Situazioni imbarazzanti

“E adesso? Adesso cosa facciamo? Lo sai che siamo nella merda, vero?”. Lo guarda negli occhi, sgranando i suoi, sapendo che la sua è una domanda retorica: sono nella merda. Ma sembra che lui non se ne voglia rendere conto. E’ pallido, ha la bocca tesa, non sa dove mettere le mani, ma nonostante l’evidenza tiene il tono di voce sempre fisso sul sol, monocorde ed impassibile.

“Non siamo nella merda, non siamo disperati come sembra, bisogna solo prendere atto che come partito non siamo compatti, è un dato di fatto, ma che ce la possiamo fa-“

“Non-dire-cazzate-per-piacere”, scandisce, braccia larga sul tavolo, volto proteso in avanti, quasi volesse cogliere qualsiasi movimento delle rughe d’espressione del volto di quella che sembra l’ultima persona convinta che il Partito sia ancora in gioco. “Il Partito è finito, così com’è non vale più niente! Te ne rendi conto o no?! Io lo so che te ne rendi conto, ed è quello più che tutto il resto che MI-FA-INCAZZARE!”.

La voce sale alta e rimbalza sugli stucchi, a quattro metri d’altezza, sulle loro teste: quella stanza avrà visto discussioni altro che pacifiche, ma sicuramente in passato ha avuto giorni gioiosi. Da fuori, con le voci, rimbombano anche fischi, grida, cori e applausi, sarcastici o sinceri – non si capisce – che creano una specie di “muro del suono”, come i Beatles diciamo. Ma non credo che in quella stanza, i due dirigenti abbiano voglia di rievocare canzonette vecchie di cinquant’anni.

“Ti rendi conto che è la volta buona che se andiamo alle elezioni-“

“Alle elezioni, non ci andiamo; adesso con queste votazioni qui riusciamo a farlo, questo governo, e vedrai che, sebbene subito tutti ci daranno contro, appena iniziamo a portare a casa dei risultati tutti ci daranno man forte per continuare il lavoro svolto. Dai, lo sai che alla fine Silvio è una-“

“Adesso lo chiami anche per nome? Sei passato dai girotondi a chiamarlo per nome? A volere fare il governo con lui? Solo perchè non c’è alternativa?? Lo sai che l’alternativa c’era, lo sapeva tutto il gruppo dirigente!! TUTTO! E nessuno ha avuto le palle di scomodare l’unica persona con cui non volevamo fare quel CAZZO DI GOVERNO!”

Ha le vene del collo pulsanti, inizia a seccargligli la gola, l’aria umida di quella stanza a Roma lo penetra, prende un fazzoletto di stoffa dalla tasca della giacca e si asciuga il collo, allargando la camicia. Si passa una mano fra i capelli due volte, e alla terza passata la mano si ferma in fronte, palmo sigillato alla testa a causa del sudore umidiccio. Si appoggia al tavolo col gomito, con gli occhi chiusi.

“Cosa vorresti fare, adesso? Esci di qui e vai a parlare con gli altri? Tiri fuori le palle per una volta?”

“Io…non lo…sì, ci vado, aspetta che-che mi scrivo qualcosa, due righe, giusto per…per, no perchè, così non…”

“Non sai neanche cosa dire. Sono così nervoso che ti piglierei a ceffoni, ma mi fai una tenerezza…”

Alla parola “tenerezza”, offeso, alza gli occhi, lo guarda. Non è davvero offeso, lo fa. “Per piacere, non avere tenerezza per me, che siamo tutti sulla stessa barca”.

Non riesce, umanamente, a trattenere una lacrima. “Che caldo, qua dentro: si lacrima eh…”, ed esce, in pasto al resto della dirigenza.

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