Bologna in my mind

Più precisamente, la Stazione di Bologna.

Non credo di avere mai avuto bisogno di prendere il treno per o da Bologna in un giorno festivo, ma non è questo il punto della situazione.

La signora toscana che ti chiede indicazioni per Via Massarenti via autobus, e tu che miseramente ti fai declassare a comparsata da un maraglia con occhiali da sole e camicia nera slacciata, non è nemmeno il punto della situazione.

Forse il succo della questione sta nel brodo umano denso e caldo del bus? Non credo, come non credo che sia dentro le cafonacce del McDonald’s che sbiascicano “Ciken Mec Negghez” davanti a una pazientissima commessa (con secondo maraglia di giornata intento a fare l’asso pigliatutto).

Avvicinarsi con calma all’entrata ovest della stazione per vedere una pesantissima sosia della Minetti, porcona doganale targata Rimini (o Riccione), non è il succo (anche se potrebbe esserlo) della domenica bolognese.

Arrivare al binario 1 ovest e notare, con un certo imbarazzo, che ti è appena passato di fianco Albertino Dj, fratello di Linus e personaggio della madonna della musica anni ’90 (neanche a dirlo: musica maraglia) insieme a Fargetta, Prezioso e tutti gli altri bomber delle discoteche di vent’anni fa. Potrebbe, questo, essere il succo della giornata…non ancora.

Aspettare mezz’ora il treno che si popola di fauna varia, non è sicuramente il succo di giornata. Potrebbe esserlo, però, l’essere circondato da fighette con valigia ingombrantissima. Sì, ma no.

Il senso della giornata potrebbe darlo un molisano-lucano-pugliese che, da vero “pompami nelle casse la musica tradizionale della mia terra”, è riuscito a farmi sentire, grazie al volume alto del suo fantastico lettore mp3 (un iPod tarocchissimo) una bellissima e apprezzabilissima TARANTA. Una taranta sull’iPod.

Lo stesso tizio, con una spiccata ritmica dovuta al sangue che si ritrova nelle vene, si ritrova d’un colpo a tenere il tempo con i piedi e le mani, sommessamente.

Prende poi corpo la sua passione per la musica quando, sempre a volume sconsiderato, nelle cuffie passa dalla taranta a…

 

 

I QUEEN.

L’intro di “This could be heaven”, la riconosco al volo. Mi metterei la mano tra i capelli per la disperazione.

Non finisce di ascoltarla, la tiene a metà (ovviamente, taglia la parte che piace a me): passa in rapida successione a “Innuendo”, “I want to break free” e “Under pressure”. E’ il classico “me ne intendo di musica perchè conosco le 5 canzoni più famose dei Queen”, ti colpisse la rogna.

Assolutamente non pago di aver rovinato il viaggio a me e ai vicini di posto con (per me) la sua ignoranza e (per gli altri) il battito dei piedi e delle mani per terra e sul seggiolino, inizia a canticchiare ogni canzone che gli passa per gli auricolari.

All’altezza di Crevalcore, la tragedia arriva allo spannung: una serie di starnuti incontrollabile, preceduta da una serie varia di “tirate su di naso con la gola” (il tipico rumore prima dello sputo catarroso, ecco) e di mani sulle narici per pulirsi il moccio mi fanno desistere e assumo un’espressione accigliata, schifata. Se ne accorge, perchè inizia ad andare in giro per cercare quantomeno un fazzoletto.

Un catorcio, una vera merda umana.

Io sono lì lì per chiedere un foglio alla ragazza, perchè volevo annotarmi la successione di eventi che mi stavano colpendo, quando, d’improvviso, a Crevalcore…la visione.

 

All’altezza, precisamente, della MegaDiscarica, del Monte Spazzatura, tornando a casa sulla destra, c’è un canale per l’acqua dei campi.

A prendere il sole, due poppute ragazze, una delle quali in topless, non si curano del treno che passa (DEI treni che passano, dato che ne passano, su quella tratta).

Poi realizzo: sono a cinquanta metri da una delle discariche più grandi della provincia, a un metro da acqua che per lo meno ha bacilli di lectospirosi grandi come palloni da calcio…in topless.

 

Saturo di eventi da poter scrivere, arrivo a Mirandola. E capisco qual è il succo vero della giornata.

Il succo della giornata è…

No, non l’ho capito. Però vi giuro che mi sono divertito davvero un casino.

Quasi.

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