Un Sabato Italiano

Correva l’anno XIV E.F., che corrisponde al 1936.

Era un sabato di un aprile già particolarmente caldo, e noi nuotavamo in uno di quei climi che nella bassa padana cuociono le braccia degli agricoltori, rendendole dorate fin dai primi giorni di maggio. Le nostre piccole divise, perfette in ogni dettaglio, risaltavano nere sulla terra chiarissima della piazza di San Giovanni Po.
Capirai che in divisa, immobili, con quel caldo e quel sole, non ci stavamo volentieri: eravamo dei bambini di 10 anni e ci interessava solo correre sull’argine maestro, ma resistavamo stoici. La disciplina infusa nella bacchetta impugnata dalla maestra ci faceva più paura dello sguardo, in realtà vacuissimo, del gerarca della Sezione Provinciale del PNF. Mi sembra si chiamasse Fornaceri, o Fornaccini; comunque, era un nome piuttosto goffo. Nomen omen. Lo mandavano sempre da noi, nella Bassa laboriosa e allora ancora pienamente agricola, perchè (ho saputo poi anni dopo) era uno dei gerarchi più tonti della Bassa Emilia, uno di quelli nemmeno capaci di ricordarsi i canti fascisti a memoria. Dicevano che sbagliasse il testo di Giovinezza tutte le volte. Tutte le volte. Ci vuole impegno anche in quello.

Era sabato e, come ti ho detto tantissime volte, il Sabato (come tantissime altre cose, in quel periodo) era Fascista. La Befana, le Leggi, l’unico Partito, l’Impero. E pure i giorni, il Sabato più degli altri.
Programma della giornata, stabile e fisso fin dall’avvento di Starace alla Segreteria del PNF era il seguente: esibizione ginnica dei ragazzini dell’ONB, e poi, di solito in diretta da Palazzo Venezia, il Discorso del Duce amplificato per tutta la piazza.

E’ inutile che ci prendiamo in giro: certe cose, per un bimbo di 10 anni, sono più grandi di ogni comprensione.
Pensaci: ti trovi, teso per la presenza degli spettatori tuoi compaesani, in una coreografia preparata nei minimi particolari, a danzare in cerchio, cantando tutti in coro per la grandezza dell’effige che sovrasta la piazza.

La gigantografia del Duce, con la sua sovrabbondante mascella e il suo sguardo truce verso il Sol dell’Avvenire (sic) e contro i nemici della grandezza nazionale, sovrastava ogni persona presente. Un bimbo di dieci anni non può non sentirsi sopraffatto da una situazione del genere.

Avevo preso l’abitudine, in quel periodo, di copiare con la carta e il calamaio di mio babbo le fotografie che vedevo sulla Gazzetta dello Sport. Quel pomeriggio, pensa che me lo ricordo ancora, avevo portato con me, nella tasca dei miei cortissimi e nerissimi calzoncini, una di quelle mie riproduzioni.
Disegnavo talmente male che dovevo scrivere il nome del personaggio che avevo disegnato a piè di pagina, giusto per riconoscere chi avessi sgorbiato con il pennino sul foglio quando ritrovavo tra i libri di scuola o nelle tasche dei vestiti quei miei piccoli ritratti.
Quel giorno stringevo nella mano destra, sudatissima per l’attività motoria staraciana, la mia piccola effige di Meazza (mio papà allora tifava l’Ambrosiana e io, seguendolo fin da allora e per i decenni successivi, ho sempre tifato Inter). Erano i miei piccoli santini, che benedivo con il mio sudore d’infante, e che stringevo con forza per resistere moralmente allo sguardo atroce del gigantesco santino fascista che sovrastava la piazza e tutti i forzati avventori. Quello con l’elmo grigio in testa, quello con la mascella prominente e il passato socialista.

Fatto sta che a un certo punto del pomeriggio dopo l’esibizione ginnica, nell’unica piazza di San Giovanni che fungeva anche da sagrato della Chiesa, si era radunata tutta l’Opera Nazionale Balilla, più tutti i Reduci, più tutti i pretacci fascisti, più gli avventori, i nostri genitori e, in faccia a tutti sul palco allestito al lato della Chiesa, tutti gli alti gradi della Bassa Fascista:
il Podestà dei Comuni Riuniti di San Giovanni e San Clemente, Tarasco Messori;
il suddetto Gerarca Fornaceri (che non aveva dimenticato la sua faccia da tolla in Sezione);
qualche altro inutilissimo dirigente comunale, qualche passacarte, qualche “nipote di” posizionato abilmente in qualche ufficio pubblico (succedeva anche allora, eccome se succedeva).

San Giovanni Po, sebbene fosse il più grande dei due Comuni Riuniti, era veramente molto piccolo: ci contavamo tutti i sabati nella piazza del paese. Mio babbo diceva che non superavamo i 500, mia mamma addirittura tutte le settimane dopo il raduno in piazza osservava, tra il sorpreso e il preoccupato, che ogni settimana in paese calavamo di numero, ma allo stesso tempo non si spiegava come potesse succedere.
Fatto sta che in comunità così piccole e distanti dai centri nevralgici del potere, certi meccanismi sociali non cambiano neanche sotto dittatura: San Giovanni, in particolare, era un paese di pressapochisti.
Nella mia ingenuità dei miei dieci anni volevo un gran bene a tutti i miei compaesani, ma parliamoci chiaro: se in una popolazione di 500 persone non si trova un solo addetto all’accensione serale dei lampioni (immagina quanti lampioni potessero esserci, nel 1936, in una Comunità Rurale della Bassa Padana) deve esserci qualcosa che non va nell’indole dell’intera comunità del paese.
Ti racconto questa, che è un po’ il filo rosso di tutta la storia: il Podestà Messori aveva deciso e ordinato nel suo primo anno in Comune che si trovasse un elettricista scelto tra i pochissimi capaci di mettere le mani sui fili elettrici senza uscirne pelato e profumato di pancetta, e che potesse operare su tutto il territorio comunale (un territorio piuttosto piccolo, invero).
L’elettricista che venne scelto tra due candidati fu un anzianotto di 67 anni, che era tutto il contrario del “fascista perfetto”: se lo avessero messo su un campo di battaglia avrebbe scavato una buca così profonda e in così poco tempo che avrebbe trovato il petrolio in 34 secondi netti. Un codardo, insomma. Inoltre, cosa che non era sfuggita al Podestà fin dal primo colloquio, era uno scansafatiche nato. Si chiamava Manzotti, penso. Non venne scelto l’altro solo perchè non aveva la tessera del Partito, però era un ingegnere. Valli a capire, questi fascisti.

Il Podestà aveva richiesto che l’Elettrifascista Manzotti (così lo chiamavamo noi bambinetti per divertirci alle sue spalle) spendesse “almeno 2 (due) ore alla settimana per la manutenzione ordinaria di tutte le attrezzature atte alla buona riuscita delle manifestazioni organizzate dagli Enti Fascisti e sotto la giurisdizione delle Leggi Fasciste”, così recitava il decreto comunale.
In pratica, il suo lavoro consisteva nel controllare che nella radio e nell’impianto di altoparlanti in possesso del Comune conservati nel capanno comunale non ci fossero topi, ragni, uova di piccioni o tortore morte, e che gli impianti elettrici fossero sempre in buone condizioni.
Oggettivamente, due ore a settimana non sono molte, o sbaglio?
Bene, senti qua: pur di non farsi neanche quelle due ore a settimana di “lavoro” dava una lira ad un ragazzino che aveva più o meno la mia età e che firmava al suo posto.
Perchè lui aveva “cose più importanti da fare”, diceva a mio padre.
Credo che le cose più importanti da fare fossero passare tutti i pomeriggi a bersi da solo una bottiglia di bianco di Castelfranco davanti al Bar Sport mentre bestemmiava a mezza bocca per non farsi sentire dal parroco, con tre carte in mano e una sotto al cappello per fare fessi tutti e venti gli anziani del paese. Peccato, però, che lo pigliassero sempre in castagna. Che razza di bastardo.

L’impianto radio con gli altoparlanti, nonostante la manutenzione mai effettuata, lavorarono benissimo dal momento in cui vennero consegnati al Comune, e tutto filò liscio per un anno abbondante.
Fino a quel sabato lì.

Ti dicevo che eravamo tutti in piazza. Il palco, la gente, il sudore e la figurina mal disegnata in tasca stretta nella mano sudata. Il Gerarca con la faccia da tolla, e il Podestà al suo fianco.
Quest’ultimo, imperioso e con un solo gesto eloquente, fece segno al Manzotti di accendere l’impianto, già tutto montato e predisposto fin dalla mattina, con le trombe degli altoparlanti montate bene in alto sui pali dei lampioni tutto intorno alla piazza.

La tensione salì tutto d’un botto quando, nel momento in cui dagli altoparlanti aspettavamo la voce di Achille Starace, ricevemmo invece uno stridìo assordante.
Il Podestà, ci accorgemmo in un istante, stava già sudando freddo.
Anche il Gerarca iniziò a sudare, ben lontano dall’ideale di autorità che avrebbe dovuto rappresentare, e iniziò a vibrare insieme alla sua pancia e al suo cinturone: tutto tremebondo e vestito d’orbace com’era sembrava un budino d’uva.
Il Manzotti, quel pomeriggio stranamente sobrio e risoluto, seguendo con l’orecchio i fischi dell’impianto, girò l’unica manopola del primitivo impianto alzando e abbassando il volume. L’opera di persuasione pacifica nei confronti dell’apparecchio durò però poco, vista la scarsa pazienza del 67enne che, nonostante la rara ritrovata sobrietà, era conosciuto come un individuo colleroso.
Si fermò, immobile, per un secondo lunghissimo, prima di partire con una scarica di pugni in direzione della lamiera che copriva le valvole della radio.

L’unico agente dell’O.V.R.A. fece un brevissimo scatto, e lo stesso Podestà sbiancò e fece per muovere le mani verso il collo del Manzotti, quando all’improvviso si sentì una voce vibrante di diaframma, forte e calda uscire dalle trombe alte sulla piazza.

“CAMICIE NERE DELLA RIV-“

Basta. Nient’altro.

Un gigantesco e altissimo fischio accompagnò quelle pochissime parole.
L’esplosione acuta delle valvole seguì il fumo che da pochi secondi si insinuò tra le fessure della radiolona collegata all’impianto che, mai controllato, aveva ceduto tutto d’un botto.

La folla, muta per qualche secondo, non aveva il coraggio di guardare da altre parti oltre che sul palco. La vera paura in realtà fu per molti secondi di farsi scappare un minimo, rischiosissimo sorriso.

Il Gerarca, deciso e scattante per la prima volta nella sua vita nonostante la stazza tutt’altro che “staraciana”, urlò con la sua vociona al culmine dei suoi polmoni:
“SALUTO AL DUCE!”.
Lo mosse la paura. Si fece molla per volere del suo prominente Duce.

Il Podestà Messori era tra il livido e il nero, la mascella serratissima e la coda dell’occhio tagliente verso quel Manzotti, 67enne pensionato, che da quel giorno scomparve dalla circolazione.
Mesi dopo iniziò a girare la voce che l’avessero deportato nel Lazio bonificato con la moglie e la nuora, insieme ai mobili e un mulo in prestito. Probabilmente da quel momento iniziò a dare schiaffi anche alle zanzare, oltre che alla moglie. Odioso bastardo.

Dopo l’urlo del Gerarca, prima sul palco e in un secondo in tutta la piazza, tutti salutarono romanamente.
Noi ragazzini, con le scarpe di cuoio impolverate, non vedevamo l’ora di correre e toglierci quella mantella maledetta. Alzammo poco convinti il braccio, non per scarso amore ma per molta voglia di smobilitare e tornare ad essere i bambini che eravamo, sotto il fez e dietro la sciabola in miniatura.

Parlammo di quella domenica per anni, e ancora ne parlo con i miei pochi coetanei rimasti.

Grazie per avermi ascoltato. Ti voglio bene, sai? Passami a trovare ancora quando vuoi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...