Ricapitolando: i miei dieci anni di scrittura

Aprii il mio primo blog poco più di dieci anni fa. Dieci anni, racimolati senza nessuna fretta.
Era l’epoca di MSN Messenger, dei nickname colorati e delle chat illeggibili a causa dell’eccesso di emoticon. Puro pionierismo, epoche eroiche in cui si viaggiava a velocità infime e con un decimo della scelta attuale; proprio per la mancanza di scelta e, ovviamente, per la volontà di essere protagonisti tipica della preadolescenza (o almeno, di alcuni preadolescenti), all’età di tredici anni aprii il mio primo blog.

Era uno di quei blog forniti da Microsoft, che allora era ancora LA Microsoft, padrona di tutto ciò che avesse un chip all’interno e che si basasse su un server su Internet. La vera dominatrix dell’epoca.
Forniva, insieme al proprio account su MSN Messenger, uno spazio web sulla piattaforma Spaces, ora chiusa o fusa in altre succursali della compagnia di Redmond.
Ognuno di questi Spaces poteva essere personalizzato al punto tale da poter sembrare, con qualche tocco giusto di HTML copiato qua e là dalla Rete, un sito a tutti gli effetti. Tutto gratuito, in un periodo in cui ancora alcune caselle di posta elettronica avevano un’iscrizione annuale a pagamento (sì, abbiamo vissuto quel periodo fantastico).

Io, come tantissimi altri miei amici e come tantissime persone in tutto il mondo, colsi l’occasione per avere il mio spazio personale in cui esprimermi.
Mi ricordo di alcuni miei amici che mettevano le foto di Francesco Totti, alcuni che mettevano foto degli amici e con gli amici, altri che aprivano il loro libro degli ospiti e speravano che più persone possibili lo firmassero e scrivessero dediche.

Io decisi di scrivere.
Iniziai a scrivere di quello che mi capitava, mischiando (un po’ come faccio ancora adesso) avvenimenti reali a storie verosimili e ragionamenti, sfoghi. Ovviamente, con la capacità di espressione di concetti di un tredicenne.
Iniziai ad essere seguito, venivo apprezzato. Mi scrivevano complimenti sentiti, mi dicevano che si divertivano a leggere il mio blog, e che non vedevano l’ora che io pubblicassi qualcosa. Non scherzo. Era bello.
Mi ricordo ancora quando mi copiarono un intero post, nel 2008: mi sentii defraudato, ma al tempo stesso mi si accese la spia dell’orgoglio. Era un intervento (li chiamavamo ancora così: non post, ma “interventi sul blog”) di sfogo, di cui non ricordo moltissimo ma era molto simile a quei post “strappa-mi-piace” che girano tutt’ora su come vorresti fosse la tua vita e come invece è, e come in realtà il bene è più importante dell’invidia e della cattiveria e che la cosa più importante è la felicità. E questo genere di banalità adolescenziali.
Ero stato derubato, ma ne ero veramente molto felice: avevo fatto colpo.

Aprii il blog nel 2006 e lo chiusi per una stupidissima polemica tre anni dopo. Avevo offeso (poco) velatamente una ragazza con cui mi frequentavo solo perché mi aveva scaricato senza molte cerimonie. Mi scrisse che se non avessi cancellato il post mi avrebbe fatto chiudere il blog e sarei stato “passibile di denuncia”. Ovviamente erano fandonie, ma fui tenerino e inesperto in quell’occasione, non seppi tenere salda la barra e mi feci prendere dallo spavento: presi la palla al balzo e terminai il blog che, in ogni caso, in quegli ultimi mesi si stava (stavo) spegnendo lentamente.
Ero così orgoglioso del mio piccolo spazio che, oltre a riempirlo molto di frequente con post, pensieri, foto, immagini create da me, battute e riferimenti alla vita reale dei primi anni delle superiori che facevano molto ridere chi li viveva con me in prima persona, in occasione di uno degli anniversari della sua creazione stampai in casa molti dei miei interventi pubblicati, comprese alcune foto che conservo con un piacere indicibile, e che ad oggi sono l’unica testimonianza di quello che fu quel mio piccolo, curatissimo e seguito spazio. Si chiamava, in modo ironico, “Buongiorno San Possidonio”.

Nel 2013, quando decisi di tornare in attività dopo qualche anno di pausa pensando di avere qualcosa di nuovo ed interessante da raccontare dopo l’anno del terremoto, il primo fallimento universitario, la nuova esperienza della radio e una nuova sensibilità acquisita in quel poco di maturità in più che avevo, l’unico dubbio che mi rendeva quasi nervoso fu solo uno: il nome.
Per un breve periodo fui quasi in procinto di chiamarlo, di nuovo, “Buongiorno San Possidonio”: adoravo quel velo di ironia che riusciva a sprigionare in sole tre parole, evocativo di programmi tv nazionali (Buongiorno Italia, ad esempio) o di rubriche su grandi testate giornalistiche, ma sempre coi piedi per terra, anzi quasi desideroso di autoderidersi come blog, che era talmente locale ed autoreferenziale da coprire  con le sue “notizie” non la nazione intera ma nemmeno San Possidonio, bensì meno di un metro quadrato: la sezione della stanza dove tenevo quello che all’epoca era il mio unico computer.

Ci misi due giorni, o forse tre, per scegliere il nome di questo blog.
Ho fatto una fatica bestiale: volevo che fosse descrittivo ed evocativo. Non sapevo decidermi, volevo fosse perfetto e che mi convincesse.
Ebbi un’illuminazione, e mi arrivò pensando allo scopo del mio blog, o almeno a quello che volevo fosse lo scopo principale del mio nuovo spazio online totalmente privato e indipendente: un incrocio tra una lentissima psicanalisi e un racconto che sapesse descrivere tutti i momenti in cui, da persona qualsiasi, mi rendessi conto dell’atto della crescita, della mia gradualmente crescente capacità di comprendere me stesso e il mondo che mi circonda. Volevo che il mio blog raccontasse la mia graduale presa di coscienza. Lo voglio tutt’ora, e forse è questo che lo tiene vivo. Non è un racconto narcisista della mia vita, e non lo è mai stato: mi sono sempre voluto divertire e ho sempre voluto divertire, in modi sempre il più possibile diversi, gli avventori di questo blog. E’ semplicemente il reportage della mia crescita, fisica e mentale, ed è per questo che voglio bene a questo mio spazio.

Io spero sempre che dentro le mie parole, dentro ciò che scrivo, si possano ritrovare i miei lettori con le loro esperienze dirette, con quello che provano in prima persona nelle loro vite di persone qualunque, esattamente come me. Ed è anche per questo che scrivo in pubblico e non in privato: non ho riscontri, nella carta di un taccuino, e c’è sempre un pudore che non sopporto nel tenere un diario. Lo capisco, quel pudore, ma non è semplicemente un modo di esprimere me stesso che mi sembra utile. E’ un pensiero personale, e su questo come su tantissime altre questioni non giudico…più.
Il ricreare le mie sensazioni nella mente delle altre persone è quanto di più interessante e positivo possa esserci nella scrittura dei miei “interventi”, ed è quello che tiene vivo il mio blog: è lo stimolo più grande, e forse è uno dei pochi. Quando mi viene detto, in prima persona, quanto questo o quel post siano vicini alla persona che mi parla, so di avere fatto un buonissimo lavoro, e ne sono orgoglioso.

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