La Relatività Della Torta

“Merda, questa è la torta più buona del mondo”.
Sì alzò dalla tavola rilasciando un potente rutto, muovendo la bocca e il collo come il leone della Metro-Goldwyn-Mayer. Caracollò fino al divano e si sedette, prese il telecomando più unto dell’universo e accese su Fox News.
Ne era profondamente convinto, che quella fosse la torta più buona del mondo. Aveva dentro di sè il sentimento intenso che quello che provava mentre dava morsi alla fetta che teneva in mano con fatica fosse intenso quasi come quando sbatti il gomito nel nervo. Quell’intenso.
Era un gusto troppo buono: il burro era abbondante come piaceva a lui; la glassa al cioccolato era ancora calda e gli impastava la bocca così tanto da non lasciarlo respirare, non che lui facesse morsi piccoli. E poi il ripieno, le decorazioni casalinghe, la lievitazione di cui lui non capiva un cazzo ma sapeva (sentiva) che in quella torta fosse fondamentale.
Era perfetta.
Togliendosi un po’ di glassa dai molari, confermò, soddisfatto e convinto come quando aveva votato per Bush-Quayle nell’88: “La più buona. La più buona di questo fottuto mondo. Cazzo, sei brava Jennyfer”.

“Miseria, questa è la torta più buona del mondo!”, intanto esclamava a migliaia di miglia di distanza.
Alzandosi dal tavolo di betulla, chiarissimo e leggerissimo, ripose il piatto sporco nel lavello e la forchetta in lavastoviglie.
Fece un passo indietro, tornò al lavello, sciacquò il piatto e mise anche quello nella lavastoviglie.
Un po’ più soddisfatto e un po’ intimorito di rompere l’armonia creatasi nell’aria grazie al gusto favoloso di quella torta di fragole, si avvicinò lentamente alla sedia. Chiarissima, di betulla.
La sala da pranzo, che fungeva anche da salotto. Tutto estremamente bianco.
Dopo dieci minuti di lettura dei quotidiani del mattino, distraendosi tornò sul gusto della torta.
Ripensò alle fragole, appena zuccherate; al pan di spagna poco umido come piaceva a lui. E poi la panna, mein Gott. Aveva assaggiato migliaia di torte, ma quel tipo, quel modello creato in pasticceria dosando alla perfezione tutti gli ingredienti come richiesto, era semplicemente il non plus ultra.
“Veramente. Deliziosa. Mi fa stare bene”

“Mangiare mi fa stare bene”, affermò con in bocca quella che riteneva la torta più buona del mondo. Un boccone immenso, impastato nei denti, sulla lingua, e un po’ sulle manotte ciccione. Nella cucina dell’appartamento J-14 del complesso della Asunciòn, appena in periferia, parlava con la sua amica, preoccupata per il suo colesterolo.
“Assaggia! Prendine un piccolo morso, devi provarla. Non assaggerai mai niente di così buono!”, disse mentre l’amica allontanava il viso dalla forchetta sporca.
Una torta fatta da lei stessa. Grassissima. Anche la torta.
Erano cinque strati di cose messe dentro senza troppa cura, con un unico criterio: la dolcezza eccessiva.
Barrette di cioccolato in fondo; confetti di cioccolato appena sopra; riso soffiato al cioccolato al terzo piano; gli ultimi due piani fusi insieme, in un mélange di caramello e una indefinita mousse di quello che sembrava qualcosa di masticato e impastato.
Sembrava, però, che su quella torta fosse apparsa la Madonna.
“Merda, questa è la torta più buona del mondo”.

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