Polpette Cosmiche, Vespe Puttane e Nuvoloidi

E’ una bellissima giornata di sole, poche nuvole in cielo; niente tepore primaverile però, spazzato via del tutto da un pesantissimo vento figlio delle correnti caldissime e freddissime che ancora si scontrano a chilometri di altezza sopra le nostre teste. Correnti calde gentilmente offerte dal riscaldamento terrestre e dall’effetto serra; correnti fredde, pure.

Le poche nuvole presenti in cielo che hanno resistito allo sparecchiamento del tavolo azzurro degli ultimi giorni sono leggerissime, filamenti leggeri di vapore acqueo lontanissimo e altissimo. Chissà quanto sono fredde, o chissà quanto peserà una nuvola. Cioè, fuori da ogni retorica: quanto peserà una nuvola? Di piccole dimensioni, scarica di pioggia, una di quelle che prendono le forme più disparate. E chissà quelle nuvole lassù in questo momento come si chiamano. No, non come si chiamano di nome, cioè non penso che tra di loro si diano dei nomi (a loro manca l’essere cosciente di essere una nuvola, o l’essere cosciente tout court), ma come gli studiosi delle nuvole chiamano quel particolare tipo di nuvola. Cirro? Nembo? Nuvoloide? Vaporella?

E poi, c’è il cielo d’un azzurro quasi finto, bello scuro e luminoso; c’è una nuvola sopra di me in questo preciso istante, un’altra qualche grado a destra, e basta; e poi c’è il sole, che nessuno guarda mai in faccia. Codardi.

Molto spesso mi ritrovo a pensare a quanto sia pazzesco che ci sia una polpetta all’idrogeno grande almeno come sette campi da calcio (forse di più!) che è là, fluttua nel buio universale esattamente come noi ma che, a differenza nostra (e per fortuna nostra) “brilla di luce propria”, che cioè cosa vuole dire? Che brucia. C’è una combustione in atto di tutto l’idrogeno contenuto nella (e sulla) polpetta cosmica che prima o poi smetterà.

Perchè?
Questa è una di quelle domande che nel passato avrebbe potuto far scaturire una religione. Sebbene la risposta a una domanda così incredibile, secondo me, sia molto semplice (“Perchè sì, credo”), l’essere umano medio non è mai stato capace di darsi una risposta univoca, definitiva. Dall’uomo della strada all’esperto allo specialista di stelle.

Tutti, però, hanno una cosa in comune: se guardano il sole negli occhi, si bruciano e non ci vedono più. Che poi dipende. Da cosa? Non dai tuoi occhi, che sono presumibilmente due, delicati e suscettibili alle fonti di luce. Dipende dalla quantità del tuo tempo che spendi a guardare in modo diretto La Polpetta Cosmica. C’è gente che c’è rimasta cieca, per un motivo o per un altro.
C’è gente che, addirittura, è rimasta cieca per molto meno. Metti la gente che rimane cieca mentre guida il motorino e che ha come unica colpa l’avere tenuto la visiera aperta. Ed entra una vespa nel casco che li punge nell’occhio, e poi fa infezione il nervo ottico e buonanotte, ciao vista dall’occhio sinistro. Quelli non se la sono cercata: quelli hanno avuto sfiga. E le vespe sono delle puttane.

Ma può, un animale così piccolo, essere territoriale (e stronzo) come un leone? Creano piccoli imperi in perenne espansione: poleis nei cessi chimici, colonie in mezzo ai mattoni, castri sotto le tettoie. Quelle piccole grandi puttane. Non che abbia qualcosa contro le puttane eh, è solo un modo di dire. Anzi: magari le vespe fossero puttane in quel senso. C’è sempre il problema della grandezza dei corpi degli insetti, ma cosa ci vuoi fare.

Il mio problema non sono, comunque, le vespe. Nè i cirri (o i nembi, o quel cazzo che sono queste nuvole sopra di me).
Il mio problema è che perdo il punto in fretta, tipo ora.

Di cosa cazzo dovevo scrivere?

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