La Rottura del Pallone

Se ho capito una cosa in questi anni recenti, e specie nell’ultimo anno e mezzo circa, è che le cose succedono. “Che banalità”.
E’ una cosa risaputa: le cose succedono. Ci sono fatti, ci sono eventi che accadono. Sì, ho capito, lo so, dirai tu.
Il fatto è che fino a un certo momento dai per assodato che le cose succedono fuori dal tuo piccolo mondo, cioè c’è la Guerra in Iraq ma è come le nuvole nello sfondo di cartone del presepe: là, lontano. “Eh ma anche noi abbiamo avuto la guerra, qui”. Tu te la ricordi, qui, la guerra? L’Iraq, l’Afghanistan, i paesi che non si conoscerebbero se non fossero in guerra da 40 anni. Si dà per assodato che ci sia la guerra, e qua no, perché qui stiamo bene. Qui cose così non succedono. Nel nostro micromondo di non-fatti, tutti belli o tutti risolvibili, figli della classe media che al massimo piange un bonifico non ricevuto, abbiamo quasi tutti avuto un’infanzia felice, tranquilla, rosea.

Ci siamo abituati, generazione dopo generazione, a una quotidianità in cui anche se ci succedono cose negative possiamo girare a piedi senza rischiare di venire ammazzati; a dirla tutta, ci sembra uno scenario quasi risibile. “Ma chi vuoi che mi uccida, a Carpi”, nemmeno ci pensi a una frase del genere: prendi la macchina e vai a fare la spesa al Conad e ciao, come stai, un etto di questo e un litro di quello, dai che mi si brucia il ragù eccetera.

Quando cade un governo, non è un disastro. Abbiamo basi solide, abbiamo la tranquillità della continuità. E’ una cosa estremamente positiva, ma di cui ci rendiamo conto solo se stiamo ad analizzarla, se ci fermiamo a pensarci bene. Non abbiamo paura che il governo ci tolga la libertà di stampa, e anche se volesse siamo dentro un sistema (quello occidentale) che non lo permetterebbe senza proteste fortissime e sanzioni decise.

C’è stato un momento in cui, nell’ultimo anno e mezzo, ho messo in discussione tutto, dove per “tutto” intendo il modo in cui mi relaziono con la realtà, in cui mi approccio agli altri e a me stesso.
Non sono in guerra. Non sono senza una casa, e ho anche un lavoro. Sto finendo l’università e ho qualsiasi libertà positiva che io possa immaginare. Ma abituato, come sono sempre stato, ad un’esistenza liscia, lontana dal concetto stesso di “problema grave”, di “trauma”, subirne alcuni è stato un risveglio doloroso.
Come tanti milioni di persone, ho vissuto alcuni vari normalissimi traumi familiari che hanno scosso la mia normalità, la quotidianità che era per me un dato acquisito, a cui mentalmente nei periodi tranquilli non si riesce a dare un limite temporale e che ora per molti aspetti non esiste più.
Anche il terremoto fece il suo lavoro in questo senso, a suo tempo, ma il ritorno in casa – la stessa casa di sempre, a differenza di tanti sfortunati che non ci sono riusciti – attutì moltissimo il trauma della distruzione dei paesi in cui abbiamo sempre vissuto. Questa volta è semplicemente diverso: se quattro anni fa fu una modifica della normalità, almeno per quanto mi riguarda, adesso è semplicemente lo slittamento ad una normalità diversa, non tranquilla, a cui mi devo semplicemente adattare e a cui parzialmente mi sono già adattato, per forza di cose.

Vivere un momento personale di crisi in un momento mondiale di crisi, non tanto economica quanto mentale, morale, sociale, non permette di tirare fiato.
Mi cibo di notizie, di elezioni e sondaggi e idee e fatti e giornali ed eventi e novità di qualsiasi genere, e tasto il polso di un occidente che, senza mezzi termini, sta per implodere. Ci sono infiniti fattori che portano a varie conclusioni, tutte negative. Il benessere diffuso e la banalità del bene da una parte; la noncuranza delle istituzioni, colluse con questo e quest’altro potere o semplicemente disinteressate o troppo lontane dalla realtà quotidiana delle persone o semplicemente troppo mastodontiche per potere operare con efficacia nel piccolo dell’economia domestica nel breve periodo, allontanano da anni gli Stati dalle persone; milioni di ignoranti che si crogiolano nella propria incapacità di analisi che finiscono, numericamente, a surclassare gli informati e i disinteressati, diventando di fatto i veri aghi della bilancia nella politica nazionale e, in alcuni casi, mondiale.

Le cose succedono, dicevo.
Cosa intendo, davvero, con questa frase?
Intendo dire che, se da una parte in privato, per scelte ed eventi che esulano dal mio campo di competenze e dal mio raggio d’azione, ho potuto vivere cose che ho sempre visto lontane o inconcepibili, dall’altra, a livello nazionale, europeo, internazionale e mondiale si sta muovendo qualcosa di grosso, di inedito. Stanno succedendo le cose che ciclicamente, nella storia umana, indicano una convergenza verso una soluzione unica: la Rottura del Pallone.
Cos’è, questo figurato Pallone?
E’ un enorme, gigantesco sistema autosostenuto di democrazie, sistemi fiscali, micro e macroeconomie, politiche sociali ed economiche che possono subire crisi ma che, con qualche giro di viti e qualche oliata agli ingranaggi, tornano a posto. Non è un pallone gonfio: è più una macchina mastodontica, impensabile, inimmaginabile e spaventosa.
Farage, Trump, il No (ma anche il Sì, o forse in un certo senso più il Sì che il No) al referendum, Hader in Austria, Orban in Ungheria, i sommovimenti in Germania, gli attacchi terroristici senza precedenti in Francia. E in tutto questo la rabbia, spesso immotivata, delle persone contro i governi, contro i movimenti e, cosa più triste e spaventosa di tutte, contro altre persone, spesso colpevoli soltanto di avere un’opinione diversa.
Tutte spie di un’esplosione imminente che molti milioni di persone in tutta Europa e nel mondo attendono come un evento salvifico. Dovesse avvenire tutto in un colpo, questa Rottura, con democrazie sotto scacco dell’ignoranza e della stupidità, della noncuranza o della semplice voglia distruttiva di chi non vuole capire a fondo il significato delle proprie azioni, dobbiamo aspettarci veramente qualcosa di grande e grave.

O magari mi sto sbagliando. Non ho la verità in tasca. Magari fosse così.

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