La solitudine di gruppo – Via Zamboni

Silenzio. Nessuno parla.
Due tecnici della sala studio parlano sottovoce frasi incomprensibili; si alza una testa o due, forse è fastidio, o mal di collo. La sala gigante è piena di persone, eppure quando si entra dà la sensazione di essere vuota. I miracoli dell’Università.
Scassati e freschi come il latte da quattro giorni nel frigo, formiamo una piccola fabbrica di cervelli, ricurvi sul nostro sapere, docili a causa della paura di fallire, malleabili a causa della nostra volontà di essere conformi ad una società che vuole che noi sappiamo, ma che non vuole che sappiamo fare.

Alle sette meno dieci è universalmente iniziata la sera; in primavera, inizia quel processo leggero e brioso che abbassa il sole e acceca tutti su via Zamboni. I piumini volano e attivano l’allergia di qualcuno, ma poco importa: non puoi fermare la natura, così stronza e così bella.

Piumini in aria e sole radente sulle tegole rosse, tra le colonne mangiate dagli anni dei portici infiniti, nascosto tra le strade storte e antiche, fino ad altezza spacciatori, sempre nuovi, sempre presenti.
Spacciatori di droga, di biciclette, di risse: offrono il peggio al miglior prezzo, con i peggiori accenti e le migliori razze canine da esposizione. Lattine di birra scadente accatastate tra i golden retriever e le biciclette rubate. 

Ogni ragazzo in questo tratto di strada tra le torri e Porta San Donato è un concentrato di sogni, impegni, amicizie. La maggioranza vivacchia con pochi soldi al giorno, giusto per pranzare con un panino in via Petroni e un caffè alle sfavillanti macchinette griffate Università di Bologna – Alma Mater Studiorum. Quei pochi che perseverano a spendere i soldi dei genitori girano bardati di capi mainstream, specie le ragazze che girano vestite come fossero uscite da una discoteca invece che da una sala studio.

Via Zamboni è un abbacinante ritratto di popolazione che nulla sa fare, vive alla giornata con davanti il prossimo esame, un caffè e al peggio una canna, seduto sul lastricato di via Verdi, sui cubi di gres davanti alla sede di Lettere o in via del Guasto. Ognuno aspetta qualcosa, ognuno cerca di passarsi il tempo come meglio riesce. Un’attesa di gruppo. Il Nulla che si fa reale.
La gente che quotidianamente popola questi posti dà vita a qualcosa che neanche un film dettagliato al massimo può riprodurre. 

La stabile aspettativa di qualcosa, in via Zamboni diventa palpabile. Si aspetta sempre qualcuno, un amico, o qualcosa, come una lezione, un ricevimento, un aperitivo. Via Zamboni è la cosa più vicina alla sala d’attesa dell’Aeroporto Marconi, o della Stazione Centrale.

Il dipinto umano di un cumulo di pensieri che vanno ovunque, come fili interminabili che vanno in giro per il mondo ma partono tutti da qui.

E quegli sguardi persi nei muri, col culo per terra tra i cocci delle bottiglie di vino: chissà che nodi avranno sciolto a fine giornata…

 

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