Maledette obliteratrici

“Ma dai e timbra!”
Se fosse stata umana l’avrebbe spintonata, e invece si limitava a strattonare il biglietto dentro e fuori, a destra e a sinistra dentro la macchina obliteratrice.
Con una veemenza che, però, rispettava la carta. I nervi delle braccia che sapevano trattenersi entro i limiti dello strappo. Lo sguardo accigliato di chi non capisce, gli occhi incavati di chi ha passato una giornata lunga. Insomma, la normalità della routine nell’arco della trentina.

Lo vedo passando l’angolo di un muro qualsiasi nella grande stazione; lì stava l’obliteratrice fannullona. L’uomo, alto e un po’ sovrappeso, scancherava contro la macchinetta trattenendo a mezz’aria la borsa del computer insieme a una piccola sporta di plastica contenente le paste per il figlio – presumo.

Passando, appunto: camminando, lo noto. E provo un’empatia forte.
Ognuno di noi tutti i giorni deve smoccolare contro le obliteratrici. Ogni giorno, lungo tutta la penisola, il sistema ferroviario tramite il suo sistema di obliteratrici fallate e malmesse (benchè nuovissime) provocava maree di imprecazioni, bestemmie, scuse al controllore e altre bestemmie annesse.
In più, chi non riesce a controllare la propria forza finisce per strappare i biglietti all’interno delle macchinette, che per questo si riempiono di pezzetti di carta e per questo funzionano ancora peggio. Una serie di sfortunati eventi minchiosi.

L’empatia è forte, e infatti senza avvicinarmi per rispettare la sua aurea bestemmiatrice gli dico: “Guarda, succede a tutti”, e sorrido.
Si gira mischiando il sorriso nelle espressioni scocciate che stava già facendo, ma è un sorriso brillante, fresco. Risalta nel marasma di emozioni che esce a radiante dal suo viso.
E allora mi prendo la libertà di dargli un suggerimento.
“Devi spingerlo fino in fondo e”, imitando il gesto, “farlo scivolare a sinistra, senza tirarlo fino a che non senti lo skataklam”.

Lui torna a guardarmi, e mi fa notare gentilmente che ha provato in tutte le posizioni possibili. Senza risultati.
E allora, io che quasi non mi ero neanche mai fermato durante tutto questo apparentemente lungo processo, sorrido e me ne vado.
Tre secondi e tre decimi dopo, in lontananza, uno skataklam.

E camminando, mi viene da pensare al perché gli ho dato del tu.
Alla fine, vestito com’ero vestito, avrei potuto anche sembrare un ricercatore universitario, o un impiegato, ma il viso morbido e la carenza di barba non mi metteva al suo livello. C’è poco da scherzare: i tratti morbidi del viso, oltre che a farti apparire più giovane, non sono un pro in nessun altro ambito.
Se entri in banca a fare un versamento, la prima cosa che pensano gli impiegati se vedono un ragazzo sbarbato e vestito in modo normale, non in camicia, è che sei venuto con i soldi della mamma, o che stai cercando la tua mamma impiegata in filiale. Non pensano che tu debba fare un versamento, non pensano che il conto corrente sia tuo.
Se vai in comune a fare delle pratiche, sorridono come se fosse la tua prima volta in un ufficio pubblico, accomodanti. E’ una cosa apprezzabile, dimostra una disponibilità positiva, e mi piace. Ma a quasi venticinque anni ci si aspetta di essere trattati da adulti, o di non aspettarsi, al supermercato, di essere guardati con sospetto se si porta una bottiglia di Martini alla cassa.
E’ una discriminazione positiva dovuta all’aspetto estetico. Né bello, né brutto: puccioso.
Miei coetanei barbuti passano per trentenni senza alcun dubbio da parte dell’interlocutore, o addirittura si sentono dare del lei senza quello strano senso di inadeguatezza da parte di entrambi gli attori della conversazione. Quando mi sento dare del lei, io, mi sento un po’ un pirla. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che il trentenne dell’obliteratrice mi aveva guardato come per dire “sì, so come si fa, ho almeno vent’anni in più di te, vuoi che non sappia come fare?”, non supponente ma quasi paternale, non sapendo che aveva al massimo cinque anni in più di me, che non sono tanti, anzi.
E avrà pensato, nella frazione di secondo in cui mi ha dato attenzione, che aveva molta più esperienza; che chissà quante ne ho vissute più di lui, che ho un figlio piccolo, lui pensa ancora alla play, figurati.

Ci sta tutto. Mi incuriosisce molto, questo mio apparire, e mi incuriosiscono molto le reazioni degli estranei.
Tutto qui.

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