Dov’eri, tu, il 29?

Il custode tiene gelosamente alla larga i ragazzini dal campo di calcio. E’ stato rizollato da pochi mesi, è ancora nuovissimo e lui tiene ogni benedetto giorno ciascun filo d’erba al suo posto, ridisegna le linee del campo, controlla quasi maniacalmente che non ci siano buchi di talpe o che i pali siano ancora in ordine, puliti e bianchi, con le reti ancora nuove, non mangiate dalle precipitazioni.

Quel campo è stato, tre anni fa, invaso dai mezzi della Protezione Civile per le prime emergenze nel dopo terremoto. Arato dalle ruote dei pesanti mezzi, dalle camminate nervose e incessanti dei civili accampati e stremati, bagnati dalle lacrime di chi aveva perso tutto e non vedeva alcuna speranza nella distruzione.
Ora è perfetto. Pulito, curato, con un custode solerte e severo.


Il sole sta per tramontare. Fa a gara con te, che ti muovi veloce in macchina tra le sgangherate strade basse del modenese rurale, per nascondersi tra le colonne ben visibili di un edificio in costruzione. Gli operai hanno fermato i lavori, riprenderanno il giorno dopo; capaci e veloci, non sono ancora arrivati a costruire i muri esterni.

Su quella terra, era nata una casa più di cento anni fa. Aveva visto generazioni intere crescere, giovani e anziani lavorare i campi. Aveva visto nascite dentro di sè, aveva visto lutti di capifamiglia e sentito urla strazianti.
Aveva visto la rivoluzione economica, la guerra, il fascismo, e sentito la prima radio, la prima televisione. Tutto dentro di sè: stessi mattoni e forse anche lo stesso intonaco.
E’ bastato il 20 maggio, per lei. Decine di storie di vita vissuta diventate inagibili. Il 29 ha fatto il resto.
E ora, ecco sua figlia. Una nuova casa, pronta per un altro secolo, per altre generazioni di figli, nipoti, nascite e lutti, nuove tecnologie e nuovi pazzeschi eventi.


Le impalcature occupano metà della piccola piazza davanti alla chiesa. O meglio, quello che era una chiesa.
La facciata della chiesa, nominata “di interesse storico” da chi ne sa qualcosa, rimane artificialmente in piedi. Da sola.

Dietro di sè, nessun muro.
Nessuna colonna è rimasta in piedi. Nessuna navata, nessun arco ad ogiva. Nessuno stile, nessun affresco, nessun reperto storico.
Niente pavimento, niente quadri, niente Madonne nè Crocefissi.
Da tre anni tacciono le messe, le preghiere, le benedizioni. Nessun sacramento.

Una facciata di una chiesa, senza la chiesa, è ancora una facciata di una chiesa?
Il muro di mattoni, costruito a regola d’arte all’incirca seicento anni fa in un raffinato stile romanico, è solo un muro di mattoni. Nulla di sacro. Non più utilizzabile, riutilizzabile, ricostruibile.
Stile romanico, sostenuto dal Genio Civile.


La distruzione è sempre esistita. Sempre esisterà, per mano umana o naturale. Per volontà o per caso, o per una serie di sfortunati eventi. La distruzione è la normalità, in un’esistenza decisa dalla Teoria del Caos. Si nasce per caso, si muore per sopraggiunti limiti anagrafici, nessuno lo sceglie: succede!
La distruzione di tutto ciò che era la nostra normalità è l’eterno “memento” di ciò che siamo. Niente.

Trema la terra, arriva la paura, ma cosa vuoi farci?
La terra si ferma, le case si ricostruiscono, ci si guarda negli occhi e ci si dice “Avanti, avanti”. Ci si abbraccia, e si riparte. Insieme.
Ti amo, mia odiata terra;
ti odio, mia amata terra.

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