Questa Minchia di Università

Ebbene sì: dopo cinque anni di rapporto altalenante con l’istituzione universitaria causato principalmente da me e dalla mia scarsa predisposizione allo studio fine a sé stesso e senza scopo se non quello di sfangare interrogazioni, verifiche o esami scritti e orali, a breve mi laureerò anche io.
Dopo decine e decine di persone conosciute e sconosciute passate tra le forche caudine di Facebook con la corona d’alloro in testa, fra qualche mese toccherà a me.

Ma forse, in cinque anni di università sparsi in due facoltà (due anni buttati via a giurisprudenza, e tre anni a comunicazione – sì, comunicazione, perché avete dei pregiudizi? Vergognatevi), nonostante la vicinanza dell’obiettivo finale, non ho mai vissuto un simile momento di sconforto.
Non è, in realtà, sconforto: è che mi tira proprio il culo preparare gli ultimi esami.

Da quando ho perso la voglia di preparare esami? La vera domanda è: quando mai l’ho avuta?
In realtà, a parte il mio sdrammatizzare, ho sempre pensato di essere poco abituato allo studio intenso in ambito universitario, e ho sempre cercato di evitare i libri a meno che non fosse indispensabile (sono un procrastinatore in questo ambito, come sa bene chi legge frequentemente questo blog), ma alla fine ho sempre trovato in fondo allo sgabuzzino delle cose poco utilizzate la mia Voglia Di Studiare e l’ho sempre usata, portando a casa il più delle volte risultati soddisfacenti.
Ma da quando ho iniziato a lavorare part-time, osservando con mio leggero stupore che il lavoro retribuito è molto apprezzabile e trovarsi due soldi in banca a fine mese fa molto piacere, mi sono trovato a pensare ai libri come a una perdita di tempo, vera e propria.

Sia chiaro: non penso che l’università e lo studio sia una perdita di tempo. Sono una persona estremamente curiosa e mi crogiolo nei libri di storia, tra le altre cose, se non in migliaia di articoli scientifici, storici e di interesse generale ogni anno, e sono convinto che la propria crescita personale passi dalla cultura personale, la più vasta possibile.
Bene, e allora cosa mi succede?
Sulle prime ho fatto un po’ fatica ad ammetterlo a me stesso. Cercavo di giustificarmi dicendo che era la mia normale e redditizia (in termini di fruttuoso “stress dell’ultimo minuto” che mi porta sempre all’obiettivo teso come una corda di violino ma pronto ad ogni evenienza) procrastinazione.
Poi, al primo bonifico, iniziai a dubitare delle letture accomodanti della vicenda che, come la trama di un giallo scritto male, iniziava banalmente ad infittirsi. Non era procrastinazione, o almeno: non era solo quella. C’è di più, ora.

Analizzando il mio corso di studi dei miei ultimi tre anni (quelli della prossima laurea), posso affermare di essere stato piuttosto selettivo: ho sempre preferito, con giusta ragione, i corsi e gli esami a me graditi, per posticipare sfacciatamente gli esami di cui ho odiato il corso o che, semplicemente, fanno cagare (economia politica…per favore). Questa mia selezione mi ha portato ad esaurire gli esami miei pupilli con una velocità disumana, lasciandomi in questo momento finale del mio corso di studi con un mazzo di stronzoli in mano.

Ora. Io non dico che sia giusto un impegno selettivo così sfacciato. Preferisco semplicemente affermare che l’università, in questo frangente, non mi sta preparando al mondo lavorativo.
“Sì che ti sta preparando al mondo lavorativo! Il mondo là fuori non è mica sempre come vuoi tu e devi fare anche le cose che non ti piacciono!”
Sì, stronzo/a. Grazie. Lo so, e lo so molto bene. Il problema è che sto perdendo qualche migliaio di euro per studiarmi la Legge Gasparri o qualche nozione inutile di psicologia cognitiva, cose che fanno benissimo, sì, alla mia cultura personale, ma malissimo al mio portafoglio. E che, con una probabilità altissima, non mi serviranno nel lavoro che farò, se sarà nell’ambito per cui ho studiato.

Ecco, mi trovo da una parte con una serie di esami del cazzo che devo fare in meno di un anno (ce la posso fare, ce la posso fare); dall’altra con un’entrata economica esigua ma che mi permette di respirare e di non gravare sulle spalle della famiglia.

Ditemi voi come vi sentireste al mio posto.
Lo so che un po’ mi capite.

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