Via del Mare (ovvero: scritto per un concorso perso)

Dopo l’intrinseca velocità data dalla spensieratezza della giornata che si avvia alla fine, la banchina riposa. Rallenta il respiro del paese che, come ogni anno e in modo sempre più triste, si avvia alla chiusura della stagione.
Nei negozi di regali e ricordi che punteggiano la strada parallela alla via del mare si percepisce negli occhi del gestore una stanchezza malinconica, che si acutizza quando a fine giornata, a causa del calo dei villeggianti, la cassa si scopre un po’ più vuota del giorno prima. Quel negozio in particolare è una sorta di bazaar pieno zeppo di cianfrusaglie, giochi, palle, pistole ad acqua, ma anche tabacchi nazionali, pipe, bastoni da passeggio, retini da mare, piccolissimi rastrelli e secchielli per costruire strutture di sabbia che nell’immaginazione dell’improvvisato ingegnere di cinque anni di turno sono immense, bellissime, quasi abitabili: mille metri quadrati di castello di sabbia, si immagina il bimbo sotto l’occhio prepotente del sole; venti camere da letto, venticinque bagni e un salone per le cerimonie come se ne vedono nei film del cinema estivo. E dopo un paio di ore di lavoro, le mani graffiate dalla sabbia e il dolcissimo viso lambito dalla brezza marina, il piccolo ingegnere si trova con un cumulo di sabbia, un abbozzo di fossato che sembra più una pista da biglie, e due legnetti al posto della bandiera, su in alto, e del ponte levatoio, giù all’entrata invisibile. E’ un lavoro che non dura nemmeno sei ore: il vento e il caldo seccano la sabbia che viene, alla fine, spazzata via dall’alta marea, indifferente ai sogni dei bimbi dell’asilo.

Marco, 52 anni, gestisce il “Bagno William” da 32 anni, ereditato a vent’anni da suo padre, William appunto, morto “per colpa di un asso”, come si dice in paese, visto l’aneurisma che lo ha colpito mentre giocava a scopa al Bar del Centro con i suoi amici del dopolavoro; tengono ancora la mano di carte che stava per giocare in una cornice sul muro vicino al tavolo, tanto gli volevano bene. Marco, dicevamo, ogni anno l’ultima settimana di agosto racconta ai clienti e alla moglie che non riesce mai a dormire la notte. La vive male, la fine della stagione. Da ottobre e fino ad aprile inoltrato è costretto a lavorare lontano da casa, a venticinque chilometri, in una piccola azienda di trasporto per frutta e vegetali. Fosse per lui, dice, aprirebbe un bar in paese, ma il Bar del Centro e il Pub che ha aperto da due anni saturano l’offerta di intrattenimento per una popolazione che nei periodi di bassa non supera mai le duemila anime.
Ci si avvicina agli stabilimenti balneari con la cautela e la curiosità di chi si avvicina al luogo di un incidente. Marco è sulla porta, che guarda la spiaggia con una malinconia che percepisci nonostante il sorriso sempre presente, sempre accomodante. Ti fa avvicinare al bancone per offrirti un caffè con ampissimi gesti festanti delle braccia, anche se nel tono della voce si spegne qualcosa, ogni anno, verso il primo di settembre. Non puoi fare a meno di voltarti verso la spiaggia che, ormai da una settimana, si svuota ogni giorno di più.
“Cosa ci vuoi fare”, dice l’omone tutto tatuato ma dolce come il miele, “ogni anno è così ma non ti ci abitui mai, anche perchè mi piace avere a che fare con le persone, farle felici. Sembrerà strano, ma non faccio questo mestiere per guardare i culi alle ragazze”, e ride sbirciando la moglie che ha sentito e lo apostrofa in romagnolo.
Fatto il caffè e bevuto, ringrazio Marco e signora (ancora una gran bella signora) e mi avvio verso il centro.

Ormai è sera, e la solitudine stoica dell’ultimo grande piadinaro aperto monopolizza le attenzioni dei pochi passanti rimasti a gironzolare lontano dai problemi, lontano da casa, dai recapiti telefonici, dai figli, dalle preoccupazioni inutili e dalle ansie giornaliere, dalle tensioni del rientro e dalla latente voglia di scappare che permane nell’animo per nove mesi all’anno. Esiste, aleggia su tutta la Riviera, una sottile nebbia che non è naturale: è ansia condensata. Tutte le tensioni vissute per nove mesi all’anno escono dalle teste dei villeggianti che ridono, si divertono, o molto semplicemente vegetano in spiaggia facendo un crucintarsio sulla Settimana Enigmistica. E’ come se alla fine della stagione balneare questa sottilissima ma persistente nebbiolina, ascesa a centinaia di metri dal suolo per tre mesi, scendesse sui paesi della Riviera e lasciasse agli abitanti uno sconforto generalizzato, un mal d’essere infuso nelle persone che abitano quei posti creati appositamente per la felicità e la gioia che diventano in meno di una settimana chiusi, grigi, disabitati, stanchi.

Dovreste vederla, la pineta, a settembre.
Un’aura di incompiutezza invade il prato scarno, come se le migliaia di persone che girovagavano intorno ai tronchi dei pini marittimi avessero, improvvisamente, avuto di meglio da fare, allontanandosi da lì per centinaia di chilometri.
Gli altissimi fusti si attorcigliano all’aria, si aggrappano verso il cielo fregandosene della gravità, battuti dal forte vento marino che nel cambio di stagione cerca di raggiungere il centro abitato, ma trova la pineta, rigida e bellissima come una barricata a Parigi.
Chili di aghi freschi calpestati da giovani amanti a piedi nudi in cerca di una malcelata intimità sono sotterrati da altri chili di aghi, più freschi dei primi, lasciati a riposare intoccati per mesi e mesi.

Poco lontano, di fianco a un bagno, affacciata sulla spiaggia, una balera. Una vera balera, con tanto di liscio, anzianotti ballerini e suonatori di fisarmonica sudaticci e col riporto, si riattiva per la stagione invernale, baluardo di una generazione al tramonto che non si vuole arrendere all’evidenza di una schiera di persone che ogni anno, alla fine della stagione, si trova sempre più rarefatta, numericamente ormai debole ma di spirito forte.
Anche gli anziani delle balere, o i “vecchi ragazzi” del Bar del Centro, hanno gestito stabilimenti balneari, o vivono nell’indotto di un’industria turistica spesso molto florida, e come chiunque viva quel piccolo mondo marittimo alla fine di agosto iniziano la fase malinconica dell’anno, il graduale acclimatamento alla penuria di facce nuove che l’autunno porta per le strade.

Più che il “mare d’inverno” della Bertè, le vere peculiarità e le poesie più intense si percepiscono nel mare d’autunno; il mare d’inverno è ciò che segue la magia nera che fa sfiorire interi paesi e ne fa cadere i petali coloratissimi, spazzati via dolcemente dalla marea.
Sguardi nel vuoto, non tristi ma speranzosi, proiettati già alla stagione dopo, avanti un anno come i visionari, come solo i romagnoli possono essere. La poesia e allo stesso tempo la concretezza del ciclo delle stagioni, del ciclo della vita che ogni anno è identico a sé stesso, ha gli stessi effetti su via via nuove generazioni di ragazzi plasmati dall’estate che non può fare a meno di sfiorire, di degradare, e che alla fine non può non portare rimpianti per non averci provato con la ragazza del Bagno 15 o per non essere andato alla festa danzante del 15 luglio in riva al mare, per non avere fumato quella canna o per non avere vinto a racchettoni contro i bulletti del bagno di fianco.

Non c’è da spaventarsi, comunque: l’uomo sa adattarsi.
Non è vera tristezza, non c’è sconfitta in questa storia: è solo la vita, e la vita è fatta di cicli. E il respiro rallentato del paese coccola gli abitanti, come in un dolcissimo e vitale letargo, mentre la giornata si avvia alla fine per l’ennesima volta

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