Tanto tuonò che piovve

“Che poi, voglio dire, noi adesso l’abbiamo fatto no?”
“Mmh.”
“Oh”
“Mmmh!”
“Noi l’abbiamo fatto, ma ci andava davvero di farlo?”

“…che cosa stai dicendo?”
Continua a guardare nel vuoto, con le mani dietro la testa e quel mozzicone spento di sigaretta in bocca. Ormai il filtro è solo una spugnetta piena di saliva, residui di catrame e sudore; lo tiene come fosse uno stuzzicadente, ma è come se non tenesse niente in bocca – o almeno lui non se ne accorge, tanto sembra che stia per cadere da un momento all’altro, appiccicato appena alle labbra-.
Non è che fosse pensieroso. Era perso nella tristezza di doversi trovare ancora a tirare su le mutande dal pavimento di una stanza che non gli apparteneva, con le sue e le di lei gambe ancora molli e tremanti che nel giro di pochi minuti, stancamente, avrebbero trascinato fuori di lì i due corpi in pena di un sessuomane e della sua, ennesima, preda.

Era appoggiato con la schiena sul cuscino, vestito di sole lenzuola, come lei d’altronde. Lei doveva ancora superare del tutto l’estasi mistica dell’orgasmo, tant’è che era ancora rannicchiata a bozzolo sotto le coperte. Potevi ancora percepire delle vibrazioni involontarie del respiro e delle gambe.

Caldo.

“Sarò destinato a…va be’ fa niente”
“Cos’hai? Finisci la frase”
Alzò leggermente la voce, quanto basta per non rompere l’atmosfera ma abbastanza per farsi sentire.
“No, ragionavo sul fatto che…dai, sai che sono qua solo perchè avevamo voglia di farlo, e dico fisicamente…ma mentalmente, a noi, frega qualcosa di tutto questo?”
Lei, da pochi secondi completamente placata, mosse un braccio, girò il busto impercettibilmente, tanto che si mosse solo una ciocca di capelli. Non aveva ancora tutte le forze, ma tirò fuori un po’ di voce.

“Ascolta, che problemi ti fai? Non doveva essere una cosa così, per fare?”
“Sì.”
“E allora? Ti stai facendo un mare di domande per cosa?”
Prese una piccola dose di coraggio, un misurino di respiro, e sentenziò: “Sono stanco di scopare a caso.”

“Ah.”, lei, monocorde.

“Eh.” “…”
“Niente?”
“Be’, forse stai crescendo. A ventotto anni era ora.” Quel tono. Odiava quel tono.
“E allora tu hai scopato con me per quale motivo?”, calmo ma leggermente stizzito.

“Figurati se non giri la frittata.”
“…”
Lei non era stupida, e non si voleva nascondere dietro i clichès della ragazzina che ribatte con le frasi fatte. Sapeva di dover rispondere con qualcosa di sostanzioso. Un “figurati se non giri la frittata” lo può usare una diciottenne, non una ventisettenne.
Si sforzò per due, tre, cinque, sette secondi per trovare un’alternativa, una risposta, un’idea. Per poi dire, con voce roca:
“E’ complicato, dai”
“Lo sai che lo so, il perchè.”

Lo sa, lo sa. Zitta. Questa volta, per un minuto.

Lui, “e adesso?”, si ferma, si gratta i peli del petto, e poi finisce: “eh?”
“E adesso niente.”
“Niente cosa?”
“Niente. Alla fine a te piace scopartele tutte, a me piace cambiare ogni tanto. Però-” e si interruppe subito, la voce a scemare come quando ci si sbaglia a dire qualcosa.

“Però cosa?” Lui aveva già capito tutto.
E lei attaccò:
“Però non è possibile che ogni volta che ti rivedo sto male.”
Prese un respiro leggero.
“E nemmeno che ogni volta che vengo a letto con te mi illudo di fare solo sesso, venire quel paio di volte e poi rivestirmi e mandarti via da camera mia, quando invece ogni cazzo di volta che ti guardo negli occhi vorrei sentirti dire che mi vuoi solo per te.”

Lui non mosse un muscolo.

“E dato che questo è il momento sincerità, adesso ti dico tutto quello che penso perchè mi sono stancata di tutto questo.”
Si alzò a sedere sul letto, scoprendo il seno e le gambe, girò il busto e lo affrontò a viso aperto.
La voce era rotta, gli occhi lucidi. Rabbia e amore e desiderio tenuti dentro per troppo.

“Sono stanca che tu ti lamenti con me che non sai se vuoi continuare a scopartele tutte in giro, e ti aspetti anche delle risposte da me, un aiuto, qualsiasi cosa, quando io non vedo l’ora che tu ti stanchi definitivamente di girare il mondo per fartele tutte e rimani qui, per farmi abbracciare. Per la prima volta. Scopiamo e non mi hai mai abbracciata. Mi baci a malapena.”

Continuò, imperterrito, nella sua posizione statuaria, a respirare così piano da non essere percepito da lei. Una vera statua.

Lei aveva un broncio così bello da sembrare finto: le lentiggini risaltavano sugli zigomi gonfi, le labbra sue così carnose ridotte a un tenerissimo bacio rabbioso.

A quel punto, ci furono venti secondi di stallo. Lei imbronciata, avrebbe fatto innamorare il mondo intero, con quel piccoli seni piccoli e perfetti e le braccia incrociate. Lui, con quel capelli lunghi e quel bel fisico asciutto e ben definito, avrebbe fatto un figurone in un filmaccio hollywoodiano qualsiasi.

Tanto tuonò che piovve.
Stanca, arrabbiatissima, incattivita dalla immobilità che aveva davanti, fece una cosa che nessuno dei due si aspettava, nè in quel momento nè in altri momenti.
Le si mise, accoccolata, di fianco. Appoggiò la testa sul petto di lui, gli mise la manina sull’addome e schiacciò, sebbene involontariamente, i suoi seni sul suo fianco.

Lui capì, in quel momento e per la prima volta, dopo un centinaio di ragazze occasionali, cosa stava cercando.
Non si lasciarono più, ma questa è un’altra storia.

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