dentro e fuori, a destra e a sinistra dentro la macchina obliteratrice.
Con una veemenza che, però, rispettava la carta. I nervi delle braccia che sapevano trattenersi entro i limiti dello strappo. Lo sguardo accigliato di chi non capisce, gli occhi incavati di chi ha passato una giornata lunga. Insomma, la normalità della routine nell’arco della trentina.

Lo vedo passando l’angolo di un muro qualsiasi nella grande stazione; lì stava l’obliteratrice fannullona. L’uomo, alto e un po’ sovrappeso, scancherava contro la macchinetta trattenendo a mezz’aria la borsa del computer insieme a una piccola sporta di plastica contenente le paste per il figlio – presumo.

Passando, appunto: camminando, lo noto. E provo un’empatia forte.
Ognuno di noi tutti i giorni deve smoccolare contro le obliteratrici. Ogni giorno, lungo tutta la penisola, il sistema ferroviario tramite il suo sistema di obliteratrici fallate e malmesse (benchè nuovissime) provocava maree di imprecazioni, bestemmie, scuse al controllore e altre bestemmie annesse.
In più, chi non riesce a controllare la propria forza finisce per strappare i biglietti all’interno delle macchinette, che per questo si riempiono di pezzetti di carta e per questo funzionano ancora peggio. Una serie di sfortunati eventi minchiosi.

L’empatia è forte, e infatti senza avvicinarmi per rispettare la sua aurea bestemmiatrice gli dico: “Guarda, succede a tutti”, e sorrido.
Si gira mischiando il sorriso nelle espressioni scocciate che stava già facendo, ma è un sorriso brillante, fresco. Risalta nel marasma di emozioni che esce a radiante dal suo viso.
E allora mi prendo la libertà di dargli un suggerimento.
“Devi spingerlo fino in fondo e”, imitando il gesto, “farlo scivolare a sinistra, senza tirarlo fino a che non senti lo skataklam”.

Lui torna a guardarmi, e mi fa notare gentilmente che ha provato in tutte le posizioni possibili. Senza risultati.
E allora, io che quasi non mi ero neanche mai fermato durante tutto questo apparentemente lungo processo, sorrido e me ne vado.
Tre secondi e tre decimi dopo, in lontananza, uno skataklam.

E camminando, mi viene da pensare al perché gli ho dato del tu.
Alla fine, vestito com’ero vestito, avrei potuto anche sembrare un ricercatore universitario, o un impiegato, ma il viso morbido e la carenza di barba non mi metteva al suo livello. C’è poco da scherzare: i tratti morbidi del viso, oltre che a farti apparire più giovane, non sono un pro in nessun altro ambito.
Se entri in banca a fare un versamento, la prima cosa che pensano gli impiegati se vedono un ragazzo sbarbato e vestito in modo normale, non in camicia, è che sei venuto con i soldi della mamma, o che stai cercando la tua mamma impiegata in filiale. Non pensano che tu debba fare un versamento, non pensano che il conto corrente sia tuo.
Se vai in comune a fare delle pratiche, sorridono come se fosse la tua prima volta in un ufficio pubblico, accomodanti. E’ una cosa apprezzabile, dimostra una disponibilità positiva, e mi piace. Ma a quasi venticinque anni ci si aspetta di essere trattati da adulti, o di non aspettarsi, al supermercato, di essere guardati con sospetto se si porta una bottiglia di Martini alla cassa.
E’ una discriminazione positiva dovuta all’aspetto estetico. Né bello, né brutto: puccioso.
Miei coetanei barbuti passano per trentenni senza alcun dubbio da parte dell’interlocutore, o addirittura si sentono dare del lei senza quello strano senso di inadeguatezza da parte di entrambi gli attori della conversazione. Quando mi sento dare del lei, io, mi sento un po’ un pirla. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che il trentenne dell’obliteratrice mi aveva guardato come per dire “sì, so come si fa, ho almeno vent’anni in più di te, vuoi che non sappia come fare?”, non supponente ma quasi paternale, non sapendo che aveva al massimo cinque anni in più di me, che non sono tanti, anzi.
E avrà pensato, nella frazione di secondo in cui mi ha dato attenzione, che aveva molta più esperienza; che chissà quante ne ho vissute più di lui, che ho un figlio piccolo, lui pensa ancora alla play, figurati.

Ci sta tutto. Mi incuriosisce molto, questo mio apparire, e mi incuriosiscono molto le reazioni degli estranei.
Tutto qui.

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E’ meglio che tu rimanga ignaro

Quando si parla di anziani è facile trovare aneddoti che riguardino la religione. Ne racconto uno io, propedeutico al discorso di cui voglio parlare.

Mia nonna, da quando sono vivo cosciente e capace di registrare ricordi nella mente, mi racconta di tonfi strani in soffitta, rumori inspiegabili in camera da letto e altre cose simili. La cosa comune a tutte le storie di questo tipo che mi ha raccontato nel corso degli anni è che si risolvono tutti con una preghiera detta al santo giusto, o una promessa allo spirito inquieto che il giorno dopo un cero sarebbe stato acceso in suo onore.
Più recentemente le storie si sono fatte più dense, e l’ascolto diventa come tuffarsi in una piscina di acqua fredda: la botta iniziale è molto forte, fai fatica ad abituartici ma poi non vuoi uscire. Ecco, molti di questi aneddoti sono difficili da ascoltare, sono storie vere e veramente inquietanti, ma appena senti il primo vorresti ascoltarli tutti.

E’ capitato recentemente che mi raccontasse, per farmi desistere dalle mie posizioni atee, che di notte molto spesso nel letto sente il respiro di suo marito, mio nonno. Spesso sente anche la sua voce, in così tanti casi che lei potrebbe considerarla una cosa comune.

…ça va sans dire, mio nonno è deceduto.

Fisicamente, non esiste più. Ma continua ad esistere e farsi sentire, ad essere presente nella sua esistenza. Lei che tanto ha sofferto nella sua vita trova in questa verità quotidiana un supporto. Lo sente, ed è vero che lo percepisce, e questo la solleva.

Uscendo di casa, facendo le cose più disparate, vivendo il mio quotidiano, ho ripensato più e più volte a questi aneddoti. Ora, non voglio in nessun modo respingere come falso tutto ciò che percepisce mia nonna, ma mi ha ricordato molto da vicino un evento che mi ha segnato, e che non c’entra con persone decedute o con eventi traumatici.
Be’, forse un po’.

Era il 2012, nel breve periodo in cui ho vissuto in un appartamento di Via San Donato a Bologna per calmare le mie agitatissime acque interiori nel mese successivo al terremoto emiliano, vissuto in prima persona come centinaia di migliaia di altri miei conterranei. Ma non è questa la cosa.
E’ una storia leggermente più frivola.
Avevo in quel periodo due coinquilini, un veneto e un calabrese (credo almeno che fosse calabrese) e, da ultimo arrivato, mi fecero uno scherzo.
Esiste un sito su internet che “indovina tutto, ti legge nella mente” (non è Akinator). Ci avevano messo così tanta enfasi che ho finito per cedere e provare, insieme a loro, quel sito.
Mi chiesero di formulare una domanda di cui non conoscevano la risposta. La feci.
Il sito ci prese, rispose perfettamente.
Impallidii.
Quel maledetto sito indovinò due, tre, quattro domande, continuava a rispondermi in modo giusto.
Mi disse, sempre il sito, che si stava arrabbiando perchè la piantina di basilico stava morendo, E LA PIANTINA DI BASILICO STAVA DAVVERO MORENDO.
Come me, ma di paura.
Dopo avere sclerato in giro per l’appartamento, scansando un veneto e un calabrese che si sbellicavano dalle risate (perchè erano loro stessi che, dopo avermi chiesto la domanda, mi chiedevano anche la risposta e la scrivevano di nascosto sul sito, e io che ci sono cascato come una pera cogliona cotta), venni minacciato dal sito.
“TI SPOSTO IL CUSCINO DEL LETTO”.
“TI ACCENDO LE LUCI DELLA CAMERA”.
E succedeva tutto. Deus ex machina, anzi: ex idiota, erano i coinquilini che, ovviamente, mi spostavano tutto, mi accendevano e spegnevano le luci mentre non guardavo.

Questo aneddoto si divide, e qui arriva il vero punto della questione, in due parti.
La parte in cui, ingenuo e cretino, credetti che le cose causate dai coinquilini fossero vere, e la seconda parte, quella che interessa a me ai fini di tutto questo, in cui iniziai effettivamente a vedere e sentire, percepire, cose.

Finite le angherie burlone del veneto e del calabrese, che avevano smesso di ridere e mi avevano chiesto di vedere con loro un film nella loro stanza, io non avevo smesso di essere spaventato da quello che per me era ancora un incontro con un essere sovrannaturale.
Non riuscivo a non pensare al fatto che un sito mi avesse “letto nel pensiero”. E nel buio della stanza in cui eravamo a guardare il film, iniziai a vedere sotto al letto delle luci.
Le vidi, non c’è alcun dubbio.
Una volta a letto, percepii distintamente rumori in camera. Rumori, non saprei definirli meglio. Continuai a vedere le luci, piccolissime e colorate. Tipo Stranger Things, ma senza elettricità. E iniziai a sentirmi toccato.

Sono cose che erano, ovviamente, frutto della mia mente. Cose che il cervello percepisce come reali, esterne, ma che arrivano…dal cervello. Una suggestione fortissima può creare questo ed altro, anche cose molto più pregnanti e “reali” (come nel caso delle allucinazioni, o nelle visioni, o molto più artificialmente nei trip di acidi).

Non dico che mia nonna, insieme a milioni di persone, dicano falsità. Io credo davvero che percepiscano le cose che dicono di sentire.

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Un Sabato Italiano

Correva l’anno XIV E.F., che corrisponde al 1936.

Era un sabato di un aprile già particolarmente caldo, e noi nuotavamo in uno di quei climi che nella bassa padana cuociono le braccia degli agricoltori, rendendole dorate fin dai primi giorni di maggio. Le nostre piccole divise, perfette in ogni dettaglio, risaltavano nere sulla terra chiarissima della piazza di San Giovanni Po.
Capirai che in divisa, immobili, con quel caldo e quel sole, non ci stavamo volentieri: eravamo dei bambini di 10 anni e ci interessava solo correre sull’argine maestro, ma resistavamo stoici. La disciplina infusa nella bacchetta impugnata dalla maestra ci faceva più paura dello sguardo, in realtà vacuissimo, del gerarca della Sezione Provinciale del PNF. Mi sembra si chiamasse Fornaceri, o Fornaccini; comunque, era un nome piuttosto goffo. Nomen omen. Lo mandavano sempre da noi, nella Bassa laboriosa e allora ancora pienamente agricola, perchè (ho saputo poi anni dopo) era uno dei gerarchi più tonti della Bassa Emilia, uno di quelli nemmeno capaci di ricordarsi i canti fascisti a memoria. Dicevano che sbagliasse il testo di Giovinezza tutte le volte. Tutte le volte. Ci vuole impegno anche in quello.

Era sabato e, come ti ho detto tantissime volte, il Sabato (come tantissime altre cose, in quel periodo) era Fascista. La Befana, le Leggi, l’unico Partito, l’Impero. E pure i giorni, il Sabato più degli altri.
Programma della giornata, stabile e fisso fin dall’avvento di Starace alla Segreteria del PNF era il seguente: esibizione ginnica dei ragazzini dell’ONB, e poi, di solito in diretta da Palazzo Venezia, il Discorso del Duce amplificato per tutta la piazza.

E’ inutile che ci prendiamo in giro: certe cose, per un bimbo di 10 anni, sono più grandi di ogni comprensione.
Pensaci: ti trovi, teso per la presenza degli spettatori tuoi compaesani, in una coreografia preparata nei minimi particolari, a danzare in cerchio, cantando tutti in coro per la grandezza dell’effige che sovrasta la piazza.

La gigantografia del Duce, con la sua sovrabbondante mascella e il suo sguardo truce verso il Sol dell’Avvenire (sic) e contro i nemici della grandezza nazionale, sovrastava ogni persona presente. Un bimbo di dieci anni non può non sentirsi sopraffatto da una situazione del genere.

Avevo preso l’abitudine, in quel periodo, di copiare con la carta e il calamaio di mio babbo le fotografie che vedevo sulla Gazzetta dello Sport. Quel pomeriggio, pensa che me lo ricordo ancora, avevo portato con me, nella tasca dei miei cortissimi e nerissimi calzoncini, una di quelle mie riproduzioni.
Disegnavo talmente male che dovevo scrivere il nome del personaggio che avevo disegnato a piè di pagina, giusto per riconoscere chi avessi sgorbiato con il pennino sul foglio quando ritrovavo tra i libri di scuola o nelle tasche dei vestiti quei miei piccoli ritratti.
Quel giorno stringevo nella mano destra, sudatissima per l’attività motoria staraciana, la mia piccola effige di Meazza (mio papà allora tifava l’Ambrosiana e io, seguendolo fin da allora e per i decenni successivi, ho sempre tifato Inter). Erano i miei piccoli santini, che benedivo con il mio sudore d’infante, e che stringevo con forza per resistere moralmente allo sguardo atroce del gigantesco santino fascista che sovrastava la piazza e tutti i forzati avventori. Quello con l’elmo grigio in testa, quello con la mascella prominente e il passato socialista.

Fatto sta che a un certo punto del pomeriggio dopo l’esibizione ginnica, nell’unica piazza di San Giovanni che fungeva anche da sagrato della Chiesa, si era radunata tutta l’Opera Nazionale Balilla, più tutti i Reduci, più tutti i pretacci fascisti, più gli avventori, i nostri genitori e, in faccia a tutti sul palco allestito al lato della Chiesa, tutti gli alti gradi della Bassa Fascista:
il Podestà dei Comuni Riuniti di San Giovanni e San Clemente, Tarasco Messori;
il suddetto Gerarca Fornaceri (che non aveva dimenticato la sua faccia da tolla in Sezione);
qualche altro inutilissimo dirigente comunale, qualche passacarte, qualche “nipote di” posizionato abilmente in qualche ufficio pubblico (succedeva anche allora, eccome se succedeva).

San Giovanni Po, sebbene fosse il più grande dei due Comuni Riuniti, era veramente molto piccolo: ci contavamo tutti i sabati nella piazza del paese. Mio babbo diceva che non superavamo i 500, mia mamma addirittura tutte le settimane dopo il raduno in piazza osservava, tra il sorpreso e il preoccupato, che ogni settimana in paese calavamo di numero, ma allo stesso tempo non si spiegava come potesse succedere.
Fatto sta che in comunità così piccole e distanti dai centri nevralgici del potere, certi meccanismi sociali non cambiano neanche sotto dittatura: San Giovanni, in particolare, era un paese di pressapochisti.
Nella mia ingenuità dei miei dieci anni volevo un gran bene a tutti i miei compaesani, ma parliamoci chiaro: se in una popolazione di 500 persone non si trova un solo addetto all’accensione serale dei lampioni (immagina quanti lampioni potessero esserci, nel 1936, in una Comunità Rurale della Bassa Padana) deve esserci qualcosa che non va nell’indole dell’intera comunità del paese.
Ti racconto questa, che è un po’ il filo rosso di tutta la storia: il Podestà Messori aveva deciso e ordinato nel suo primo anno in Comune che si trovasse un elettricista scelto tra i pochissimi capaci di mettere le mani sui fili elettrici senza uscirne pelato e profumato di pancetta, e che potesse operare su tutto il territorio comunale (un territorio piuttosto piccolo, invero).
L’elettricista che venne scelto tra due candidati fu un anzianotto di 67 anni, che era tutto il contrario del “fascista perfetto”: se lo avessero messo su un campo di battaglia avrebbe scavato una buca così profonda e in così poco tempo che avrebbe trovato il petrolio in 34 secondi netti. Un codardo, insomma. Inoltre, cosa che non era sfuggita al Podestà fin dal primo colloquio, era uno scansafatiche nato. Si chiamava Manzotti, penso. Non venne scelto l’altro solo perchè non aveva la tessera del Partito, però era un ingegnere. Valli a capire, questi fascisti.

Il Podestà aveva richiesto che l’Elettrifascista Manzotti (così lo chiamavamo noi bambinetti per divertirci alle sue spalle) spendesse “almeno 2 (due) ore alla settimana per la manutenzione ordinaria di tutte le attrezzature atte alla buona riuscita delle manifestazioni organizzate dagli Enti Fascisti e sotto la giurisdizione delle Leggi Fasciste”, così recitava il decreto comunale.
In pratica, il suo lavoro consisteva nel controllare che nella radio e nell’impianto di altoparlanti in possesso del Comune conservati nel capanno comunale non ci fossero topi, ragni, uova di piccioni o tortore morte, e che gli impianti elettrici fossero sempre in buone condizioni.
Oggettivamente, due ore a settimana non sono molte, o sbaglio?
Bene, senti qua: pur di non farsi neanche quelle due ore a settimana di “lavoro” dava una lira ad un ragazzino che aveva più o meno la mia età e che firmava al suo posto.
Perchè lui aveva “cose più importanti da fare”, diceva a mio padre.
Credo che le cose più importanti da fare fossero passare tutti i pomeriggi a bersi da solo una bottiglia di bianco di Castelfranco davanti al Bar Sport mentre bestemmiava a mezza bocca per non farsi sentire dal parroco, con tre carte in mano e una sotto al cappello per fare fessi tutti e venti gli anziani del paese. Peccato, però, che lo pigliassero sempre in castagna. Che razza di bastardo.

L’impianto radio con gli altoparlanti, nonostante la manutenzione mai effettuata, lavorarono benissimo dal momento in cui vennero consegnati al Comune, e tutto filò liscio per un anno abbondante.
Fino a quel sabato lì.

Ti dicevo che eravamo tutti in piazza. Il palco, la gente, il sudore e la figurina mal disegnata in tasca stretta nella mano sudata. Il Gerarca con la faccia da tolla, e il Podestà al suo fianco.
Quest’ultimo, imperioso e con un solo gesto eloquente, fece segno al Manzotti di accendere l’impianto, già tutto montato e predisposto fin dalla mattina, con le trombe degli altoparlanti montate bene in alto sui pali dei lampioni tutto intorno alla piazza.

La tensione salì tutto d’un botto quando, nel momento in cui dagli altoparlanti aspettavamo la voce di Achille Starace, ricevemmo invece uno stridìo assordante.
Il Podestà, ci accorgemmo in un istante, stava già sudando freddo.
Anche il Gerarca iniziò a sudare, ben lontano dall’ideale di autorità che avrebbe dovuto rappresentare, e iniziò a vibrare insieme alla sua pancia e al suo cinturone: tutto tremebondo e vestito d’orbace com’era sembrava un budino d’uva.
Il Manzotti, quel pomeriggio stranamente sobrio e risoluto, seguendo con l’orecchio i fischi dell’impianto, girò l’unica manopola del primitivo impianto alzando e abbassando il volume. L’opera di persuasione pacifica nei confronti dell’apparecchio durò però poco, vista la scarsa pazienza del 67enne che, nonostante la rara ritrovata sobrietà, era conosciuto come un individuo colleroso.
Si fermò, immobile, per un secondo lunghissimo, prima di partire con una scarica di pugni in direzione della lamiera che copriva le valvole della radio.

L’unico agente dell’O.V.R.A. fece un brevissimo scatto, e lo stesso Podestà sbiancò e fece per muovere le mani verso il collo del Manzotti, quando all’improvviso si sentì una voce vibrante di diaframma, forte e calda uscire dalle trombe alte sulla piazza.

“CAMICIE NERE DELLA RIV-“

Basta. Nient’altro.

Un gigantesco e altissimo fischio accompagnò quelle pochissime parole.
L’esplosione acuta delle valvole seguì il fumo che da pochi secondi si insinuò tra le fessure della radiolona collegata all’impianto che, mai controllato, aveva ceduto tutto d’un botto.

La folla, muta per qualche secondo, non aveva il coraggio di guardare da altre parti oltre che sul palco. La vera paura in realtà fu per molti secondi di farsi scappare un minimo, rischiosissimo sorriso.

Il Gerarca, deciso e scattante per la prima volta nella sua vita nonostante la stazza tutt’altro che “staraciana”, urlò con la sua vociona al culmine dei suoi polmoni:
“SALUTO AL DUCE!”.
Lo mosse la paura. Si fece molla per volere del suo prominente Duce.

Il Podestà Messori era tra il livido e il nero, la mascella serratissima e la coda dell’occhio tagliente verso quel Manzotti, 67enne pensionato, che da quel giorno scomparve dalla circolazione.
Mesi dopo iniziò a girare la voce che l’avessero deportato nel Lazio bonificato con la moglie e la nuora, insieme ai mobili e un mulo in prestito. Probabilmente da quel momento iniziò a dare schiaffi anche alle zanzare, oltre che alla moglie. Odioso bastardo.

Dopo l’urlo del Gerarca, prima sul palco e in un secondo in tutta la piazza, tutti salutarono romanamente.
Noi ragazzini, con le scarpe di cuoio impolverate, non vedevamo l’ora di correre e toglierci quella mantella maledetta. Alzammo poco convinti il braccio, non per scarso amore ma per molta voglia di smobilitare e tornare ad essere i bambini che eravamo, sotto il fez e dietro la sciabola in miniatura.

Parlammo di quella domenica per anni, e ancora ne parlo con i miei pochi coetanei rimasti.

Grazie per avermi ascoltato. Ti voglio bene, sai? Passami a trovare ancora quando vuoi.

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Religione per uso personale

“Ti dicevo, era quel periodo lì”
“Eh”, fa quasi disinteressato, alzando la testa un secondo.
“Eh, non sapevo dove sbattere la testa, e mi è capitato di sentire…cioè, non di sentire come fosse, che ne so, una vocazione o cazzate simili, ma mi è partito un moto strano proprio dalla pancia diciamo; e niente, mi sono preso su e sono andato in chiesa.”

L’altro spalanca gli occhi mentre guarda in basso, poi senza cambiare espressione gli spara i suoi fari oculari in faccia.
“In chiesa?!”
“Sì!”, ridendo sommessamente.

“Che cazzo sorridi?! Tu, in chiesa??”
“Ma sì, cioè, allora? Lo ammetto, mi sembra strano anche a me eh, figurati”
“Eh no, infatti”
Muove le mani quasi a giustificarsi, “Ma la sai, la situazione che avevo”.

Pausa.

“Non volevo che soffrisse più del dovuto. Boh. Mi è sembrata una cosa bella, quasi…”

Pausa.

“…andare a pensare a lui, riflettere e sperare intensamente che non soffrisse più del dovuto durante i suoi ultimi giorni”.

Quasi gli sputa il caffè in faccia dalla sorpresa, tossisce; ma mica per cattiveria. E’ che lo conosce da così tanto tempo che una sfumatura così importante dei suoi sentimenti, saltata fuori così all’improvviso, gli fa quasi impressione. C’è da dire che non l’ha neanche mai visto in un periodo di così profonda crisi, ma tant’è: certe cose fanno impressione anche se ti ci prepari per dei mesi, figurati se ti saltano fuori all’improvviso, mentre bevi un caffè ai bordi della conca di Santo Stefano.

“Ma guarda che così mi ammazzi dalla sorpresa. Tu, in una chiesa, perchè speri nella misericordia?!”
Si è reso conto di essere un po’ troppo sorpreso, al limite della scortesia. Allora aspetta un secondo, rimodula l’umore, e poi
“devi aver passato dei brutti giorni, se ti sei attaccato a queste cose, alla chiesa e alla misericordia e tutto”.

Dallo scherno, alla compassione, e infine alla comprensione.
Ha capito. Non è stupido, e in più gli vuole un gran bene, anche se non glielo ha mai detto.
“Io non credo nella chiesa, lo sai bene come la penso, che come istituzione è il fallimento della razionalità, non voglio tornarti ad annoiare”.
“Sì, lo so, e sai che la penso come te. La penso ancora come te, eh!”
Abbassò la voce.
“Ma per un momento, seduto lì da solo al freddo su quella panca del cazzo, ho sentito tutta la comprensione e l’empatia di chi, sotto quello stesso tetto nel corso dei secoli e per secoli fino a un minuto prima che mi sedessi quel cazzo di pomeriggio, aveva sperato, pregato, o solo riflettuto per le persone a cui teneva.

Lì non è più una questione di religione: a quel punto, ho pensato e percepito che è una questione di luoghi, di empatia. Sensazioni immortali che condividi con chi si è seduto in quello stesso posto, su quella stessa panca, in quel metro quadro, però cinquecento anni fa o anche di più. Migliaia di individui, di ere diverse, accomunati da speranze, preghiere più o meno cristiane, sofferenze esteriori o interiori”.

Lo segue nel suo ragionamento, lo fa finire. Non vuole appesantire il discorso.
“Oh, se devo essere sincero, io non ce la farei a riflettere o pensare con il Cristo lì appeso che mi guarda. E’ una cosa più forte di me. Anche a scuola era così: ti fissa, da sopra la lavagna. L’ho iniziato ad odiare, perchè io non ci credevo in Lui ma stava lì a guardarti, come per dire Mi sono sacrificato per te, perchè non fai il buon cristiano? E io che pensavo che il buon cristiano non sono io, forse era il mio vicino di banco che la domenica andava ancora alla messa delle nove con tutti i sacramenti possibili, ma io non vedevo un confessionale dal 1987. Volta lo sguardo e lasciami finire la verifica in pace, su”.

Ride, ha anche un moto di sollievo perchè ha alleggerito il discorso, e butta giù l’ultimo sorso di caffè ormai freddo.

Ride anche l’altro, l’Empatico, perchè la pensa esattamente uguale.
Mentre ride, rimane a fissare l’entrata della Chiesa di Santo Stefano, seduti dov’erano sul muretto del portico piantato a cornice triangolare della piazza.
Fissa il portone, pensa a quando lo ha attraversato, a quando dentro ci si è seduto al freddo, a quando nascondeva le lacrime ai turisti. E, involontariamente, pregava. Non lo sapeva, ma pregava.

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La procrastinazione è una malattia. Curati più tardi.

“Dovrei proprio mandare questo messaggio, giusto per tenere l’attenzione alta su questa cosa nel gruppo Whatsapp. Adesso lo mando.”
Ma le mani non si muovono.

Cosa ti succede? Fino a due secondi fa non eri tetraplegico, nè avevi le dita anchilosate.
Controlli meglio: stai facendo altro. Il piccolissimo centro di controllo nel tuo cervello si calma: non è successo niente di grave, sei solo impegnato, non puoi mandare quell’importante messaggio adesso, lo farai più tardi.

Ora sei troppo impegnato a girare la rotellina del mouse per guardare le ultime notizie su Facebook.

Scroll. Srrrrllll. Srol. Scroll.
“UN VIDEO DI CANI!”
Video di cani. Tre video di cani. Dieci video di cani (un mi piace ciascuno), finchè non vedi sotto, lampeggiante, una gif animata di un serpente che si morde la coda.
“COME IN SNAKE!” (mi piace)

Il miniaturizzato centro di controllo nel tuo cervello si inizia a scaldare, perchè ok che avevi da fare ma dopo venti minuti di nulla scatta il Programma Priorità.
Dopo tanto, tanto procrastinare ti viene un piccolissimo moto d’ansia. Quello è il Programma Priorità: l’ansia.

“Be’, direi che possa bastare, il gruppo su Whatsapp ha bisogno del mio suggerimento, c’è bisogno che l’attenzione sull’incontro di giovedì rimanga alta”, e allora da bravo scheduler prendi in mano il cellulare, apri Whatsapp e…

Ma dove extracazzo è il gruppo che cercavo?
Si chiama “Humboldt ci fa una sega”, dedicato al grandissimo cartografo e filosofo e chi si ricorda cos’altro. E’ un gruppo universitario, dovrei anche averci messo una stellina all’inizio del nome per vederlo meglio nei miei venticinque gruppi e trenta conversazioni.

“Eh, sì, ma poi cos’è che dovevo scrivere?

…non è che mi stia perdendo qualcosa su Facebook?”

Abbandoni Whatsapp, con la promessa a te stesso che non sarà per sempre, e il tuo pollicione va a memoria: Facebook su cellulare.

L’equivalente dello scroll sul cellulare è swish, tipo la pubblicità dello shampoo, perchè i capelli non fanno swish neanche se sono finti ma nemmeno il pollice sullo schermo mentre spinge giù la pagina con un sofisticato sistema di specchi e leve.

Ah, mi è venuto in mente! Il messaggio era il seguente:
“Regaz, ma poi giovedì chi fa la macchina? Ma soprattutto, chi riesce a venire con la cartellina?”

Ma che cazzo di cartellina era poi? Boh.

Esce Facebook, entra Whatsapp.
Colpo di scena: il gruppo era esattamente al terzo posto della lista, perciò sei un pirla a non averlo visto. Anche perchè ha quella porco cane di stellina, esattamente come ti ricordavi.

Apri, scrivi: “Regaz, ma poi giovedì-”

Aspè. Era giovedì? O mercoledì?
Pausa. In più la musica di Spotify ti distrae terribilmente: è giunto il momento di mettere Florence + The Machine. Basta con questo John Lennon consigliato dall’algoritmo. “Algoritmo, è da anni che mi frequenti e di me non hai ancora capito un cazzo: JOHN LENNON MI STA SUI COGLIONI! GIMME SOME TRUTH LA ODIO! Vaffanculo, scelgo io.

Uellà, un messaggio. Figa?
Eh, figurati se ti scrive della figa! No, è quel cretino di Piero, ti manda un’immagine cretina e tu ridi da cretino, gli rispondi da cretino e fate un discorso cretino, e per l’ennesima volta non ti accorgi che hai perso il filo del messaggio nel gruppo.

A un certo punto il centro del controllo del corpo, quello piccolissimo nel tuo cervello, si sta per scaldare davvero. Quel messaggio deve essere mandato, e a qualsiasi costo.
C’è un risveglio improvviso nelle tue sinapsi che ti fa aprire all’improvviso gli occhi, anche fisicamente, e guardi nel vuoto perchè sei troppo concentrato a pensare a cosa dovevi fare.

E’ un attimo: il messaggio del gruppo, quella cazzata del messaggio che ci vorrebbe un secondo in condizioni normali, ma tu sei malato.
La malattia si chiama procrastinazione, ne soffre un miliardo e mezzo di persone, più o meno la popolazione della Cina.
O più?
O meno?
Va be’, poco importa. Importa che non sei da solo, che ti puoi curare. Puoi metterti un elastico al polso da pizzicare, tiene l’attenzione viva e procrastina la procrastinazione.

“Ma sono più o meno che in Cina poi?”
Ma che ne so…vai a vedere su Google. Ma poi il messaggio nel gruppo l’hai mandato?
“Ci penso più tardi”.

Ma infatti.

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“Un’ultima cosa inutile”, c’era scritto.

“Non ti meriti nessuna delle mie ubriacature, dei miei sbandamenti, dei miei ripensamenti. Vado dritto come un fuso verso il nulla pur di non tornare indietro.

Non vali un’unghia delle persone che ho amato veramente, e non ho sacrificato che quarantotto ore sull’altare della tua memoria, insieme a quel poco di speranza che tu non fossi la persona leggera che avevo impressione tu fossi. Non dai peso al sesso, ai sentimenti, alle parole.

Crescerai, e sarà tardi; ma almeno starai bene.”

Lei chiuse la lettera – il foglio mal strappato da un quaderno e piegato a metà su cui era scritto tutto.
Si convinse di stare bene, e continuò la sua vita.