Torno presto, Madre Bassa.

Le partenze mi lasciano sempre un po’ insicuro.
Poche ore prima di partire per viaggi che richiedano un biglietto aereo, mi si svuota la pancia e inizio a chiedermi se avrei dovuto farlo, di prenotare tutto, di organizzare e impegnarmi.

E’ come se sentissi che questa mia bella, gloriosa, contadina terra modenese mi abbia consegnato, insieme al certificato di nascita, anche la responsabilità di portare avanti la sua storia; perciò, ogni volta che li lascio, i campi sconfinati, le distese di pioppi, i nostri paesini double-face antichi e moderni, intonano insieme un coro d’amore, perchè da buonissima mamma qual è, la mia Bassa ha nostalgia dei suoi figli, e ha paura che un arrivederci sia in realtà un addio.
No, Madre Bassa, non ti lascio nemmeno questa volta. Tornerò, a proseguire la stirpe**.


“La prendo o non la prendo? Dovrei decidere in fretta, al prossimo portico c’è il negozio…”
Passo davanti alla vetrina, rallento e faccio due passi come per andare oltre, metto la faccia seria e alla fine torno indietro e apro la porta di ferro e vetro, pesante come un portone medievale.

I miei primi passi dentro questo negozio di valigie mi danno impercettibilmente la nausea, tanto è il tanfo di plasticaccia cinese che viene fuori dai pacchi, dalle valigie stesse, dalle cuciture destinate a durare due viaggi al massimo.
Entrando, la signora al banco mi guarda sorridente, labbra al botox e occhi circondati da rughe. Dovrebbero vietare certi interventi di chirurgia in casi come questo: le persone diventano parodie di sè stesse. Mi dà del lei.

Ho visto la valigia in vetrina e mi piace, oh sì è bella eccome, gliela faccio vedere, c’è anche di colori diversi, vede?, allora facciamo nera, perfetto sono trenta euro, dove va di bello, AH! che bello girare l’Europa, altro che andare in discoteca, arrivederci e buona serata.

La valigia mi intanfa la macchina che sembra un laboratorio abusivo cinese, ma tutto sommato è una bella valigia.
Una bella valigia, piccolina il giusto, quasi da lavoro. Appena aperta si possono notare i vari scompartimenti, a dirla tutta i pochi scompartimenti…e ha pure TUTTE le cerniere rotte (credo sia un record mondiale). La apro e ritrovo il puzzo di plastica che solo in un capannone di una città industriale cinese si può trovare uguale.

Anche ora, mentre scrivo, sento dietro di me l’odore di operai sottopagati, di sfruttamento di risorse minerarie, di partito unico, di pena di morte. Tutta roba che fa bene all’economia italiana, diciamo.


Fatto sta che sono qui, ancora in camera mia, con parte di me che sta puntando i piedi, neanche troppo convintamente a dirla tuta, per non lasciare camera mia; e con l’altra parte di me che tifa per un’esperienza che, al netto degli imprevisti, sarà sicuramente diversa.

Sicuramente non esco di casa per andare a Parigi, o Londra. Ci andate in così tanti che mi sembra di esserci stato anche io, attraverso le vostre pubblicazioni su Facebook. Se spendo soldi è per mete ricercate (o casuali), ma spero il meno possibile mainstream.

(**stirpe secondo me è una di quelle parole che se ripetuta tante volte perde qualsiasi significato e inizia a suonare semplicemente buffa. Stirpe, stirpe, stirpe, stirpe, stirpe, ecco che se ne va il senso.)

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