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Sono Sempre le Due di Notte

Ho provato tante volte ad aggiustare la mia routine quotidiana, in modo da regolare il mio ciclo circadiano con il resto del mondo – o almeno con la parte di popolazione del mondo che si possa definire, senza paura di smentita, “normale”. Ma sarà per l’abitudine decennale, o per la libertà che la notte ti offre, o più semplicemente perchè in quanto ancora principalmente uno sfaccendato universitario che di mattina non ha molto spesso degli impegni, la regolazione del sonno ritarda di anno in anno.
Non sono un abitudinario, non ci riesco; non lo sono nemmeno nei miei difetti, tanto che capita (non spesso, ad essere sincero) che preso dalla voglia di fare qualcosa di strano finisco a letto alle nove, alle dieci o comunque molte ore prima della mia abitudine.
Giusto per farvi un esempio: forse l’1% di tutto quello che produco in scrittura o disegno o musica è stato ideato di notte, da mezzanotte in poi.

E’ da qualche mese, diciamo dalla fine dell’estate, che però ho fatto caso per l’ennesima volta nel corso della mia vita a una delle cose che più mi mette ansia nella mia vita: la percezione che il tempo acceleri. I periodi dell’anno scorrono via, gli anni interi passano senza quasi lasciare ricordi e anche nel loro piccolo le giornate finiscono in un soffio.
Non so cosa sia successo, che bottone sia stato schiacciato nella Sala Comandi del mio cervello, ma ogni volta che guardo l’ora sono le due di notte.
Spiego meglio: capita, per uno strano fenomeno, che durante il mio lavoro al computer (che sia scrittura o studio) lungo il corso della giornata io voglia guardare l’orario e, per un meccanismo mentale o per qualsiasi altra motivazione possibile (magia? complotto?), sono molto spesso gli stessi orari.
Gli orari in cui guardo l’orologio: le dieci, mezzogiorno, dalle tre alle nove ogni circa due ore, e poi le undici e le due di notte.
Perciò mi trovo quasi ogni sera col muso al computer, gli occhi fissi sullo schermo e sempre, sempre lo stesso orario. Con tutti i pensieri annessi: un altro giorno è passato; la velocità del tempo è pressante; e la laurea?; la settimana è cortissima, è già mercoledì e non ho fatto quasi un cazzo; per l’ennesima volta è notte e dovrei essere a letto e invece scrivo.

Tutto questo mi provoca un (bel) po’ di ansia, anche se sono quasi sicuro che una sana routine con un giusto orario di veglia regolato con il sonno non possa che alleviare questa sensazione di tempo-che-scivola-e-scappa-da-non-si-sa-cosa-neanche-lo-stiano-rincorrendo.
E invece, per l’ennesima notte, sono qua a scrivere, e del letto neanche l’ombra.

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La procrastinazione è una malattia. Curati più tardi.

“Dovrei proprio mandare questo messaggio, giusto per tenere l’attenzione alta su questa cosa nel gruppo Whatsapp. Adesso lo mando.”
Ma le mani non si muovono.

Cosa ti succede? Fino a due secondi fa non eri tetraplegico, nè avevi le dita anchilosate.
Controlli meglio: stai facendo altro. Il piccolissimo centro di controllo nel tuo cervello si calma: non è successo niente di grave, sei solo impegnato, non puoi mandare quell’importante messaggio adesso, lo farai più tardi.

Ora sei troppo impegnato a girare la rotellina del mouse per guardare le ultime notizie su Facebook.

Scroll. Srrrrllll. Srol. Scroll.
“UN VIDEO DI CANI!”
Video di cani. Tre video di cani. Dieci video di cani (un mi piace ciascuno), finchè non vedi sotto, lampeggiante, una gif animata di un serpente che si morde la coda.
“COME IN SNAKE!” (mi piace)

Il miniaturizzato centro di controllo nel tuo cervello si inizia a scaldare, perchè ok che avevi da fare ma dopo venti minuti di nulla scatta il Programma Priorità.
Dopo tanto, tanto procrastinare ti viene un piccolissimo moto d’ansia. Quello è il Programma Priorità: l’ansia.

“Be’, direi che possa bastare, il gruppo su Whatsapp ha bisogno del mio suggerimento, c’è bisogno che l’attenzione sull’incontro di giovedì rimanga alta”, e allora da bravo scheduler prendi in mano il cellulare, apri Whatsapp e…

Ma dove extracazzo è il gruppo che cercavo?
Si chiama “Humboldt ci fa una sega”, dedicato al grandissimo cartografo e filosofo e chi si ricorda cos’altro. E’ un gruppo universitario, dovrei anche averci messo una stellina all’inizio del nome per vederlo meglio nei miei venticinque gruppi e trenta conversazioni.

“Eh, sì, ma poi cos’è che dovevo scrivere?

…non è che mi stia perdendo qualcosa su Facebook?”

Abbandoni Whatsapp, con la promessa a te stesso che non sarà per sempre, e il tuo pollicione va a memoria: Facebook su cellulare.

L’equivalente dello scroll sul cellulare è swish, tipo la pubblicità dello shampoo, perchè i capelli non fanno swish neanche se sono finti ma nemmeno il pollice sullo schermo mentre spinge giù la pagina con un sofisticato sistema di specchi e leve.

Ah, mi è venuto in mente! Il messaggio era il seguente:
“Regaz, ma poi giovedì chi fa la macchina? Ma soprattutto, chi riesce a venire con la cartellina?”

Ma che cazzo di cartellina era poi? Boh.

Esce Facebook, entra Whatsapp.
Colpo di scena: il gruppo era esattamente al terzo posto della lista, perciò sei un pirla a non averlo visto. Anche perchè ha quella porco cane di stellina, esattamente come ti ricordavi.

Apri, scrivi: “Regaz, ma poi giovedì-”

Aspè. Era giovedì? O mercoledì?
Pausa. In più la musica di Spotify ti distrae terribilmente: è giunto il momento di mettere Florence + The Machine. Basta con questo John Lennon consigliato dall’algoritmo. “Algoritmo, è da anni che mi frequenti e di me non hai ancora capito un cazzo: JOHN LENNON MI STA SUI COGLIONI! GIMME SOME TRUTH LA ODIO! Vaffanculo, scelgo io.

Uellà, un messaggio. Figa?
Eh, figurati se ti scrive della figa! No, è quel cretino di Piero, ti manda un’immagine cretina e tu ridi da cretino, gli rispondi da cretino e fate un discorso cretino, e per l’ennesima volta non ti accorgi che hai perso il filo del messaggio nel gruppo.

A un certo punto il centro del controllo del corpo, quello piccolissimo nel tuo cervello, si sta per scaldare davvero. Quel messaggio deve essere mandato, e a qualsiasi costo.
C’è un risveglio improvviso nelle tue sinapsi che ti fa aprire all’improvviso gli occhi, anche fisicamente, e guardi nel vuoto perchè sei troppo concentrato a pensare a cosa dovevi fare.

E’ un attimo: il messaggio del gruppo, quella cazzata del messaggio che ci vorrebbe un secondo in condizioni normali, ma tu sei malato.
La malattia si chiama procrastinazione, ne soffre un miliardo e mezzo di persone, più o meno la popolazione della Cina.
O più?
O meno?
Va be’, poco importa. Importa che non sei da solo, che ti puoi curare. Puoi metterti un elastico al polso da pizzicare, tiene l’attenzione viva e procrastina la procrastinazione.

“Ma sono più o meno che in Cina poi?”
Ma che ne so…vai a vedere su Google. Ma poi il messaggio nel gruppo l’hai mandato?
“Ci penso più tardi”.

Ma infatti.

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2015 in review

che anno di merda.gif

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Il Muscolo del Flirt

Non so più flirtare. Non mi ricordo più come facevo.
Non che io sia mai stato un maestro, tutt’altro, ma certo mi sono tolto le mie belle soddisfazioni. Almeno fino ad ora.

Mi sono ritrovato, in particolar modo, in una situazione che ho riscontrato anche in altri miei conoscenti: sebbene il fatto di non essere il solo ad avere un problema del genere mi dovrebbe parzialmente rincuorare, è un po’ di notti che mi addormento con il pensiero atroce di non riuscire mai più a mantenere una conversazione con una ragazza.

Mi spiego: è da un po’ di giorni che per la prima volta da mesi e mesi, forse anni, ho in mente di provare un approccio facebookiano. Diciamo la solita conversazione che dovrebbe sfociare in un “usciamo per prendere un caffè qualche volta?” statisticamente in meno di 24 ore (statisticamente, perchè potrebbe succedere di avere a che fare con una ragazza timida, oppure si fallisce l’approccio: diciamo che nel tentativo di abbordaggio si sperona la nave e si finisce affondati, alla deriva, con la nave-femmina che se ne va e vi lascia nel vostro mare di vergogna repressa).

Mi ritrovo, dicevo, a tentare l’approccio. Cosa positiva.
Con una bella ragazza. Cosa positivissima.
Ma mi guardo, in terza persona, mentre scrivo in chat un “ciao faccina sorridente” e poi sto lì a guardarlo. A guardare, in terza persona, me con lo sguardo fisso sullo schermo, e quel “ciao” beota, immobile.
Mai inviato.

Mi immagino mentre lo mando, tutto preso nel pensare alle prossime mosse, tipo il pugile che durante la pausa dell’incontro, nell’angolino, mima i movimenti da fare sul ring. E puntualmente, sette secondi dopo le prove all’angolino, le prende: K.O..

Da qui, una teoria plausibilissima: nel cervello deve esserci un muscoletto minuscolo ma importantissimo, un po’ come i muscolettini mignons dell’orecchio, oppure come i muscolini graziosi dei mignolini dei piedi (per inciso, quelli che metti alla prova, insieme agli ossicini graziosi dei mignolini e alla fede cristiana, quando sbatti il piede contro i mobili).

Musica adatta

Questo muscolo carino piccino picciò è il Muscolo del Flirt.
Il Muscolo del Flirt agisce nel momento, appunto, del flirt, ovvero nell’atto dell’avvicinamento, da parte di un soggetto, ad un altro soggetto.
E’ un muscolino di dimensioni microscopiche, tanto da esistere solo nell’immaginazione di chi sta scrivendo questo post.
Essendo un muscolo, come tutti i muscoli va tenuto in allenamento; ovviamente, per periodi prolungati di vita di coppia, queste sessioni di allenamento non possono tenersi, il soggetto non può flirtare, e il muscolo cala di dimensioni e potenza.

Il vero problema si manifesta quando il soggetto, tornato in attività e sul mercato, decide di tornare alla caccia delle prede di suo gradimento: se il muscolo non è stato allenato a sufficienza, nei mesi potrebbe avere perso tono e fibra, e il soggetto potrebbe avere dei problemi al flirting.

Pausa drammatica.

Perciò, oltre ad essere un post estremamente inutile, voglio che questo sia un messaggio a tutti coloro che un giorno non vogliono trovarsi come me, bloccati dalla paura di andare oltre il “ciao” per paura di trovarsi in un meccanismo circolare in cui a “ciao” si risponde con “ciao” e ancora “ciao” “ciao” “ciao” solo per una mancanza di alternative sensate.

Che Piero Angela sia con voi.

piero-angela

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La teoria dell’umore da macchina

ATTENZIONE: ogni teoria qui sotto descritta NON E’ DA CONSIDERARSI ATTENDIBILE, nè l’autore così imbecille da prendere ogni cosa che scrive per realistica o reale. Non sottovalutate l’autore più di quanto non meriti.


Non credo sia una follia: quando siamo da soli, si cambia atteggiamento, si cambia modo di pensare, alcune volte può capitare di ragionare meglio sulle cose, di calmarsi. Da soli, si può dire tranquillamente, spesso si sta meglio. Si devono fare i conti con solo una persona, non si litiga nè si discute, ci si dà quasi sempre ragione (talvolta capita di darsi torto da soli). Succede a tutti, è normale.

Credo però di poter formulare una teoria basata sulla mia diretta esperienza che mi sbalordisce ogni volta che ci ragiono su.

Io credo che, quando si è da soli, l’umore e il modo di pensare cambi a seconda delle dimensioni dello spazio in cui ci si trova. Porto vari esempi a supporto della teoria.

Da soli, in una camera da letto.
Una camera da letto, mediamente, è grande abbastanza da ospitare un letto, un comò, un armadio, varie altre suppellettili. Diciamo pure che in media una camera da letto è, tra gli spazi chiusi in cui ci si può trovare da soli, il più comune e sicuramente uno dei più grandi.
In una camera da letto (in questo caso specifico, la mia), ho potuto notare come il mio umore sia, nella maggior parte dei casi, cupo, poco creativo, variamente grigio, tristemente monotono, scarsamente propenso alla gioia.

Secondo esempio: la doccia.
Si sa, è meglio docciarsi in compagnia, ma non è sempre possibile. In realtà, è un evento purtroppo molto raro.
Nella vita quotidiana di una persona, la doccia è senza ombra di dubbio lo spazio più stretto in cui si passi svariati minuti. A parte un ascensore, nel quale la permanenza per svariati minuti potrebbe essere sintomo di un problema all’ascensore stesso.
Ho sperimentato, nelle varie decine di docce che ho visitato nel corso della mia carriera da umano, un fatto insolito: cresce la voglia di cantare, aumenta il numero di idee innovative e creative prodotte dalla mia mente, ho addirittura notato un’impennata della mia generale voglia di vivere.
Ora, non so se questo sia dovuto al fatto che una persona pulita è una persona felice, ma in generale in doccia si pensa di più e meglio.
E POI IN THE SIMS TUTTI I PERSONAGGI SOTTO LA DOCCIA CANTANO, prova in più a supporto della mia teoria.

Per ora, abbiamo già due dati importanti:
Camera da letto = Spazio Largo = Umore grigio
Doccia = Spazio Ristretto = Umore solare

Ora, c’è un luogo di dimensioni intermedie, non grande come una camera da letto, e non piccolo come una doccia, in cui molti di noi passano moltissimo tempo da soli. A meno che non facciano car pooling, o che non abbiano una persona estremamente appiccicosa al proprio seguito.
Questo luogo è l’automobile.

Se nei luoghi grandi c’è dispersione delle energie positive, e nei luoghi ristretti c’è concentrazione delle energie positive, nella propria macchina l’umore è mutevole.
Sicuramente, le dimensioni in questo caso contano, eccome se contano: i maranza col SUV sono sempre incazzati, mentre non vedremo mai nella vita un tizio su una Smart triste. Gli smartisti sorridono, tutti. Cazzo c’avranno da ridere, direte voi. E’ LA DIMENSIONE DELLA MACCHINA! (infatti si chiamano smartisti, mica smartristi. eh va be’)

Negli spazi di dimensioni intermedie come una macchina che non sia un SUV o una Smart, prendiamo d’esempio una Punto del 2003, l’umore viene indirizzato dagli eventi, dalle sensazioni che si catalizzano su particolari cose. L’energia positiva e la negativa si equivalgono, perciò si canta a squarciagola una canzone carica di energia positiva, ma si rischia dopo pochi minuti di crollare nel mondo di mezzo della depressione se ti capita la canzone sbagliata.
Diciamo che una macchina di dimensioni medie permette all’energia positiva di non disperdersi troppo, ma una Punto non è abbastanza Smart per concentrare la gioia in poco posto, perciò il corpo attira l’energia positiva quando ce n’è più bisogno ma la caccia lontana quando si deprime.

Con una canzone evocativa al punto giusto, poi, facendo l’esempio più estremo, si possono sperimentare sensazioni uniche, tipo sguardo nel vuoto e ragionamenti sulle domande fondamentali della vita: perchè Trenitalia è sempre in ritardo, come si fa l’omelette perfetta, perchè non trovo una moglie rossa e intelligente. Cose belle e profonde, insomma.

E comunque, a ennesima riprova della mia teoria, dico la seguente constatazione, che chiude anche il post: si parla di “ridente paesino”, piccolo e circoscritto, ma mai di “ridente metropoli da 13 milioni di persone”, perchè è troppo grande…troppe energie disperse. Il paesino è piccolino, circoscritto, tutto raggrumato e piegato su sè stesso: ridente per forza.
Tipo Garlasco, Cogne, Città di Castello, Novi Ligure, Erba. Tutto perfetto, diciamo.

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Malinconoia, ovvero “Masini, mi hai insegnato a descrivere uno stato d’animo con una parola sola, tipo Vaffanculo”

e noi ancora ancor più su
planando sopra boschi di braccia tese

Se fossi in un film, se facessi parte di un copione scritto da sceneggiatori capaci, sarebbe probabilmente quella parte di film in cui il protagonista è in balia degli eventi. Un film in cui non vige la regola dell’homo faber che si costruisce il destino, ma in cui qualsiasi scelta porta a un risultato non scelto. Una barca alla deriva, che sia contro gli scogli o che sia verso il largo.

Sarebbe quel momento del film con la colonna sonora sotto, evocativo al massimo, in cui l’attore guarda nel nulla con uno sguardo fisso e un’espressione indecisa, tra l’insicuro, il sofferente e quello sguardo che fanno le persone che si fanno forza da sole, quello che solo a guardare la persona capisci che sta dicendo dentro di sè “forza e coraggio, è solo un periodo, vedrai che starai meglio”.

E magari, mentre questo attore guarda nel vuoto, partono i flashback commoventi.
Tu, che guardi il film, vedi il flashback in cui l’attore abbraccia la sua ragazza mentre ride, abbraccia il nonno che sta male, abbraccia il cane che gli lecca la faccia, abbraccia la madre che passa un momento difficile, abbraccia anche una colonna perchè ha ormai abbracciato tutto l’abbracciabile, e tu ti immedesimi nell’attore che ricorda, e ricordi a tua volta ogni momento difficile che hai passato, e ti si forma un po’ di vuoto nello stomaco.

La colonna sonora sui flashback è sicuramente La collina dei ciliegi di Lucio Battisti: altro vuoto nello stomaco. Battisti magari ti fa ripensare ad altri momenti della tua vita, lontani e che non torneranno più, e via di lamette sulle braccia e musica struggente, di cui faccio una breve playlist nel caso cercaste modi per piangere/tagliarvi le vene/piangere/stringere il cuscino.

PLAYLIST PER AMMAZZARSI
LA PLAYLIST PRONTA LAMA

1- Battisti – La Collina dei Ciliegi
2- McCartney – Twice in a Lifetime
3- Wonder – All in Love is Fair
4- Gentle Giant – Nothing at all
5- Kansas – Dust in the Wind
6- Chicago – If you Leave me Now
7- Gotye – Somebody that I used to know
(e poi, gran finale da lama sull’arteria del polso)
8- Adele – Someone like you

Se, e dico solo SE, le conoscete tutte, oppure le avete ascoltate tutte (o anche solo qualcuna, magari una dopo l’altra) e siete ancora qua, vivi mentre leggete la fine del post, allora avete un fegato di ferro. A coloro che stanno leggendo queste ultime parole con il sangue che fa le bollicine in bocca, mentre vi si appanna la vista e le forze vi abbandonano, il mio invito è di lasciare andare il vostro corpo non prima di avere cliccato QUI, per dare quel pizzico di attualità alla vostra morte così banale.

un quadro con due manghi.
Natura morta

(cit.)

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Cercar di farsi un po’ desiderare è proprio un vero dolore

La gente mi chiede spesso “ ma non pretendi troppo ? “ quando mi sente parlare di uomini e di relazioni.
Spesso mi si crede sola.
In realtà la domanda giusta sarebbe “ perché hai voluto rimanere sola ? “
Perché non mi accontento.
Perché voglio qualcuno alla mia altezza, e sapete non sono una di quelle persone insicure, non sono una di quelle “ menomale che è arrivato lui “ ma più “ menomale che sono arrivata io. “
Sono una donna che si crede anche piuttosto bella, o meglio , con un suo perché.
Per questo non riesco mai a cedere alle semplici lusinghe, per questo un “ carina “ non mi basta e non mi basterà mai, per questo con me i complimenti fisici non hanno mai avuto effetto, perché rispondo con un “ grazie, lo so. “
E per arrivare a questo ho fatto tanto, tantissimo.
Voglio qualcuno di altrettanto forte, voglio qualcuno che non si sminuisca, che non va con la prima che capita, io devo essere sicura che quando mi invita fuori sta invitando fuori me, non una con cui passare la serata.
Voglio qualcuno che non si sente felice per il semplice fatto di respirare, di più , di più io voglio di più.
Voglio i sogni.
Voglio lo sguardo lontano.
Voglio i “ ci riuscirò. “
Non voglio essere una principessa di un principe, in un bel castello.
Voglio essere il guerriero di cui ti fideresti a dare le spalle in battaglia, per poter uccidere chiunque, proteggendoci.
Le persone come me, sono destinate per tanto tempo a stare sole, perché io non desidero i “ sto bene con lui “ senza nessun sorriso.
Perché non mi sforzo di tramutare l’affetto in amore.
Perché io con una persona non mi sono mai detta “proviamo “ come se fosse un tappetto elastico,
ma “ Ti voglio anche a costo di dirti un giorno addio, dato che io non rimango amica di nessuno “ come se fosse un burrone.
Eh no, non mi sembra di pretendere troppo, mi sembra di pretendere il giusto per me.
E il giusto per me non è sicuramente un cazzone emotivo.
Non è sicuramente chi della mia vita fa la sua ragione.
Non è che non ha interessi se non chiamarmi quattro volte al giorno.
Non è chi mi fa un complimento quando non sa cosa dire.
Non è chi abbandona gli amici, per me.
Le persone come me non sono mai sole per scelta degli altri.
Mai.
Sono sole perchè sanno ancora cosa vogliono.

via Saida Bruni.

Poche volte cito pensieri di altre persone, specie se si trattano di post su social network: è noto un po’ a tutti che sui social non si posta quasi mai l’immagine vera di sè, ma un misto tra quello che si vuole essere e quello che si vuole far vedere di essere. Postare su Facebook e sul resto degli altri social è l’affermazione del proprio io nella società mediatizzata odierna: di per sè niente di male, anche se potremmo discutere per giorni sui limiti che ci si dovrebbe porre. Poco importa.

Mi importa piuttosto quando trovo su Facebook non i selfie, non i pensieri rubati ad altri, non i video stupidi, ma pensieri scritti che potrei avere pensato e scritto io stesso.
Questa ragazza ha colto e realizzato esattamente la conclusione a cui sono arrivato. Ovviamente, c’è da contestualizzare tutto ciò che ha scritto (ad esempio, la parte in cui afferma di sentirsi “piuttosto bella”, perchè io non mi sento “piuttosto bello”), ma lo scheletro del ragionamento sta in piedi anche nella mia testa: sono stanco di accontentarmi.

Io non voglio nè sopportare una ragazza, nè farmi sopportare da una ragazza. E’ successo troppe volte finora, e le volte che è successo è finita di colpo, in men che non si dica, come un tetto che scricchiola per mesi e mesi e poi crolla, portandosi dietro tutta la casa.

Di solito, il rapporto nasce con un “Ciao! 🙂 “, continua a letto, o su un divano, o su un tappeto, o aggrappati allo stipite della porta, o in macchina, e finisce con un “ma vaffanculo, mi hai rotto i coglioni” mio o suo, cambia poco. E’ un meccanismo che si è ripetuto fin troppe volte, ma solo adesso ho iniziato a pensare che in tutto questo c’è qualcosa che non va.

Mi sono sempre buttato nelle storie per la filosofia (fallimentare) del “chiodo scaccia chiodo”, sperando così di trovare nel mucchio la persona giusta. Adesso è arrivato il momento di fermare la macchina delle storie, questa continua “Milleproroghe” che mi impediva di stare male perchè stavo già male per quella dopo, e così via.

Adesso mi siedo in un cantuccio, cercherò rapporti sinceri con i miei amici, e creerò rapporti amicali con le persone che mi si avvicineranno o a cui dovrò (o vorrò) avvicinarmi.

Non voglio più sentire il mio stomaco dirmi “Dai, buttati! Sto brontolando, non senti che è quella giusta?”.
Il mio apparato riproduttore urlarmi “SCOPATELA! CAZZO MA SCOPALA! DAAI CRETINO STAI GIA’ ASPETTANDO TROPPO! No sai che c’è mandala a fanculo e SCOPATI QUEST’ALTRAAA DAAAI CHE CI SEI VECCHIOOOOH…ATTENZIONE!!! Ecco. Hai fallito, ancora……oooOOOOH ECCONE UN’ALTRAAA”.
Il mio cervello, invece, posato e governato abbastanza bene da Madama Coscienza, che suggerirmi le mosse da buon consigliere, tipo: “Sappi che potresti stare male, ma sappi che potrebbe essere quella giusta. Ti consiglio di non intrigarti troppo, non sai ancora che carattere abbia. Non regalarle l’anello. Non regalarle i fiori. Non andarci in vacanza insieme. MA CHE CAZZO, MI ASCOLTI O NO? Ora non reagire al suo insulto, non era un vero insulto, scherzava. CANCELLA QUEL MESSAGGIO MINATORIO! Ecco. E’ finita, e ci stai male.”

Forse non sono abbastanza bravo a capire gli stimoli del mio corpo. O meglio, non sono abbastanza bravo a capire gli stimoli che non arrivino dall’apparato riproduttore.
E’ che urla più degli altri, eh…cosa ci posso fare.

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Fenomenologia del Natale di nostro Signore Gesù

Per un altro giorno sarà Natale, senza nulla che me lo ricordi. Un giorno di corsa come gli altri, arriverà la mezzanotte e dirò che per un altro anno non sarà Natale. 
Vorrei rimpolpare questo giorno con nuove bellissime sensazioni, vorrei godermi la vigilia crogiolandomi nella voglia di pranzare fino a scoppiare, salutare i parenti e sentire ridere un po’ tutti.

Invece domani a quest’ora sarò seduto, con un po’ di foto in più e un po’ meno di ore di vita.

Ci troviamo in compagnia tra amici, e ci sorprendiamo ogni volta della fugacità dei periodi: Natale, Befana, Pasqua, estate, agostosettembreottobrenovembredicembre Natale, Befana, Pasqua, estate, ad libitum.
Incolpiamo il consumismo di qualcosa che non è mai stato nella nostra indole. E forse abbiamo ragione.

Alziamo i calici, per ricordarci quanto ci mancheremo a vicenda quando nemmeno questo sarà più possibile.

 

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Digital divided (ovvero “Come sopravvivere un passo dietro a tutti”)

“Francesco, ma che figata…fammi provare a me!”
“Dopo, facciamo una vita a testa”
“Dove sei adesso?”
“Boh, questa parte non l’ho mai visitata…forse ci sono passato prima, non lo so ancora…”
“Attento cazzo! L’hai ucciso!”
“Guarda questo!” (guida sul marciapiede)
“Hahahahah guarda come volano! Le macchie di sangue! …oh! Oh! La polizia!”
“Ci ho messo un quarto d’ora ad andare da una parte all’altra della mappa, è gigantesca”

 

Questa è una scena tratta dal film “I miei ricordi”, prodotto dalla mia testa. E’ una scena in cui io e un mio amico giochiamo a GTA.

Vice City. Mica bruscolini.
Per me era una chimera. Guardavo giocarci nel 2005, tutti i miei amici ce l’avevano, e io l’unico pirla senza.
Quando l’ho avuto, è uscito San Andreas dopo tre mesi. Altra chimera che ho inseguito per ANNI interi. Il mio computer non lo supportava, non avevo la PlayStation e anche se l’avessi avuta non mi sarei potuto permettere il gioco. 
Arrivato San Andreas, ed innamoratomi del gioco, arrivano i capitoli “Stories”: Liberty City Stories e Vice City Stories. E poi GTA IV.

Ho comprato GTA IV quando è uscito il V, per dire la puntualità: sono sempre a circa un capitolo di distanza, e sottolineo il fatto che da un capitolo decente all’altro della saga di GTA passano almeno almeno 3 anni. Anni, di quelli fatti di dodici mesi, con 365 giorni, o 366 giorni se prendi l’espansione.
Resomi conto del mio digital divide con il resto del mondo, ne ho fatto una bandiera: tutti con l’ultima novità, e io più che sbavare dall’invidia sgranavo gli occhi davanti all’ultima caratteristica tecnica arrivata e poi, internamente sconsolato, guardavo l’orizzonte, pensando se e quando l’avrei avuto, continuando a fare la mia vita. 
(Mi ricordo ancora quando mi sono fatto entusiasmare dal fatto che i cellulari avessero lo schermo a colori)

Touchscreen? Chimera.
Internet mobile? Chimera.
Applicazioni utili? Chimera.
Andavo forte a figa mentre tutti chattavano su Whatsapp, almeno quello.

Fatto sta che mi piace ricordarmi lo stupore quando il fortunato di turno mostrava il GameBoy (NON COLOR) con la cassettina di Super Mario, tanto vecchia ma tanto vecchia che Luigi non era ancora entrato nel business con suo fratello Mario e faceva ancora il pizzaiolo invece di fare il vice in tutti i suoi giochini.

Non sto assolutamente imponendo una supremazia dell’obsolescenza digitale: a me piace questa era tutta informaticamente intuitiva, così facile da approcciare e che ti offre così tanto in termini di tecnologia, che è una cosa che ho sempre adorato e che ho sempre avvicinato con riverenza.

Mi piace ricordare di come non fossi MAI alla moda, tecnologicamente parlando.

Volevo la consolle e i videogiochi? Mi hanno comprato il NES, Nintendo Entertainment System. Nel 2002.
Volevo il fuoristrada Peg Perego? Mi hanno preso un tre ruote 50cc. Avevo 7 o 8 anni.

A un certo punto, ci fai semplicemente il callo. Hai il cellulare che non supporta neanche i video? Te lo tieni finchè non si disfa. Ti manca l’ultimo gioco del momento? Lo scarichi, altrimenti se non hai il computer adatto ti arrangi, guardi gli altri e speri che i tuoi amici a casa loro ce l’abbiano, così quando vai da loro ci giochi anche tu.

Non è mai stata una questione di povertà. E’ sempre stata una questione di principio, e allora io l’ho presa come una questione di principio. Un passo indietro, si vedono meglio le cose, i fenomeni di consumo.
Guardate gli iPhone. Fanno un modello all’anno e sono tutti uguali. E c’è gente che ne compra uno all’anno, per non rimanere indietro.

650 euro a botta.

No va be’, questo non è un post critico, non ne ho voglia…
Avrei voglia di una coccolina.

Una coccolina analogica. Quelle digitali costano troppo

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Appello Per la Barba in Costituzione

Maschi!
Giovani virgulti dall’età superiore ai vent’anni qual’io sono!
ASCOLTATE!

In questo momento di verace abbattimento nei confronti delle fondamentali istituzioni prescritte dalla nostra Carta Fondamentale, quel che serve affinchè la credibilità torni alta è una serie di sagge decisioni da chi detiene le rédini del potere.

Una folta minoranza della popolazione maschile ultraventenne si abbatte, si strugge e si dispera, poichè oltre i torti delle istituzioni, si aggiungono all’abbattimento dell’umore, i torti di Madre Natura nostra creatrice e disegnatrice.

Quel che manca a Madre Natura, parecchi filosofi dei nostri tempi e di tempi andati dicono e hanno detto, deve essere rimpolpato, incrementato, complementato dall’azione dello Stato.

Quel che voglio io insieme a una massa di uomini in giovane età, è l’orgoglio maschile.

Che la BARBA sia iscritta tra i Diritti Fondamentali Costituzionali!

Vogliamo guardarci allo specchio senza doverci radere per carenza di pelo!
Vogliamo tastarci le guance con la soddisfazione di sentire non più viva pelle, ma ruvido e folto villo!
Vogliamo che l’amata nostra ci ammiri e ci paragoni ai nostri beniamini Ollivudiani quali Ciano Cònneri, Mello Ghibsòni, Arrisone Fordi e, sopra tutti, Giorgio Clùnici.

Che il Parlamento smetta di gingillarsi con tasse, costo del lavoro, precarietà, crisi economiche!
Un’Italia foltamente villosa, è un’Italia che rinasce nella sua mascolinità! 
L’Uomo Villoso, secondo recenti studi, ha più forza fisica, è più prestante, ha più Appello Sessuale e, sicuramente, richiama antiche origini: il Divino Marco Aurelio era di barba dotato, ed è diventato Imperatore della Roma Antica e conquistatrice del Mondo!

 

Giuseppe Stalin vinse su Hitler perchè dotato di Baffi più folti!
Guardate la fine di Napoleone: nessuno con la Barba è mai stato esiliato all’Elba!

 

Costituzionalisti, ascoltate l’appello di chi soffre la visione di pelurie ridicole che sanno tanto ancora di pubertà: la Barba è un diritto inalienabile dell’Uomo che vuole vivere una vita sana e felice.
Schiavitù abolita, libertà individuali garantite da Costituzioni e Trattati internazionali: manca solo l’ultimo passo.

Coraggio.