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Macchine da scrivere?

Una macchina da scrivere.
La prima volta che ne ho vista una è stato nel seminterrato di mio nonno, il materno. In realtà ne aveva tre, una più bella dell’altra: una vecchissima, nera e pesante come un sacco di cemento; l’altra era molto simile, ma con ancora più decori sul coprinastro. La terza era più moderna, probabilmente degli anni ’70, con copertura in bachelite color crema come usava a quei tempi nella costruzione delle macchine da ufficio, in modo che non prendessero velocemente il colore del fumo di sigaretta. Quest’ultima è rimasta per anni in camera mia dopo che mio nonno ha lasciato che la portassi a casa con me, come sempre noncurante di tutto ciò che possiede e che non ritiene indispensabile. L’ho portata su, in soffitta, dopo anni di utilizzo scarso e sempre finalizzato ad atti creativi, come è normale che sia con una macchina da scrivere e quattro computer in casa: è lontana, la macchina da scrivere, da ogni scopo moderno, ma è sempre bello utilizzarla con la scusa di vedere se il nastro si è seccato o se c’è bisogno.
Uno dei contro nell’utilizzo della macchina da scrivere è il rumore. Non tanto per chi la utilizza, ma per chiunque è nelle stanze vicine; in alcuni casi, i battiti della tastiera possono raggiungere anche gli appartamenti vicini, specie nei condomini di vecchia fattura dove i muri hanno lo spessore delle piadine.
Non un rumore infernale, ma un continuo e pressante tonfo intervallato da silenzi più o meno lunghi (che dipendono dalla dimestichezza che chi la utilizza ha con la macchina), fino alla mitraglia che arrivava dagli uffici (o dalle case) di chi utilizzava una macchina da scrivere quotidianamente.

Noi diciamo, adesso, “affascinante, bellissimo, deve essere un’esperienza fantastica sentire rumori che adesso non esistono più”, e lo dico anche io; poi mi viene da pensare a che rottura di balle deve essere vivere in un mondo dove, per scrivere, bisogna fare casino e disturbare qualcuno, e proprio per quello non si può farlo in ogni momento del giorno perché ad esempio nei condomini a certe ore non si può neanche starnutire che il vicino sopra e/o sotto si incazzano come delle biscie.

Viviamo in realtà in un’epoca piuttosto silenziosa, in realtà. Ad esempio, le automobili tendono a fare meno rumore possibile, mentre nell’epoca “delle macchine da scrivere” facevano un rumore ringhioso, metallico, oppure erano semplicemente smarmittate. Infatti nei film prodotti fino agli anni ’80, se ci fate caso, nelle scene filmate in città in cui l’audio era registrato in presa diretta, il rumore del traffico è impressionante e caratteristico di un momento storico per fortuna passato.
La nostalgia di epoche mai vissute, come si chiama? So che esiste, ma non ne ricordo il nome.

Non so perché ho una sorta di pallino con le macchine da scrivere; non ne sono un amante, non so ogni caratteristica di ogni modello e so a malapena le marche principali, ma quando le vedo nelle case degli sconosciuti oppure negli studi, negli uffici, o nei negozi d’antiquariato (che ne so, ovunque possa essercene una) mi danno un senso di tranquillità, che ne so. Le guardo volentieri. E’ una cosa che mi porto dietro da decenni.
Mi ricordo ancora quando passeggiando per le vie di Chiavari, ancora molto piccolino e portato sempre da quel nonno di cui dicevo all’inizio, passavamo di fronte alla Standa (c’era ancora la Standa, ed era ancora di Berlusconi, credo) e all’Oviesse, sotto i portici vicino alle tante piazzette disperse nelle vie; e tornando verso l’appartamento in cui abitava, la strada più corta passava di fianco alle altissime mura del carcere, con le torrette ad ogni angolo della struttura, e sotto un portico alla cui fine c’era il negozio della Olivetti all’angolo.
Attraverso le vetrine, con i fumetti di Charlie Brown in mano, riuscivo a vedere le bellissime macchine da scrivere in esposizione in vetrina, e i nuovissimi – all’epoca – plotter, costosi come una automobile e grandi come un tavolo da cucina.
La mia concentrazione era tutta focalizzata su quelle macchine da scrivere, già viste e familiari, in un negozio molto bello e luminoso, e forse è da lì che mi sono interessate. Mi mettono tranquillità, non so come spiegarlo. Avete sicuramente qualche cosa nella vostra vita che vi dà la stessa sensazione; qualcosa che vi ispira curiosità, bello da guardare, magari di un’altra epoca (perciò ancora più interessante, probabilmente).

Tutto questo per arrivare a che punto?
Nessun punto, nessuna morale.
Ma ho scoperto come si chiama la nostalgia di epoche passate e mai vissute: sindrome dell’età dell’oro. Non è che mi soddisfi molto, come definizione.

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Sono Sempre le Due di Notte

Ho provato tante volte ad aggiustare la mia routine quotidiana, in modo da regolare il mio ciclo circadiano con il resto del mondo – o almeno con la parte di popolazione del mondo che si possa definire, senza paura di smentita, “normale”. Ma sarà per l’abitudine decennale, o per la libertà che la notte ti offre, o più semplicemente perchè in quanto ancora principalmente uno sfaccendato universitario che di mattina non ha molto spesso degli impegni, la regolazione del sonno ritarda di anno in anno.
Non sono un abitudinario, non ci riesco; non lo sono nemmeno nei miei difetti, tanto che capita (non spesso, ad essere sincero) che preso dalla voglia di fare qualcosa di strano finisco a letto alle nove, alle dieci o comunque molte ore prima della mia abitudine.
Giusto per farvi un esempio: forse l’1% di tutto quello che produco in scrittura o disegno o musica è stato ideato di notte, da mezzanotte in poi.

E’ da qualche mese, diciamo dalla fine dell’estate, che però ho fatto caso per l’ennesima volta nel corso della mia vita a una delle cose che più mi mette ansia nella mia vita: la percezione che il tempo acceleri. I periodi dell’anno scorrono via, gli anni interi passano senza quasi lasciare ricordi e anche nel loro piccolo le giornate finiscono in un soffio.
Non so cosa sia successo, che bottone sia stato schiacciato nella Sala Comandi del mio cervello, ma ogni volta che guardo l’ora sono le due di notte.
Spiego meglio: capita, per uno strano fenomeno, che durante il mio lavoro al computer (che sia scrittura o studio) lungo il corso della giornata io voglia guardare l’orario e, per un meccanismo mentale o per qualsiasi altra motivazione possibile (magia? complotto?), sono molto spesso gli stessi orari.
Gli orari in cui guardo l’orologio: le dieci, mezzogiorno, dalle tre alle nove ogni circa due ore, e poi le undici e le due di notte.
Perciò mi trovo quasi ogni sera col muso al computer, gli occhi fissi sullo schermo e sempre, sempre lo stesso orario. Con tutti i pensieri annessi: un altro giorno è passato; la velocità del tempo è pressante; e la laurea?; la settimana è cortissima, è già mercoledì e non ho fatto quasi un cazzo; per l’ennesima volta è notte e dovrei essere a letto e invece scrivo.

Tutto questo mi provoca un (bel) po’ di ansia, anche se sono quasi sicuro che una sana routine con un giusto orario di veglia regolato con il sonno non possa che alleviare questa sensazione di tempo-che-scivola-e-scappa-da-non-si-sa-cosa-neanche-lo-stiano-rincorrendo.
E invece, per l’ennesima notte, sono qua a scrivere, e del letto neanche l’ombra.

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Sulla morte della creatività, e altre cose carine

Ho iniziato a capire Bukowski.
Non per la sua lascivia, o per il suo alcoolismo, o per qualsiasi altra cosa che non abbia a che fare col suo modo di scrivere. L’ho iniziato a capire dopo avere letto un centinaio di sue pagine, e ora gli sono quasi affezionato.
Mi trovo nel suo scrivere sempre di esperienze vissute in prima persona. Non che l’abbia sempre fatto, sia chiaro; ma quando butto giù a parole quel che mi capita è tutto liscio, non ha quasi neanche bisogno di correzioni. Tutto si autocompleta: le frasi acquisiscono la loro forma finale un millisecondo prima di diventare impulso nervoso. Non sono mai riuscito a scrivere di esperienze fantastiche, personaggi inventati o, che ne so, azioni veloci o delitti contorti. Qualsiasi personaggio di cui ho riportato le esperienze, se non reale, è realistico e intinge direttamente la sua vita nella vita di qualcuno che vive davvero. Ogni vita è un calamaio, e ogni vissuto è puro inchiostro di mille colori. È la mia ispirazione.

Ho amici che scrivono di thriller, o gialli; altri miei amici si buttano sulle storie brevi, e li capisco. Sono tutti leggibilissimi e li ammiro tutti molto. Auguro a loro lo stesso che auguro a me: di migliorare, o di essere notati.
Forse quando scrivo senza avere in mente una storia, o dei personaggi ben definiti, succede una cosa strana: è come se parlassi con me stesso, con una piccola platea.

Alcune volte bisogna scrivere, ne sento l’impulso come quando si deve andare in bagno. Altre volte no: anche quando mi sforzo di pensare a spunti interessanti e stimolanti mi trovo con lo stomaco chiuso a gingillarmi in altre faccende, a pensare a quanto non sia portato per questa o quest’altra cosa; a trovarmi inadeguato, ecco tutto.
Mi sento continuamente inadeguato. E probabilmente lo sono. L’ho dimostrato a me stesso, e a persone che credevano in me; più che inadeguato, immaturo.
Mi piacerebbe dire che “ci sta, sono giovane”, ma 24 anni sono tanti. Non sono tanti, ma sono tanti, non ci prendiamo in giro. Ognuno è plasmato dal proprio vissuto, ognuno ha le proprie esperienze e finisce a fare quello che ha sempre desiderato; oppure no. È pur sempre una questione di impegno, e alcune persone non imparano mai ad impegnarsi. Per impegnarsi serve impegno costante, è un cane che si morde la coda.

E probabilmente serve impegno anche per scrivere con costanza nel tempo, per trovare l’ispirazione e non sentire (quasi) mai quella sensazione di inadeguatezza che risale arrampicandosi tra le pareti dell’esofago per arrivare alla bocca, diventando un ruttino di sensazioni negative.

Mi viene da pensare: “Scrivi qualcosa tutti i giorni, piano piano migliori e magari cresci così tanto da diventare veramente bravo!”, ma non è un pensiero entusiasta. È un pensiero che parte dal dover fare qualcosa, e non sono quel tipo di persona che riesce a godersi troppo un dovere, a meno che non sia davvero divertente. Scrivere senza ispirazione non è divertente.

Mi viene in mente PewDiePie, lo youtuber più seguito al mondo. Se non lo conoscete, guardate l’ultimo anno di sue produzioni, lo consiglio. Pubblica un video al giorno.
Un video al giorno. Da anni. È la sua routine quotidiana, è il suo lavoro e guadagna grazie a questo, non mi interessa quanto di preciso (milioni).
È un lavoro, ma è un lavoro creativo. È un lavoro creativo che parte da zero, da un’idea che gli deve venire ogni giorno, e ogni giorno deve sembrare divertito, accattivante.
Un lavoro creativo che lo ha portato più volte al punto di rottura. Negli ultimi pochi mesi, dopo anni di video senza interruzioni, si è preso due pause di una settimana. Ok, di cosa stiamo parlando? Non è un problema.

Nel suo ultimo video ha detto esattamente quello che ti aspetteresti da una persona che si è autocostretta in una gabbia dorata. “Pensavo di riuscire a farcela, ma non ho più tempo per fare nulla, questi video mi stanno prendendo troppo tempo e sono molto stressato nell’ultimo periodo. Sono triste, deluso da me stesso ma ringrazio tutti voi perché mi state vicini”.
È il riassunto del discorso che ha fatto nel video, quasi senza montaggio e della durata di pochi minuti. Una bandiera bianca, una sua dolorosa presa di coscienza.
La questione è: non sto parlando di finire come lui, a dover produrre creatività a ciclo continuo e velocità industriale, ma anche a livelli inferiori di quantità e velocità sono sicuro senza ombra di dubbio che la qualità ne risentirebbe sensibilmente.

Scrivo solo quando sono d’umore nero, o quando vivo qualcosa di talmente inenarrabile che deve essere narrato. Cose strane, normali, bellissime, bruttissime, sempre vere. Cerco sempre di essere vero, il più possibile. E non lo faccio per “voi”, lo faccio solo per me. Non per egoismo, sia chiaro: per qualità del prodotto. Spero di riuscirci il più possibile.

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E’ meglio che tu rimanga ignaro

Quando si parla di anziani è facile trovare aneddoti che riguardino la religione. Ne racconto uno io, propedeutico al discorso di cui voglio parlare.

Mia nonna, da quando sono vivo cosciente e capace di registrare ricordi nella mente, mi racconta di tonfi strani in soffitta, rumori inspiegabili in camera da letto e altre cose simili. La cosa comune a tutte le storie di questo tipo che mi ha raccontato nel corso degli anni è che si risolvono tutti con una preghiera detta al santo giusto, o una promessa allo spirito inquieto che il giorno dopo un cero sarebbe stato acceso in suo onore.
Più recentemente le storie si sono fatte più dense, e l’ascolto diventa come tuffarsi in una piscina di acqua fredda: la botta iniziale è molto forte, fai fatica ad abituartici ma poi non vuoi uscire. Ecco, molti di questi aneddoti sono difficili da ascoltare, sono storie vere e veramente inquietanti, ma appena senti il primo vorresti ascoltarli tutti.

E’ capitato recentemente che mi raccontasse, per farmi desistere dalle mie posizioni atee, che di notte molto spesso nel letto sente il respiro di suo marito, mio nonno. Spesso sente anche la sua voce, in così tanti casi che lei potrebbe considerarla una cosa comune.

…ça va sans dire, mio nonno è deceduto.

Fisicamente, non esiste più. Ma continua ad esistere e farsi sentire, ad essere presente nella sua esistenza. Lei che tanto ha sofferto nella sua vita trova in questa verità quotidiana un supporto. Lo sente, ed è vero che lo percepisce, e questo la solleva.

Uscendo di casa, facendo le cose più disparate, vivendo il mio quotidiano, ho ripensato più e più volte a questi aneddoti. Ora, non voglio in nessun modo respingere come falso tutto ciò che percepisce mia nonna, ma mi ha ricordato molto da vicino un evento che mi ha segnato, e che non c’entra con persone decedute o con eventi traumatici.
Be’, forse un po’.

Era il 2012, nel breve periodo in cui ho vissuto in un appartamento di Via San Donato a Bologna per calmare le mie agitatissime acque interiori nel mese successivo al terremoto emiliano, vissuto in prima persona come centinaia di migliaia di altri miei conterranei. Ma non è questa la cosa.
E’ una storia leggermente più frivola.
Avevo in quel periodo due coinquilini, un veneto e un calabrese (credo almeno che fosse calabrese) e, da ultimo arrivato, mi fecero uno scherzo.
Esiste un sito su internet che “indovina tutto, ti legge nella mente” (non è Akinator). Ci avevano messo così tanta enfasi che ho finito per cedere e provare, insieme a loro, quel sito.
Mi chiesero di formulare una domanda di cui non conoscevano la risposta. La feci.
Il sito ci prese, rispose perfettamente.
Impallidii.
Quel maledetto sito indovinò due, tre, quattro domande, continuava a rispondermi in modo giusto.
Mi disse, sempre il sito, che si stava arrabbiando perchè la piantina di basilico stava morendo, E LA PIANTINA DI BASILICO STAVA DAVVERO MORENDO.
Come me, ma di paura.
Dopo avere sclerato in giro per l’appartamento, scansando un veneto e un calabrese che si sbellicavano dalle risate (perchè erano loro stessi che, dopo avermi chiesto la domanda, mi chiedevano anche la risposta e la scrivevano di nascosto sul sito, e io che ci sono cascato come una pera cogliona cotta), venni minacciato dal sito.
“TI SPOSTO IL CUSCINO DEL LETTO”.
“TI ACCENDO LE LUCI DELLA CAMERA”.
E succedeva tutto. Deus ex machina, anzi: ex idiota, erano i coinquilini che, ovviamente, mi spostavano tutto, mi accendevano e spegnevano le luci mentre non guardavo.

Questo aneddoto si divide, e qui arriva il vero punto della questione, in due parti.
La parte in cui, ingenuo e cretino, credetti che le cose causate dai coinquilini fossero vere, e la seconda parte, quella che interessa a me ai fini di tutto questo, in cui iniziai effettivamente a vedere e sentire, percepire, cose.

Finite le angherie burlone del veneto e del calabrese, che avevano smesso di ridere e mi avevano chiesto di vedere con loro un film nella loro stanza, io non avevo smesso di essere spaventato da quello che per me era ancora un incontro con un essere sovrannaturale.
Non riuscivo a non pensare al fatto che un sito mi avesse “letto nel pensiero”. E nel buio della stanza in cui eravamo a guardare il film, iniziai a vedere sotto al letto delle luci.
Le vidi, non c’è alcun dubbio.
Una volta a letto, percepii distintamente rumori in camera. Rumori, non saprei definirli meglio. Continuai a vedere le luci, piccolissime e colorate. Tipo Stranger Things, ma senza elettricità. E iniziai a sentirmi toccato.

Sono cose che erano, ovviamente, frutto della mia mente. Cose che il cervello percepisce come reali, esterne, ma che arrivano…dal cervello. Una suggestione fortissima può creare questo ed altro, anche cose molto più pregnanti e “reali” (come nel caso delle allucinazioni, o nelle visioni, o molto più artificialmente nei trip di acidi).

Non dico che mia nonna, insieme a milioni di persone, dicano falsità. Io credo davvero che percepiscano le cose che dicono di sentire.

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Una storia lunga un passo

La bellezza (esteriore) di certe persone è destabilizzante. Camminano verso di te sotto i portici, umani come te, ma in un certo senso di un’altra specie.
Non c’è uno standard, non esiste un’asticella o una valutazione finale, o almeno non si può essere giudici efficienti nell’arco di venti passi: ci sono, però, caratteristiche fisiche che colpiscono.
Ci sono persone a cui spiccano, nella loro normalità, gli occhi. Roba da dichiarazione d’amore: profondi, incavati, o del colore del mare, con la pupilla a galleggiarci in mezzo.
Altri, più banalmente, hanno tratti somatici nord europei che risaltano nella media mediterranea composta da occhi grandi, colori scuri e altezze contenute.
Questi finti nord europei ti confondono con la loro appariscenza, con queste gambe infinite intelate in metri quadrati di calza nera a 800 denari, e poi ti smontano le teorie che avevi immaginato sulla loro permanenza in Erasmus a Bologna passandoti a un metro scarso ed esclamando un “cazzo!” in un perfetto marchigiano.
Sono delusioni. Sono vari secondi di pensieri da cestinare. E’ un peccato, potevi pensare meglio a quelle gambe, e invece pensavi alla sua vita in un paesino danese, forse Glottoborg o un altro con un nome più brutto ancora, con il suo ragazzo alto e barbuto, o alto e biondo, o alto barbuto e biondo, ovviamente indossando una maglietta dei metallari più in voga del Regno di Danimarca.

Rimani impigliato nei ricci di una italiana, ti tuffi alle braccia di una ventenne al secondo anno di Storia, baci con gli occhi la guancia di una bionda. Sono flash che durano una frazione di secondo, ti scaricano la tensione della giornata, è la fuga innocua ed eterosessuale da una quotidianità tediante e fastidiosa che non è la fine del mondo, ma è comunque un navigare a vista.

Camminando verso una vetrata ti accorgi di una coppia di ragazze, sedute a pranzare su una panchina, che mi guardano il sedere.
Il sognare è una cosa comune, allora. Tutto in una frazione di secondo.

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La procrastinazione è una malattia. Curati più tardi.

“Dovrei proprio mandare questo messaggio, giusto per tenere l’attenzione alta su questa cosa nel gruppo Whatsapp. Adesso lo mando.”
Ma le mani non si muovono.

Cosa ti succede? Fino a due secondi fa non eri tetraplegico, nè avevi le dita anchilosate.
Controlli meglio: stai facendo altro. Il piccolissimo centro di controllo nel tuo cervello si calma: non è successo niente di grave, sei solo impegnato, non puoi mandare quell’importante messaggio adesso, lo farai più tardi.

Ora sei troppo impegnato a girare la rotellina del mouse per guardare le ultime notizie su Facebook.

Scroll. Srrrrllll. Srol. Scroll.
“UN VIDEO DI CANI!”
Video di cani. Tre video di cani. Dieci video di cani (un mi piace ciascuno), finchè non vedi sotto, lampeggiante, una gif animata di un serpente che si morde la coda.
“COME IN SNAKE!” (mi piace)

Il miniaturizzato centro di controllo nel tuo cervello si inizia a scaldare, perchè ok che avevi da fare ma dopo venti minuti di nulla scatta il Programma Priorità.
Dopo tanto, tanto procrastinare ti viene un piccolissimo moto d’ansia. Quello è il Programma Priorità: l’ansia.

“Be’, direi che possa bastare, il gruppo su Whatsapp ha bisogno del mio suggerimento, c’è bisogno che l’attenzione sull’incontro di giovedì rimanga alta”, e allora da bravo scheduler prendi in mano il cellulare, apri Whatsapp e…

Ma dove extracazzo è il gruppo che cercavo?
Si chiama “Humboldt ci fa una sega”, dedicato al grandissimo cartografo e filosofo e chi si ricorda cos’altro. E’ un gruppo universitario, dovrei anche averci messo una stellina all’inizio del nome per vederlo meglio nei miei venticinque gruppi e trenta conversazioni.

“Eh, sì, ma poi cos’è che dovevo scrivere?

…non è che mi stia perdendo qualcosa su Facebook?”

Abbandoni Whatsapp, con la promessa a te stesso che non sarà per sempre, e il tuo pollicione va a memoria: Facebook su cellulare.

L’equivalente dello scroll sul cellulare è swish, tipo la pubblicità dello shampoo, perchè i capelli non fanno swish neanche se sono finti ma nemmeno il pollice sullo schermo mentre spinge giù la pagina con un sofisticato sistema di specchi e leve.

Ah, mi è venuto in mente! Il messaggio era il seguente:
“Regaz, ma poi giovedì chi fa la macchina? Ma soprattutto, chi riesce a venire con la cartellina?”

Ma che cazzo di cartellina era poi? Boh.

Esce Facebook, entra Whatsapp.
Colpo di scena: il gruppo era esattamente al terzo posto della lista, perciò sei un pirla a non averlo visto. Anche perchè ha quella porco cane di stellina, esattamente come ti ricordavi.

Apri, scrivi: “Regaz, ma poi giovedì-”

Aspè. Era giovedì? O mercoledì?
Pausa. In più la musica di Spotify ti distrae terribilmente: è giunto il momento di mettere Florence + The Machine. Basta con questo John Lennon consigliato dall’algoritmo. “Algoritmo, è da anni che mi frequenti e di me non hai ancora capito un cazzo: JOHN LENNON MI STA SUI COGLIONI! GIMME SOME TRUTH LA ODIO! Vaffanculo, scelgo io.

Uellà, un messaggio. Figa?
Eh, figurati se ti scrive della figa! No, è quel cretino di Piero, ti manda un’immagine cretina e tu ridi da cretino, gli rispondi da cretino e fate un discorso cretino, e per l’ennesima volta non ti accorgi che hai perso il filo del messaggio nel gruppo.

A un certo punto il centro del controllo del corpo, quello piccolissimo nel tuo cervello, si sta per scaldare davvero. Quel messaggio deve essere mandato, e a qualsiasi costo.
C’è un risveglio improvviso nelle tue sinapsi che ti fa aprire all’improvviso gli occhi, anche fisicamente, e guardi nel vuoto perchè sei troppo concentrato a pensare a cosa dovevi fare.

E’ un attimo: il messaggio del gruppo, quella cazzata del messaggio che ci vorrebbe un secondo in condizioni normali, ma tu sei malato.
La malattia si chiama procrastinazione, ne soffre un miliardo e mezzo di persone, più o meno la popolazione della Cina.
O più?
O meno?
Va be’, poco importa. Importa che non sei da solo, che ti puoi curare. Puoi metterti un elastico al polso da pizzicare, tiene l’attenzione viva e procrastina la procrastinazione.

“Ma sono più o meno che in Cina poi?”
Ma che ne so…vai a vedere su Google. Ma poi il messaggio nel gruppo l’hai mandato?
“Ci penso più tardi”.

Ma infatti.

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2015 in review

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Il punto più bello dell’estate è quando è finita e ti godi il ricordo

Nel mio piccolo, minuscolo paese, la piccola, minuscola sagra finisce, portando nel suo sacco pieno di giostre, tzigani, estratti di maiale, pesche miracolose e gloriose cantonate, anche gli ultimi scampoli dell’estate. Torrida, fastidiosa, irragionevole ed insopportabile, ha lasciato solo la sensazione di non essere mai arrivata, insieme alla pelle appiccicosa per l’eccesso di umidità. E poi si chiedono perchè qua ci fosse la malaria.

Qua, cioè là.
Io sono qua, abbastanza lontano da godermi un clima diverso. Marittimo, direi.
Accovacciato, con la testa tra le gambe, sul bordo di un marciapiede, nella strada che fa da passarella a tutti gli stabilimenti balneari. Maledetti romagnoli, avete preso un pezzo di terra colonizzato dalle zanzare e ne avete fatto la California dei poveri, se vi pigliaste la Sardegna verrebbero da tutto il mondo ad acclamare le nuove Antille.
Aspetto, sotto schiaffo della pioggia che incombe ma non ha voglia di scendere, mette solo una certa aria in circolo.

Il tizio del cocco se ne va, sul suo carrioletto scalcagnato. Prende una buca, gli cade un cocco e bestemmia. Eppure è negro: ma le bestemmie le ha imparate.

C’è un fuggi fuggi dalle casupole degli stabilimenti, e dalla mia prospettiva posso godere di mamme grasse e bimbi claudicanti mendicare bricioli di attenzione che, mentre si fugge dalla pioggia incombente, non si può concedere. Si corre, verso le macchine, verso le strade strette del Lido, di questo paesello squadrato, artificiale, senza storia e senza meta, senza inverno e senza anima.

Testa in mezzo alle gambe, col vento in faccia appena smorzato da una palma e da una recinzione di legnaccio.

Fine agosto. La morte, ma più che morte il letargo, di questi posti dimenticati da tutti in nove mesi su dodici.
Quello che mi ha sempre affascinato di questi luoghi, mete di pellegrinaggi vacanzieri di centinaia di migliaia di persone, è che vivono solo tre mesi all’anno.
Ho sempre chiesto dei loro abitanti, quelli che ci abitano davvero. Nessuno mi ha mai saputo rispondere con certezza: alcuni parlano di scuole elementari con pochi scolari, altri parlano di scuole superiori aperte per puro miracolo per mancanza di ragazzi. Ho sentito di alcoolismo tra maestri d’asilo, di suicidi tra gli spazzini che non hanno di che tirare su dall’asfalto d’inverno. Gli spazzini, per suicidarsi, si mettono al contrario, a testa in giù, nei bidoni della spazzatura, in attesa che un altro spazzino chiuda il sacco e butti tutto nel camion compattatore. Me l’ha detto uno, era il 1996, e aveva 4 anni come me. Giuro.

Un barista lucida un bicchiere, come nella più grande tradizione dei baristi del mondo. Lo lucida, un panno bianco, lo asciuga e poi via sulla mensola. Tin. Coro di bicchieri. Lo sguardo assonnato guarda le nuvole nere arrivare dalla Croazia. Il barista è di Lugo, ed è convinto che i Croati mandino le nuvole apposta per rovinare le ultime settimane di vacanza, e di guadagno. Glielo chiedo, ne sei davvero così convinto? E lui sì, me lo diceva anche mio nonno, diceva che era colpa di Tito allora, sangue matto quei balcanici. Va be’, valli a capire quelli di Lugo.

Chiuderà tutto. Tempo una settimana, e chiuderà tutto.
La sabbia verrà dragata, pulita, da Comacchio arriveranno gli stagionali e via a pulire, nettare tutto il lido, tutte le strade, per guadagnare due soldini da spendere in vacanze degne, magari appena più giù, nelle Marche.

Il piadinaro mi avverte che i rifornimenti di salumi sono già finiti. Li richiederà in dosi ridotte, per non buttarli via insomma, scusate, capite vero? Va be’, valli a capire quelli del Lido.

E allora mi avvio, sto attento ai legnetti bastardissimi che si nascondono nell’erba, e a piedi nudi sull’asfalto mi metto col culo sul marciapiede, in modo da non ostacolare la fuga di tutte le famiglie, tutte le biciclette, tutte le persone smarrite che non si aspettavano queste nuvolacce croate schifose.
Metto la testa tra le gambe, come dicevo prima. Mi premo sulle orecchie gli auricolari, per sentire meglio e per non sentire le orde di paurose anime vacanziere di corsa in cerca di pace.

Nulla, e dico nulla, è più a tema degli Smiths. E’ tutto così grigio, così aggrottato, che nulla va bene tranne un rock finto felice come quello degli Smiths.

Morrissey, tu che sei depresso da più di tutti noi, cosa ne pensi? Perchè dobbiamo stare male? Perchè dobbiamo pensare così tanto? E il futuro, esiste o…va be’, valli a capire, quelli di quel piccolo, minuscolo paese, dove la piccola, minuscola sagra ormai, a quest’ora, è già finita, con le sue carovane di liscio, di anziani, di tombole e regali, di gelati e caramelle. Tutti felici? Sì. So che mentite. So che vi sentite straniti, esattamente come me.

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Per ogni goccia che cadrà, nuovo disagio nascerà

“Sì ma lo sai com’è, dai…lo sai bene!”. Pausa. Sorso. “Sai che doveva capitare…e lo so che non si è mai abbastanza pronti per certe cose, ma cazzo…vuoi proprio che tutto il mondo stia ad aspettare te?”.

Non lo volevo, neanche per sogno. E’ quello che mi hanno sempre rinfacciato: egocentrismo, mania di protagonismo. Non volevo in nessun modo dare ragione a chi mi ha sempre attaccato.
In quel momento stavo male, altrochè. Non bastava la birra che avevo finito, e sapevo che non mi sarebbe bastata la birra che stavo per ordinare. Si sa, dopotutto, che non ci si deve mai fermare prima della terza media.
Era l’ennesimo momento nella mia vita in cui mi rendevo conto di essere stato superato, dimenticato. Ero caduto nell’oblio, anzi: mi ero accorto di essere caduto nell’oblio più profondo con troppo ritardo sulla realtà, e il chè mi dava un senso di infantilità che cercavo di reprimere dietro lo sguardo torvo, le sopracciglia a fior di palpebra e la bocca serrata, più sigillata di un compartimento stagno di un sottomarino.

Avevo provato a parlare, con le labbra secche: si sa che la birra non è un buon lubrificante. Ne era uscito, in quel momento, un pastoso “Lo so”. Pastoso nel tono, secco nel concetto.

“E allora se lo sai di che cazzo ti lamenti?”. Sapevo che aveva capito di avere esagerato, e infatti aveva rimediato subito con una sterzata verso un morbido “…lo sai che mi innervosisce che tu stia male per il nulla. Cioè, seriamente: mi hai pure detto che te lo sentivi, che stava per succedere, addirittura mi avevi detto due settimane fa che l’avevi sognata… A parte che già il fatto che ti segassi ancora pensando a lei era indicativo che non l’avevi completamente dimenticata, anzi…tutt’altro no?”

Aspettava una risposta, ero pronto a dargliela, punto nel vivo dell’argomento sessuale.
“Figa, ma lo sai che ci ho chiavato…egregiamente!”, roteavo le mani, più del dovuto…
“Lo sai quanto feeling, quanto…tutto. Lo sai, te l’ho detto altre due volte almeno…”. Pensieri al divano, al letto, alle vacanze. Mi si era stretto ancora lo stomaco, me lo ricordo ancora – e forse mi si stringe ancora un poco adesso. Contrattura numero ventimila della giornata, di quella giornata in cui avevo scoperto di essere stato dimenticato.

“Te lo ripeto. Io chiavo, si. Chiavare, lo sai anche tu, è una cosa egregia. Si vive per quello, lo sai che lo dico sempre!”
“Mmh”, assentiva, umano come me.
“Chiavare in giro, lo sai, ti dà un piacere di conquista che è impareggiabile. Ma se, e dico se…”
“Mmh” “Mi ascolti?” “Mmh sì, ti sto fissando figa, cazzo devo fare?”
“Ok…allora, metti caso: se il chiavare in giro, per conquista, in una scala gerarchica è il Principe del Piacere e del Godimento, in proporzione diretta il fare l’amore con la persona con cui ti leghi sentimentalmente per abbastanza tempo da condividere mezza tua vita è, metti caso, il Re del Piacere e del Godimento. No, l’Imperatore, il Kaiser del Piacere e del Godimento! Cioè, non è nemmeno arrivabile.”

“Mmh. Sì.” Sembrava avere capito il mio modo di esprimermi, sebbene fossi scosso, stanco, bisognoso di una carezza.
“Però adesso, in questo momento precisissimo, come ti senti?”

“Io, adesso, mi sento di merda. Non ho rimpianti, ma lei sta bene e io no.”
EGOISTA!, insegna luminosa, metri 3×4, iniziò a lampeggiare davanti ai miei occhi, con i più luminosi colori di ogni gamma. Ad accenderlo, manualmente, ogni persona che mi stava odiando, in quel preciso momento in ogni parte del mondo. Poca gente, ma buona.
EGOISTA! Lei stava bene. Eccome! Io no. Per niente.
“E pensa che mi sono trovato a pensare, caro mio-” “Non chiamarmi caro mio, lo sai, dai…”
“Eh, sì. Scusa. E pensa che mi sono trovato a pensare che se lei fosse da sola e felice, io sarei da solo e felice! E se io fossi fidanzato e felice, lei potrebbe essere fidanzata e felice!!”
Luminosa, accecante:
EGOISTA! EGOISTA! EGOISTA!

Ma non mi pentivo di quelle parole. Erano vere, forse dettate da rabbia e delusione…ma mai così vere e sincere.
La odiavo davvero perchè l’avevo amata davvero e lei davvero amava un altro. Come è giusto che fosse.
Ma non odiavo realmente lei, nè realmente lui. Nè, come in precedenza, gli altri gonzi che si erano accaparrati le mie lei, in sorte di fantastici giochi delle coppie, dei valzerini sessuali, dei girotondi a fini copulativi.

Lascia che la gloriosa danza dell’amore faccia il suo corso, mi dicevo mentre guardavo i solchi sul tavolo.
Però ero zitto da un minuto e mezzo, tant’è che si stava iniziando a spazientire. Guardava il cellulare.

“Oh be’, ascolta qui: io ho pure voglia di ridere adesso. Forse sto passando oltre…hai un video di Enrico Papi che sbrocca? Un  video di cagnolini…no, meglio di no, fai un video di…va be’, non mi viene niente, fai tu”
“…certo che sei scemo”, avvicina il cellulare, sorridendo del mio sorriso forzato. Enrico Papi e l’Uomo Gatto, ridiamo. Va bene così.

Per fortuna sono tempi andati. Basta con l’amore, meglio l’eroina.

si sta come d’autunno

Enrico Papi

ti odio

Nessun riferimento alla realtà.

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Il risveglio dei sensi e la paura di godere

Marzo. Ho ancora i coriandoli di Capodanno tra i capelli, ed è già marzo. Sento già il caldo del sole che non sa più autoregolarsi a temperatura media, come primavera suggerirebbe, e io mi trovo ancora a pensare che l’anno scorso sia stato il 2013, e non il 2014. Sono anni veloci, fantastici e pieni di idee e di speranza, ma che stanno finendo troppo in fretta.

Fuori dalla retorica, mi trovo a pensare che sì, sta arrivando la primavera, ma che la primavera è pure l’inizio della fine della bella stagione. Malatissimo esercizio di autolesionismo che dovrebbe indurre a pensare a quanto non mi riesca a godere più niente.

Conosci una nuova persona con cui ti trovi bene? Pensi immediatamente a quando litigherete in maniera definitiva, oppure a quanto ti starà sul cazzo, fra un po’ di tempo, quel suo tic impercettibile che magari neanche sai che esiste, e che sicuramente lui non produce apposta. Stessa cosa con le ragazze: ho iniziato a non provarci insistentemente solo per la sicurezza interiore che comunque, anche se sarà tutto perfetto, qualcosa tirerà il vostro sterzo verso il fosso, e voi vi infosserete, che lo vogliate o no.

Mi sto rovinando tutto. Non è così grave come sembra, diciamo: credo di essere, da una parte, più consapevole di tutte le cose che in qualsiasi contesto possano andare storte. D’altro canto, proprio per questo non sono più capace di godermi qualsivoglia cosa che mi capiti, o che potrebbe capitarmi. Che sia il coito, che sia un rapporto umano, che sia un momento positivo, al culmine del piacere vedo la notifica che mi avverte, perentoria: “Pensa a come starai quando tutto questo finirà”.

Bella merda.

Nel mio autolesionismo involontario, però, credo di non essere da solo. Percepisco, anche a livello nazionale, una certa volontà di non godere troppo dei momenti positivi, o delle notizie positive. C’è sempre qualcosa che ci tira verso il basso, tagliando i nostri voli pindarici verso il piacere e facendoci sempre cadere nella nostra letamaia piena di “e se”, “ma”, “potrebbe”, “però”.
E’ una situazione mentale deleteria, e ne sono consapevole, sia che sia deleteria sia che sia solo una situazione mentale.

Una situazione mentale in cui tutti gli strampalati commentatori politici che affollano i social network, tutti oltre i trent’anni, si ritrovano e sguazzano, godendo della propria situazione merdosa di nulla cosmico, di autocommiserazione, sempre pronti a piangersi addosso ma sempre carichi di nervosismo verso chi prova a elevarsi dalla propria situazione di degrado mentale e sociale. E’ il Medioevo Mentale Internettiano, basato sulla poca consapevolezza del mezzo a disposizione, e sul fatto che gli italiani sono grandi individui che formano un popolo di merda.

E intanto il tempo passa, tiranno del cazzo a cui nessuno chiede alcun parere. Come dice il Vate Giovanni Lindo, da più di venticinque anni e come solo lui sa fare:

cerco le qualità che non rendono
in questa razza umana
che adora gli orologi
e non conosce il tempo
cerco le qualità che non valgono
in questa età di mezzo

E’ solo un momento mentale. Passerà, senza alcun dubbio. Però, come dicono anche a Milano, “Oh figa, mollami!”, non ho voglia di correre: mi costruisco il futuro senza paura di fallire. Altrimenti potrei tranquillamente laurearmi fuori corso senza prospettive come il primo coglione pronto a sedersi in Piazza Verdi con una Peroni da 33cl, calda e sgasata. Avanti tutta, come dico a tutti. E ci credo davvero, quando lo dico: avanti tutta, bulldozer a scansare la merda che ci mettono davanti.

Poi, per il chiavare, se ne parla più avanti.