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L’Epoca delle Chiese Nuove

Mirandola.
Nel 1995 arrivò Scalfaro e la nominò Città, come recitava la lapide vicino all’entrata della sede comunale in Piazza Costituente. In realtà aveva già lo status di Città (sì, in Italia si diventa Città per legge: arriva il Presidente della Repubblica, raduna tutti i Sindaci in un capannone e fa, in piedi su una sedia perché sono in tanti e vuole parlare a tutti: “Allora”, e indica col ditino, “tu sei Città, e anche tu” voltandosi tre gradi a ovest, “e tu, tu, tu dietro e TU”, quasi urlando perché quel Sindaco è lontano. E i Sindaci esclusi chiedono “allora noi non siamo Città vero?”, e il Presidente della Repubblica, scendendo dalla sedia, dice “No Piove di Sacco, non sei Città neanche quest’anno”, e passando in mezzo alla folla di Sindaci radunati nel grandissimo capannone viene fermato altre quindici volte, e tutte le volte risponde “no, Maslianico, non sei Città; no, Lambrugo, non sei città; no, neanche tu sei Città, Cremella” e cerca di farsi spazio tra le fasce tricolori svolazzanti; e si crea un ingorgo perché i Sindaci dei comuni siciliani si scaldano più degli altri e lo pressano e allora, allertata dallo strattonamento, scende dal soffitto l’unica guardia del corpo appesa ad un’imbracatura, che tira su per le spalle il Presidente della Repubblica e lo porta al sicuro, sulle travi del tetto del capannone, mentre tutti là sotto iniziano a scaldarsi – quelli non nominati Città – mentre i Sindaci delle nuove e vecchie Città fanno comunella, si mettono in un angolo poco affollato e iniziano a scambiarsi i numeri di telefono dei centralini con la promessa di sentirsi ogni tanto per scambiarsi dei dati dell’anagrafe e di fare dei gemellaggi che poi, come ogni volta in quelle occasioni, si promettono ma non si mantengono mai, fanfaroni di Sindaci Cittadini), ma una conferma in occasione di un cinquecentenario non fa che piacere.

Mirandola è bella, ma chi ci abita più di due settimane, improvvisamente e quasi senza motivo, inizia ad odiarla.
Tutti, nessuno escluso, la odiano; ma non lo ammetteranno mai se glielo chiedi direttamente. Non c’è spiegazione al fenomeno.
“Come ti sembra Mirandola? In molti se ne lamentano…”
“Ma no, ma perché se ne lamentano che è così carina!”
Questa è la conversazione standard di una persona che si sente punta nel vivo in quanto appartenente alla comunità di Mirandola. Succede l’opposto nel caso un appartenente alla comunità ha l’opportunità, lo spazio retorico, per allargare la sua lamentela.
“Tu ti lamenti tanto di Grottolo sul Pendente (nome inventato), ma non vivi a Mirandola: fa S-C-H-I-F-O!”, senza portare prove a sostegno della sua posizione.

Tutto questo succedeva, nella Città di Mirandola, quando il terremoto non aveva ancora colpito. Il 2012 (anno bisesto e perciò, secondo saggezza popolare, anno funesto) ha fatto in modo di dare motivazioni ai mirandolesi che si lamentavano di Mirandola prima che di Mirandola, e del centro storico in particolare, non rimanesse che un mucchio di polvere in mezzo a dei ruderi, almeno per i primi pochi anni.
Il 2012 ha trovato il modo di dare ragione a quei poveri scemi, e questa è un’ennesima colpa di un anno che è stato talmente schifoso che non viene mai chiamato alle cene lavorative che gli Anni, ogni 31 dicembre, organizzano per celebrare la pensione dell’anno vecchio e l’inizio del lavoro del nuovo anno: quando l’Anno Uno fa il giro delle chiamate per chiamare tutti gli anni fa sempre in modo di non chiamare il 2012; a dirla tutta, non chiama neanche gli anni della Peste Nera, o il 1939; e a dirla ancora più tutta di prima, se può, evita di chiamare anche il 1977 che ogni volta che arriva inizia a parlare di politica e non smette più e annoia tutti gli anni divertenti come il 1969 e il 1492 e l’800 e il 1945…il 1977 con quella sua barba del cazzo e l’eskimo – o il loden, dipende da come gli gira.

Il 2012 si vede ancora, in giro, e penso personalmente si vedrà finchè la Città di Mirandola esisterà. Nel nome delle vie, questo senza ombra di dubbio: tanto che come i bimbi di oggi si chiedono perché siano tanto speciali il 4 novembre o l’8 agosto da meritare vie dedicate, i bambini di fra cinquant’anni chiederanno alla mamma che cosa sia successo di così tanto indimenticabile quello strano 29 maggio 2012.
Il 2012 si vede camminando, girando in macchina o aspettando un amico che deve uscire dal portone. Mentre lo aspetti ti giri, e ti trovi di fronte la selva grigia di tubi che sostengono la facciata della Chiesa del Gesù.

Il 20 maggio 2012, giorno della prima vera scossa di terremoto, andammo a San Felice (poi immortalato da innumerevoli servizi in tv nei mesi successivi nelle stesse modalità in cui vengono macinati per il pubblico i resti delle vite vissute dai sopravvissuti all’ultimo, in ordine di tempo, terremoto del Centro Italia) per osservare i primi grossi danni, che a quanto avevamo sentito erano già “grossi”, non sapevamo ancora che aggettivo utilizzare.
Pensate al vostro paese più vicino.
Pensatelo in macerie.
Spero vi siate avvicinati anche in minima parte a quello che abbiamo visto.
Arrivammo a San Felice sorridendo, e la lasciammo con il magone, entrambi, cercando di sdrammatizzare, con il cronometro che correva verso il 29 maggio; ma noi non lo sapevamo ancora.

La Chiesa del Gesù, di cui parlavo appena sopra, è un capolavoro delle prese in giro.
La Chiesa del Gesù, di fatto, non esiste più. Parlavo della facciata sostenuta dalla selva grigia di tubi: una griglia immane, un’impalcatura avvitata con i più sofisticati bulloni che la mente umana possa ideare (che sono pur sempre bulloni), impegnata a sostenere una facciata semidistrutta.
La tomba della famiglia Pico, o di alcuni dei Pico; in piedi da secoli.

E’ poco importante, in realtà, sottolineare da quanti secoli fosse costruita quella chiesa, o da quanti secoli sia costruito il vecchio palazzo comunale, o le altre chiese o i palazzi del centro storico, alcuni seicenteschi, o il Castello. Non è importante, ora.
Quando si parla di patrimonio di una comunità si intende dire che una comunità, cioè le generazioni prima della presente, quella prima ancora e così fino all’origine, alla nascita del patrimonio stesso, hanno vissuto intorno, dentro, in funzione e certe volte grazie a quella struttura, a quella chiesa, a quel palazzo comunale, a quell’ospedale; e quando un evento catastrofico trascina via senza volerlo (le placche tettoniche non hanno volontà proprie) un luogo che può essere a tutti gli effetti considerato patrimonio di una comunità, qualcosa in più viene cancellato.

C’è la storia di un nonno che, stanchissimo dopo una lunghissima passeggiata per il centro, sulla strada per casa, si ferma sui gradini della Chiesa del Gesù. E’ il 1934.
C’è la storia di due ragazzini che si rincorrono, scansando altri ragazzini vestiti con la tunica della comunione, in cui uno dei due inciampa finendo giù nella piazzetta della Chiesa del Gesù, che è più bassa rispetto alla strada, e rovina i pantaloni della festa, e ha paura di andare a casa perché sa che lo aspettano le sberle di sua madre. E’ il 1877.
C’è la storia di un ragazzo che vede, mentre scende i tre gradini della piccola piazzetta, una diciannovenne che sta per entrare nella Chiesa del Gesù; lei è poi la figlia del mugnaio di Medolla che è in città per trovare la zia, ma lui non lo sa, è interessato a cercarle il viso senza farsi troppo vedere, si vergogna. E’ il 1713.
C’è la mia storia: in una visita guidata nella Chiesa del Gesù la guida mi indica il simbolismo sui sarcofagi in pietra dei membri della famiglia Pico; da fuori, attraverso le vetrate e le fessure delle porte, arrivano gli schiamazzi dei ragazzi del Liceo, in ricreazione. Era il 2008.
Storie ammonticchiate, accumulate e dimenticate, tutte dimenticabilissime ma al contempo formanti una memoria collettiva, comune, legata ad un luogo di cui ora rimane una facciata lesionata e non ristrutturabile, coperta da una impalcatura costosissima e bruttissima fatta di tubi di ferro senza troppi fronzoli artistici. Dietro la facciata, niente. Nulla di quello che fa parte della memoria collettiva.

Siamo all’inizio di una nuova fase della nostra comunità. Molti dei nostri simboli sono nascosti da impalcature, molti altri sono andati persi o senza possibilità di recupero. Mi piace, però, vedere questa storia in prospettiva, ed è una prospettiva bella.
Quello che è perso, e non è replicabile, verrà sostituito da qualcos’altro. Non sarà mai la stessa cosa, e per noi le nuove chiese, le nuove case, il nuovo palazzo comunale non avrà nessuna memoria se non la nostra, la nostra esperienza diretta.
Ma proprio questo, in prospettiva, è stimolante: siamo i primi. Stiamo per vivere, e possiamo riportare a generazioni di persone come noi presenti nel futuro, quello che nel diciassettesimo secolo hanno vissuto i contemporanei dei grandi architetti barocchi.
La sensazione di entrare in una chiesa nuova, magari di essere i primi a pregare in quel particolare punto, prima di altre migliaia di persone, il primo anno in cui esiste quella chiesa, è strano. E’ anche difficile da capire, e non mi aspetto di essere totalmente chiaro in questo, ma è un po’ il concetto che ho espresso nel mio post di febbraio (Religione per uso personale) e lo trovo estremamente affascinante.
Spero di avere stimolato qualcosa in voi, spero di essere riuscito a spiegarmi in questo ultimo concetto ma non ve ne farei una colpa in caso contrario. Vi voglio bene lo stesso.

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Dov’eri, tu, il 29?

Il custode tiene gelosamente alla larga i ragazzini dal campo di calcio. E’ stato rizollato da pochi mesi, è ancora nuovissimo e lui tiene ogni benedetto giorno ciascun filo d’erba al suo posto, ridisegna le linee del campo, controlla quasi maniacalmente che non ci siano buchi di talpe o che i pali siano ancora in ordine, puliti e bianchi, con le reti ancora nuove, non mangiate dalle precipitazioni.

Quel campo è stato, tre anni fa, invaso dai mezzi della Protezione Civile per le prime emergenze nel dopo terremoto. Arato dalle ruote dei pesanti mezzi, dalle camminate nervose e incessanti dei civili accampati e stremati, bagnati dalle lacrime di chi aveva perso tutto e non vedeva alcuna speranza nella distruzione.
Ora è perfetto. Pulito, curato, con un custode solerte e severo.


Il sole sta per tramontare. Fa a gara con te, che ti muovi veloce in macchina tra le sgangherate strade basse del modenese rurale, per nascondersi tra le colonne ben visibili di un edificio in costruzione. Gli operai hanno fermato i lavori, riprenderanno il giorno dopo; capaci e veloci, non sono ancora arrivati a costruire i muri esterni.

Su quella terra, era nata una casa più di cento anni fa. Aveva visto generazioni intere crescere, giovani e anziani lavorare i campi. Aveva visto nascite dentro di sè, aveva visto lutti di capifamiglia e sentito urla strazianti.
Aveva visto la rivoluzione economica, la guerra, il fascismo, e sentito la prima radio, la prima televisione. Tutto dentro di sè: stessi mattoni e forse anche lo stesso intonaco.
E’ bastato il 20 maggio, per lei. Decine di storie di vita vissuta diventate inagibili. Il 29 ha fatto il resto.
E ora, ecco sua figlia. Una nuova casa, pronta per un altro secolo, per altre generazioni di figli, nipoti, nascite e lutti, nuove tecnologie e nuovi pazzeschi eventi.


Le impalcature occupano metà della piccola piazza davanti alla chiesa. O meglio, quello che era una chiesa.
La facciata della chiesa, nominata “di interesse storico” da chi ne sa qualcosa, rimane artificialmente in piedi. Da sola.

Dietro di sè, nessun muro.
Nessuna colonna è rimasta in piedi. Nessuna navata, nessun arco ad ogiva. Nessuno stile, nessun affresco, nessun reperto storico.
Niente pavimento, niente quadri, niente Madonne nè Crocefissi.
Da tre anni tacciono le messe, le preghiere, le benedizioni. Nessun sacramento.

Una facciata di una chiesa, senza la chiesa, è ancora una facciata di una chiesa?
Il muro di mattoni, costruito a regola d’arte all’incirca seicento anni fa in un raffinato stile romanico, è solo un muro di mattoni. Nulla di sacro. Non più utilizzabile, riutilizzabile, ricostruibile.
Stile romanico, sostenuto dal Genio Civile.


La distruzione è sempre esistita. Sempre esisterà, per mano umana o naturale. Per volontà o per caso, o per una serie di sfortunati eventi. La distruzione è la normalità, in un’esistenza decisa dalla Teoria del Caos. Si nasce per caso, si muore per sopraggiunti limiti anagrafici, nessuno lo sceglie: succede!
La distruzione di tutto ciò che era la nostra normalità è l’eterno “memento” di ciò che siamo. Niente.

Trema la terra, arriva la paura, ma cosa vuoi farci?
La terra si ferma, le case si ricostruiscono, ci si guarda negli occhi e ci si dice “Avanti, avanti”. Ci si abbraccia, e si riparte. Insieme.
Ti amo, mia odiata terra;
ti odio, mia amata terra.

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Vale

Nel cortile dove una volta sorgeva la casa dei miei nonni paterni ho scorto, pochi giorni fa, un piccolo presepe automatico in gesso, di quelli che hanno una piccola fontana all’interno a ciclo continuo, in modo che una volta acceso, dietro le piccole figure della Sacra Famiglia, si possa ammirare il minuscolo sgorgare scrosciante di poche gocce d’acqua da tre o quattro fori, nascosti dalle decorazioni scolpite nel gesso.

Ho trovato il presepe a faccia in giù, in mezzo all’erba a tratti alta, a tratti mangiata dal sole e dall’incuria, a una decina di metri dal perimetro di quella che era la casa dei miei nonni paterni. All’appello della Sacra Famiglia manca San Giuseppe, disperso nella caduta del suo quotidiano vivere, cioè quella stampa di gesso di dubbio gusto e qualità.

Il presepino è recente; risale a Natale 2011, o meglio: Natale 1 a.T.. Natale dell’anno uno, avanti Terremoto.

L’ho preso in mano, gli ho dato una ripulita con una manata, ma sapevo già dopo una prima occhiata di cosa si trattasse. Quel presepe era considerato alla stregua di un gioiello, da mia nonna; lo faceva andare, guardando il bambinello con i genitori, l’acqua tinta da tre led colorati e una musichetta natalizia a completare lo stucchevole quadretto di gesso.

Cosa vale, uno stucchevole quadretto di gesso, per chi come me non crede? Niente, nonostante abbia un debole per i presepi con i cicli continui di acqua: quello scrosciare costante mi ha sempre incuriosito tantissimo, come il “come funziona questa cosa?”.

Cosa vale quel quadretto di gesso per chi lo faceva vedere a tutti gli ospiti, a tutti i parenti, con un orgoglio spropositato? Ora, nulla: neanche si ricorda di averlo perso.

Ha perso la casa. Ora il presepino è in salotto a casa mia, e presto lo restituirò a chi lo ha tanto idolatrato. Ma ogni volta che lo guardo, senza San Giuseppe e senza uno spigolo, magari perchè caduto nella fuga dal Mostro, penso a quanto fosse importante, e alla sua importanza ora in relazione a tutto quello che di importante, in senso negativo, è successo.

Vale molto l’esperienza, niente di più. I ricordi fanno male, le persone fanno male, le catastrofi fanno male, ma prima o poi tutto si dimentica. Un amore, una sconfitta, un lutto, la perdita di una casa. Figurarsi un presepe, che per quanto fosse importante mentre lo accendeva e lo ammirava con gli occhi lucidi di gioia e orgoglio, non è una casa, e mai lo sarà.

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Il rispetto per questo genere di cose

Per rispetto a quello che ognuno di noi ha vissuto in quei momenti, non dovrebbe esserci la rincorsa al “mi piace” con degli stati su “un anno fa”, ma un rispettoso, intelligente, silenzio. Radunare ognuno per conto suo le proprie idee, metabolizzare per l’ennesima volta (ma è davvero necessario? Come se in un anno non ci aveste pensato) quello che è successo e l'”aftermath”. 

Ragazzi, perchè c’è il “minuto di silenzio”? Perchè in certe situazioni, l’unica cosa che si può fare è stare zitti.

State zitti, e meditate, cercando di costruire sulle esperienze, non riesumando ogni minima cosa. Per amore dei “mi piace”, tra l’altro. Ve lo chiedo con l’affetto di chi è stato nella vostra situazione, e la fermezza di chi si è rotto i coglioni.