Polpette Cosmiche, Vespe Puttane e Nuvoloidi

E’ una bellissima giornata di sole, poche nuvole in cielo; niente tepore primaverile però, spazzato via del tutto da un pesantissimo vento figlio delle correnti caldissime e freddissime che ancora si scontrano a chilometri di altezza sopra le nostre teste. Correnti calde gentilmente offerte dal riscaldamento terrestre e dall’effetto serra; correnti fredde, pure.

Le poche nuvole presenti in cielo che hanno resistito allo sparecchiamento del tavolo azzurro degli ultimi giorni sono leggerissime, filamenti leggeri di vapore acqueo lontanissimo e altissimo. Chissà quanto sono fredde, o chissà quanto peserà una nuvola. Cioè, fuori da ogni retorica: quanto peserà una nuvola? Di piccole dimensioni, scarica di pioggia, una di quelle che prendono le forme più disparate. E chissà quelle nuvole lassù in questo momento come si chiamano. No, non come si chiamano di nome, cioè non penso che tra di loro si diano dei nomi (a loro manca l’essere cosciente di essere una nuvola, o l’essere cosciente tout court), ma come gli studiosi delle nuvole chiamano quel particolare tipo di nuvola. Cirro? Nembo? Nuvoloide? Vaporella?

E poi, c’è il cielo d’un azzurro quasi finto, bello scuro e luminoso; c’è una nuvola sopra di me in questo preciso istante, un’altra qualche grado a destra, e basta; e poi c’è il sole, che nessuno guarda mai in faccia. Codardi.

Molto spesso mi ritrovo a pensare a quanto sia pazzesco che ci sia una polpetta all’idrogeno grande almeno come sette campi da calcio (forse di più!) che è là, fluttua nel buio universale esattamente come noi ma che, a differenza nostra (e per fortuna nostra) “brilla di luce propria”, che cioè cosa vuole dire? Che brucia. C’è una combustione in atto di tutto l’idrogeno contenuto nella (e sulla) polpetta cosmica che prima o poi smetterà.

Perchè?
Questa è una di quelle domande che nel passato avrebbe potuto far scaturire una religione. Sebbene la risposta a una domanda così incredibile, secondo me, sia molto semplice (“Perchè sì, credo”), l’essere umano medio non è mai stato capace di darsi una risposta univoca, definitiva. Dall’uomo della strada all’esperto allo specialista di stelle.

Tutti, però, hanno una cosa in comune: se guardano il sole negli occhi, si bruciano e non ci vedono più. Che poi dipende. Da cosa? Non dai tuoi occhi, che sono presumibilmente due, delicati e suscettibili alle fonti di luce. Dipende dalla quantità del tuo tempo che spendi a guardare in modo diretto La Polpetta Cosmica. C’è gente che c’è rimasta cieca, per un motivo o per un altro.
C’è gente che, addirittura, è rimasta cieca per molto meno. Metti la gente che rimane cieca mentre guida il motorino e che ha come unica colpa l’avere tenuto la visiera aperta. Ed entra una vespa nel casco che li punge nell’occhio, e poi fa infezione il nervo ottico e buonanotte, ciao vista dall’occhio sinistro. Quelli non se la sono cercata: quelli hanno avuto sfiga. E le vespe sono delle puttane.

Ma può, un animale così piccolo, essere territoriale (e stronzo) come un leone? Creano piccoli imperi in perenne espansione: poleis nei cessi chimici, colonie in mezzo ai mattoni, castri sotto le tettoie. Quelle piccole grandi puttane. Non che abbia qualcosa contro le puttane eh, è solo un modo di dire. Anzi: magari le vespe fossero puttane in quel senso. C’è sempre il problema della grandezza dei corpi degli insetti, ma cosa ci vuoi fare.

Il mio problema non sono, comunque, le vespe. Nè i cirri (o i nembi, o quel cazzo che sono queste nuvole sopra di me).
Il mio problema è che perdo il punto in fretta, tipo ora.

Di cosa cazzo dovevo scrivere?

Macchine da scrivere?

Una macchina da scrivere.
La prima volta che ne ho vista una è stato nel seminterrato di mio nonno, il materno. In realtà ne aveva tre, una più bella dell’altra: una vecchissima, nera e pesante come un sacco di cemento; l’altra era molto simile, ma con ancora più decori sul coprinastro. La terza era più moderna, probabilmente degli anni ’70, con copertura in bachelite color crema come usava a quei tempi nella costruzione delle macchine da ufficio, in modo che non prendessero velocemente il colore del fumo di sigaretta. Quest’ultima è rimasta per anni in camera mia dopo che mio nonno ha lasciato che la portassi a casa con me, come sempre noncurante di tutto ciò che possiede e che non ritiene indispensabile. L’ho portata su, in soffitta, dopo anni di utilizzo scarso e sempre finalizzato ad atti creativi, come è normale che sia con una macchina da scrivere e quattro computer in casa: è lontana, la macchina da scrivere, da ogni scopo moderno, ma è sempre bello utilizzarla con la scusa di vedere se il nastro si è seccato o se c’è bisogno.
Uno dei contro nell’utilizzo della macchina da scrivere è il rumore. Non tanto per chi la utilizza, ma per chiunque è nelle stanze vicine; in alcuni casi, i battiti della tastiera possono raggiungere anche gli appartamenti vicini, specie nei condomini di vecchia fattura dove i muri hanno lo spessore delle piadine.
Non un rumore infernale, ma un continuo e pressante tonfo intervallato da silenzi più o meno lunghi (che dipendono dalla dimestichezza che chi la utilizza ha con la macchina), fino alla mitraglia che arrivava dagli uffici (o dalle case) di chi utilizzava una macchina da scrivere quotidianamente.

Noi diciamo, adesso, “affascinante, bellissimo, deve essere un’esperienza fantastica sentire rumori che adesso non esistono più”, e lo dico anche io; poi mi viene da pensare a che rottura di balle deve essere vivere in un mondo dove, per scrivere, bisogna fare casino e disturbare qualcuno, e proprio per quello non si può farlo in ogni momento del giorno perché ad esempio nei condomini a certe ore non si può neanche starnutire che il vicino sopra e/o sotto si incazzano come delle biscie.

Viviamo in realtà in un’epoca piuttosto silenziosa, in realtà. Ad esempio, le automobili tendono a fare meno rumore possibile, mentre nell’epoca “delle macchine da scrivere” facevano un rumore ringhioso, metallico, oppure erano semplicemente smarmittate. Infatti nei film prodotti fino agli anni ’80, se ci fate caso, nelle scene filmate in città in cui l’audio era registrato in presa diretta, il rumore del traffico è impressionante e caratteristico di un momento storico per fortuna passato.
La nostalgia di epoche mai vissute, come si chiama? So che esiste, ma non ne ricordo il nome.

Non so perché ho una sorta di pallino con le macchine da scrivere; non ne sono un amante, non so ogni caratteristica di ogni modello e so a malapena le marche principali, ma quando le vedo nelle case degli sconosciuti oppure negli studi, negli uffici, o nei negozi d’antiquariato (che ne so, ovunque possa essercene una) mi danno un senso di tranquillità, che ne so. Le guardo volentieri. E’ una cosa che mi porto dietro da decenni.
Mi ricordo ancora quando passeggiando per le vie di Chiavari, ancora molto piccolino e portato sempre da quel nonno di cui dicevo all’inizio, passavamo di fronte alla Standa (c’era ancora la Standa, ed era ancora di Berlusconi, credo) e all’Oviesse, sotto i portici vicino alle tante piazzette disperse nelle vie; e tornando verso l’appartamento in cui abitava, la strada più corta passava di fianco alle altissime mura del carcere, con le torrette ad ogni angolo della struttura, e sotto un portico alla cui fine c’era il negozio della Olivetti all’angolo.
Attraverso le vetrine, con i fumetti di Charlie Brown in mano, riuscivo a vedere le bellissime macchine da scrivere in esposizione in vetrina, e i nuovissimi – all’epoca – plotter, costosi come una automobile e grandi come un tavolo da cucina.
La mia concentrazione era tutta focalizzata su quelle macchine da scrivere, già viste e familiari, in un negozio molto bello e luminoso, e forse è da lì che mi sono interessate. Mi mettono tranquillità, non so come spiegarlo. Avete sicuramente qualche cosa nella vostra vita che vi dà la stessa sensazione; qualcosa che vi ispira curiosità, bello da guardare, magari di un’altra epoca (perciò ancora più interessante, probabilmente).

Tutto questo per arrivare a che punto?
Nessun punto, nessuna morale.
Ma ho scoperto come si chiama la nostalgia di epoche passate e mai vissute: sindrome dell’età dell’oro. Non è che mi soddisfi molto, come definizione.

Sono Sempre le Due di Notte

Ho provato tante volte ad aggiustare la mia routine quotidiana, in modo da regolare il mio ciclo circadiano con il resto del mondo – o almeno con la parte di popolazione del mondo che si possa definire, senza paura di smentita, “normale”. Ma sarà per l’abitudine decennale, o per la libertà che la notte ti offre, o più semplicemente perchè in quanto ancora principalmente uno sfaccendato universitario che di mattina non ha molto spesso degli impegni, la regolazione del sonno ritarda di anno in anno.
Non sono un abitudinario, non ci riesco; non lo sono nemmeno nei miei difetti, tanto che capita (non spesso, ad essere sincero) che preso dalla voglia di fare qualcosa di strano finisco a letto alle nove, alle dieci o comunque molte ore prima della mia abitudine.
Giusto per farvi un esempio: forse l’1% di tutto quello che produco in scrittura o disegno o musica è stato ideato di notte, da mezzanotte in poi.

E’ da qualche mese, diciamo dalla fine dell’estate, che però ho fatto caso per l’ennesima volta nel corso della mia vita a una delle cose che più mi mette ansia nella mia vita: la percezione che il tempo acceleri. I periodi dell’anno scorrono via, gli anni interi passano senza quasi lasciare ricordi e anche nel loro piccolo le giornate finiscono in un soffio.
Non so cosa sia successo, che bottone sia stato schiacciato nella Sala Comandi del mio cervello, ma ogni volta che guardo l’ora sono le due di notte.
Spiego meglio: capita, per uno strano fenomeno, che durante il mio lavoro al computer (che sia scrittura o studio) lungo il corso della giornata io voglia guardare l’orario e, per un meccanismo mentale o per qualsiasi altra motivazione possibile (magia? complotto?), sono molto spesso gli stessi orari.
Gli orari in cui guardo l’orologio: le dieci, mezzogiorno, dalle tre alle nove ogni circa due ore, e poi le undici e le due di notte.
Perciò mi trovo quasi ogni sera col muso al computer, gli occhi fissi sullo schermo e sempre, sempre lo stesso orario. Con tutti i pensieri annessi: un altro giorno è passato; la velocità del tempo è pressante; e la laurea?; la settimana è cortissima, è già mercoledì e non ho fatto quasi un cazzo; per l’ennesima volta è notte e dovrei essere a letto e invece scrivo.

Tutto questo mi provoca un (bel) po’ di ansia, anche se sono quasi sicuro che una sana routine con un giusto orario di veglia regolato con il sonno non possa che alleviare questa sensazione di tempo-che-scivola-e-scappa-da-non-si-sa-cosa-neanche-lo-stiano-rincorrendo.
E invece, per l’ennesima notte, sono qua a scrivere, e del letto neanche l’ombra.

Sono un Indeciso – Autocoscienza per decidere cosa votare il 4 dicembre

Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d’un altro avviso,

son indeciso.

Lo ammetto, esco allo scoperto: sono ancora un indeciso.

Alle ultime elezioni in America è assurto agli onori della cronaca tale Ken Bone, un pacioccone in maglione rosso che in uno dei dibattiti tra Hillary Clinton e Donald Trump, quello con la platea composta da elettori indecisi, ha fatto un intervento chiedendo delle posizioni dei candidati sulle politiche energetiche.

Sarà che questa è stata l’ennesima campagna elettorale immatura, impulsiva e assolutamente nociva per la vita democratica di questo Paese, ma sono ancora dello schieramento di cui fa parte Ken Bone il Pacioccone e che in Italia è da anni lo schieramento più rappresentativo dell’elettorato.

Sono sempre stato, specie in politica, per le discussioni sane e pacifiche che abbiano come argomento il merito dei problemi; quando la maggioranza degli elettori ha come spinta propulsiva verso la cabina elettorale la mera e sola protesta politica e quando quegli stessi elettori non riescono a sostenere una discussione su una importantissima riforma costituzionale facendo slittare tutto il discorso su quanto odiano il Governo in carica, allora è chiaro che qualcosa non va per il verso giusto. Ma non è mio interesse analizzare cosa non vada nella discussione politica degli ultimi anni.

Questo è un intervento piuttosto egoista, nel senso: è un post che scrivo per me come esercizio di autocoscienza per capire se questa riforma, non perfetta, possa piacermi al punto da votare Sì; oppure se questa stessa riforma, proprio dal momento che NON è assolutamente perfetta, non è meritevole di essere approvata.

Sono stato a un dibattito in cui un parlamentare del PD esaminava e spiegava in modo molto chiaro i motivi per cui votare Sì, e ammetto che quella sera mi avesse convinto. La situazione non è mutata per, diciamo, qualche mese. Il mio è stato un movimento verso il centro: ero sicuro di votare Sì, perchè l’idea di una riforma costituzionale impostata come la volevano fare i Democratici mi piace da anni. Visto il risultato dei lavori parlamentari mi sono raffreddato parecchio, con le maggioranze variabili ad ogni passaggio, Forza Italia che prima appoggia la riforma e poi per ripicca, come i bambini, decide che “il testo non è come concordato e non va più bene”, guarda caso, proprio dopo l’elezione di Mattarella (fortemente voluto dal Presidente del Consiglio e spinto senza consultare nessuno di Forza Italia, dopo i tira e molla che si sono succeduti nei giorni delle elezioni). “Voi votate il Presidente senza di noi? Benissimo, allora fatevi da soli anche la riforma”.

Quello che non mi convince di questa riforma sta parzialmente nelle stesse parole del parlamentare del Partito Democratico di cui parlavo prima, e in altri deputati e senatori che nei mesi sono stati intervistati: il concetto che tutti insieme, quasi all’unisono, esprimono è che la riforma, così com’è in alcuni punti, è il risultato di negoziazioni con le altre forze politiche, perciò loro stessi non sono del tutto soddisfatti del testo, ma – aggiungono – è stato il massimo che hanno potuto fare in quelle condizioni, ed è nonostante i tagli e le aggiunte fatti per arrivare a punti in comune, una buona riforma.
Sarà che sono fuori dal Parlamento e non so come funzionano alcune cose, o sarà un briciolo di immaturità, ma una riforma imperfetta o mutilata, o potenzialmente fonte di dubbi da parte delle forze politiche che popoleranno il Parlamento nei prossimi anni non mi soddisfa. Mi sembra un lavoro fatto a metà e accettato da chi l’ha fatto perchè “altrimenti si rimanderà in eterno” e “perchè almeno siamo arrivati ad una riforma, mentre gli altri no”.

Non sono, di solito, uno che non accetta altro che il massimo; capisco quando bisogna scendere a compromessi e accettare un risultato minore per il bene dell’accordo e, in definitiva, del risultato finale. Ma una modifica così importante della Costituzione della Repubblica non dovrebbe essere una cosa “parzialmente giusta”, dovrebbe essere semplicemente perfetta, ben pensata, preparata e spiegata in anticipo. E voluta da (quasi) tutti, ma capisco che quest’ultimo punto sia praticamente impossibile e quasi inconcepibile, dal momento che ci saranno sempre forze politiche che sfruttano l’occasione elettorale come propulsione politica.
Per non parlare della combinazione di riforma costituzionale e Italicum, che andrebbe ben oltre gli obiettivi del legislatore di permettere più ampi spazi di manovra all’esecutivo con una maggioranza importantissima e con tempi di legiferazione molto più veloci degli attuali. Basta che la coalizione di Salvini vinca al ballottaggio alle Politiche e ci troviamo una coalizione di ultradestra che ci chiede di uscire dall’Europa, così senza preavviso. Mi inquieta.

Poi, la questione del Senato: secondo me, sarebbe stato meglio abolirlo del tutto oppure: tot rappresentanti per ogni Regione per un massimo di 100 senatori e si creava una vera Camera delle Autonomie che avesse, come poi è nella Riforma, funzioni differenti dalla Camera dei Deputati. Ad elezione diretta, ma non per un rischio democratico: semplicemente per avere il controllo diretto del nuovo Senato, senza pasticci di elezioni di secondo grado o schede elettorali a parte (che oltretutto sono ancora da decidere, e si decideranno solo se vincerà il Sì come è normale che sia, cioè è al momento ancora materia fumosa).

Queste sono le mie ragioni per il No. Sembrano poche, ma mi bastano per essere in crisi di coscienza. E non tiro in mezzo le questioni che lasciano il tempo che trovano come la lunghezza dell’articolo 70 che passa da sole nove parole a qualche centinaio (che mi viene da dire: l’avete letto? perchè è molto esplicativo e spiega per filo e per segno quando dove e come le due nuove Camere agiscono e su cosa: la lunghezza è necessaria dal momento che le funzioni sono differenziate. Se poi non volete la roba lunga perchè non la capite sono cazzacci vostri).

D’altra parte, il Sì non distruggerà la democrazia nel nostro Paese; il fatto che non si voti più il Senato (o almeno così dicono per ora) non toglierà potere decisionale al Popolicchio sovrano che non si informa e ascolta solo la versione sparata dall’altoparlante del partito di riferimento; la Riforma non è scritta dalle banche, che non guadagneranno nulla dalla velocità con cui si approveranno le leggi o da un Senato mutilato o pressochè inutile (ma come fate a pensare sempre alle banche?! Neanche chi lavora in banca pensa così tanto alle banche, miseria ladra); il Senato non sarà sempre e per sempre in mano al PD, come dice Silvio Berlusconi che adduce, come motivazione, che “La Suinistra controlla diciassette Regioni su venti, e avrà sempre 60 senatori su 100”, argomento che è senza alcun fondamento dal momento che non è stato ancora deciso come verranno eletti questi benedetti senatori.

Se volete altre informazioni, e le volete imparziali e che rimangano nel merito delle questioni senza passare per bastaunsi.it o beppegrillo.it, vi offro in modo veloce qualche link:

Il Post – Tutto sul referendum costituzionale

(perfetto, veloce, esplicativo)

Internazionale – Tutte le domande sul referendum costituzionale

(con le posizioni del No e del Sì, molto utile)

The Post Internazionale – Perchè votare sì o no al referendum costituzionale

(con i pareri di validi e famosi costituzionalisti, per una parte e per l’altra)

Ci sono tantissime altre fonti su internet, ma per farvi un’idea vera e accurata, vi scongiuro: state attenti a quello che leggete. E poi, una volta in pace e creata un’opinione, votate. Sperando che non sia come dice Emma Bonino, cioè che “per una volta non mi vergogno di votare il meno peggio”. Convincetevi e votate.

Questa Minchia di Università

Ebbene sì: dopo cinque anni di rapporto altalenante con l’istituzione universitaria causato principalmente da me e dalla mia scarsa predisposizione allo studio fine a sé stesso e senza scopo se non quello di sfangare interrogazioni, verifiche o esami scritti e orali, a breve mi laureerò anche io.
Dopo decine e decine di persone conosciute e sconosciute passate tra le forche caudine di Facebook con la corona d’alloro in testa, fra qualche mese toccherà a me.

Ma forse, in cinque anni di università sparsi in due facoltà (due anni buttati via a giurisprudenza, e tre anni a comunicazione – sì, comunicazione, perché avete dei pregiudizi? Vergognatevi), nonostante la vicinanza dell’obiettivo finale, non ho mai vissuto un simile momento di sconforto.
Non è, in realtà, sconforto: è che mi tira proprio il culo preparare gli ultimi esami.

Da quando ho perso la voglia di preparare esami? La vera domanda è: quando mai l’ho avuta?
In realtà, a parte il mio sdrammatizzare, ho sempre pensato di essere poco abituato allo studio intenso in ambito universitario, e ho sempre cercato di evitare i libri a meno che non fosse indispensabile (sono un procrastinatore in questo ambito, come sa bene chi legge frequentemente questo blog), ma alla fine ho sempre trovato in fondo allo sgabuzzino delle cose poco utilizzate la mia Voglia Di Studiare e l’ho sempre usata, portando a casa il più delle volte risultati soddisfacenti.
Ma da quando ho iniziato a lavorare part-time, osservando con mio leggero stupore che il lavoro retribuito è molto apprezzabile e trovarsi due soldi in banca a fine mese fa molto piacere, mi sono trovato a pensare ai libri come a una perdita di tempo, vera e propria.

Sia chiaro: non penso che l’università e lo studio sia una perdita di tempo. Sono una persona estremamente curiosa e mi crogiolo nei libri di storia, tra le altre cose, se non in migliaia di articoli scientifici, storici e di interesse generale ogni anno, e sono convinto che la propria crescita personale passi dalla cultura personale, la più vasta possibile.
Bene, e allora cosa mi succede?
Sulle prime ho fatto un po’ fatica ad ammetterlo a me stesso. Cercavo di giustificarmi dicendo che era la mia normale e redditizia (in termini di fruttuoso “stress dell’ultimo minuto” che mi porta sempre all’obiettivo teso come una corda di violino ma pronto ad ogni evenienza) procrastinazione.
Poi, al primo bonifico, iniziai a dubitare delle letture accomodanti della vicenda che, come la trama di un giallo scritto male, iniziava banalmente ad infittirsi. Non era procrastinazione, o almeno: non era solo quella. C’è di più, ora.

Analizzando il mio corso di studi dei miei ultimi tre anni (quelli della prossima laurea), posso affermare di essere stato piuttosto selettivo: ho sempre preferito, con giusta ragione, i corsi e gli esami a me graditi, per posticipare sfacciatamente gli esami di cui ho odiato il corso o che, semplicemente, fanno cagare (economia politica…per favore). Questa mia selezione mi ha portato ad esaurire gli esami miei pupilli con una velocità disumana, lasciandomi in questo momento finale del mio corso di studi con un mazzo di stronzoli in mano.

Ora. Io non dico che sia giusto un impegno selettivo così sfacciato. Preferisco semplicemente affermare che l’università, in questo frangente, non mi sta preparando al mondo lavorativo.
“Sì che ti sta preparando al mondo lavorativo! Il mondo là fuori non è mica sempre come vuoi tu e devi fare anche le cose che non ti piacciono!”
Sì, stronzo/a. Grazie. Lo so, e lo so molto bene. Il problema è che sto perdendo qualche migliaio di euro per studiarmi la Legge Gasparri o qualche nozione inutile di psicologia cognitiva, cose che fanno benissimo, sì, alla mia cultura personale, ma malissimo al mio portafoglio. E che, con una probabilità altissima, non mi serviranno nel lavoro che farò, se sarà nell’ambito per cui ho studiato.

Ecco, mi trovo da una parte con una serie di esami del cazzo che devo fare in meno di un anno (ce la posso fare, ce la posso fare); dall’altra con un’entrata economica esigua ma che mi permette di respirare e di non gravare sulle spalle della famiglia.

Ditemi voi come vi sentireste al mio posto.
Lo so che un po’ mi capite.

L’Epoca delle Chiese Nuove

Mirandola.
Nel 1995 arrivò Scalfaro e la nominò Città, come recitava la lapide vicino all’entrata della sede comunale in Piazza Costituente. In realtà aveva già lo status di Città (sì, in Italia si diventa Città per legge: arriva il Presidente della Repubblica, raduna tutti i Sindaci in un capannone e fa, in piedi su una sedia perché sono in tanti e vuole parlare a tutti: “Allora”, e indica col ditino, “tu sei Città, e anche tu” voltandosi tre gradi a ovest, “e tu, tu, tu dietro e TU”, quasi urlando perché quel Sindaco è lontano. E i Sindaci esclusi chiedono “allora noi non siamo Città vero?”, e il Presidente della Repubblica, scendendo dalla sedia, dice “No Piove di Sacco, non sei Città neanche quest’anno”, e passando in mezzo alla folla di Sindaci radunati nel grandissimo capannone viene fermato altre quindici volte, e tutte le volte risponde “no, Maslianico, non sei Città; no, Lambrugo, non sei città; no, neanche tu sei Città, Cremella” e cerca di farsi spazio tra le fasce tricolori svolazzanti; e si crea un ingorgo perché i Sindaci dei comuni siciliani si scaldano più degli altri e lo pressano e allora, allertata dallo strattonamento, scende dal soffitto l’unica guardia del corpo appesa ad un’imbracatura, che tira su per le spalle il Presidente della Repubblica e lo porta al sicuro, sulle travi del tetto del capannone, mentre tutti là sotto iniziano a scaldarsi – quelli non nominati Città – mentre i Sindaci delle nuove e vecchie Città fanno comunella, si mettono in un angolo poco affollato e iniziano a scambiarsi i numeri di telefono dei centralini con la promessa di sentirsi ogni tanto per scambiarsi dei dati dell’anagrafe e di fare dei gemellaggi che poi, come ogni volta in quelle occasioni, si promettono ma non si mantengono mai, fanfaroni di Sindaci Cittadini), ma una conferma in occasione di un cinquecentenario non fa che piacere.

Mirandola è bella, ma chi ci abita più di due settimane, improvvisamente e quasi senza motivo, inizia ad odiarla.
Tutti, nessuno escluso, la odiano; ma non lo ammetteranno mai se glielo chiedi direttamente. Non c’è spiegazione al fenomeno.
“Come ti sembra Mirandola? In molti se ne lamentano…”
“Ma no, ma perché se ne lamentano che è così carina!”
Questa è la conversazione standard di una persona che si sente punta nel vivo in quanto appartenente alla comunità di Mirandola. Succede l’opposto nel caso un appartenente alla comunità ha l’opportunità, lo spazio retorico, per allargare la sua lamentela.
“Tu ti lamenti tanto di Grottolo sul Pendente (nome inventato), ma non vivi a Mirandola: fa S-C-H-I-F-O!”, senza portare prove a sostegno della sua posizione.

Tutto questo succedeva, nella Città di Mirandola, quando il terremoto non aveva ancora colpito. Il 2012 (anno bisesto e perciò, secondo saggezza popolare, anno funesto) ha fatto in modo di dare motivazioni ai mirandolesi che si lamentavano di Mirandola prima che di Mirandola, e del centro storico in particolare, non rimanesse che un mucchio di polvere in mezzo a dei ruderi, almeno per i primi pochi anni.
Il 2012 ha trovato il modo di dare ragione a quei poveri scemi, e questa è un’ennesima colpa di un anno che è stato talmente schifoso che non viene mai chiamato alle cene lavorative che gli Anni, ogni 31 dicembre, organizzano per celebrare la pensione dell’anno vecchio e l’inizio del lavoro del nuovo anno: quando l’Anno Uno fa il giro delle chiamate per chiamare tutti gli anni fa sempre in modo di non chiamare il 2012; a dirla tutta, non chiama neanche gli anni della Peste Nera, o il 1939; e a dirla ancora più tutta di prima, se può, evita di chiamare anche il 1977 che ogni volta che arriva inizia a parlare di politica e non smette più e annoia tutti gli anni divertenti come il 1969 e il 1492 e l’800 e il 1945…il 1977 con quella sua barba del cazzo e l’eskimo – o il loden, dipende da come gli gira.

Il 2012 si vede ancora, in giro, e penso personalmente si vedrà finchè la Città di Mirandola esisterà. Nel nome delle vie, questo senza ombra di dubbio: tanto che come i bimbi di oggi si chiedono perché siano tanto speciali il 4 novembre o l’8 agosto da meritare vie dedicate, i bambini di fra cinquant’anni chiederanno alla mamma che cosa sia successo di così tanto indimenticabile quello strano 29 maggio 2012.
Il 2012 si vede camminando, girando in macchina o aspettando un amico che deve uscire dal portone. Mentre lo aspetti ti giri, e ti trovi di fronte la selva grigia di tubi che sostengono la facciata della Chiesa del Gesù.

Il 20 maggio 2012, giorno della prima vera scossa di terremoto, andammo a San Felice (poi immortalato da innumerevoli servizi in tv nei mesi successivi nelle stesse modalità in cui vengono macinati per il pubblico i resti delle vite vissute dai sopravvissuti all’ultimo, in ordine di tempo, terremoto del Centro Italia) per osservare i primi grossi danni, che a quanto avevamo sentito erano già “grossi”, non sapevamo ancora che aggettivo utilizzare.
Pensate al vostro paese più vicino.
Pensatelo in macerie.
Spero vi siate avvicinati anche in minima parte a quello che abbiamo visto.
Arrivammo a San Felice sorridendo, e la lasciammo con il magone, entrambi, cercando di sdrammatizzare, con il cronometro che correva verso il 29 maggio; ma noi non lo sapevamo ancora.

La Chiesa del Gesù, di cui parlavo appena sopra, è un capolavoro delle prese in giro.
La Chiesa del Gesù, di fatto, non esiste più. Parlavo della facciata sostenuta dalla selva grigia di tubi: una griglia immane, un’impalcatura avvitata con i più sofisticati bulloni che la mente umana possa ideare (che sono pur sempre bulloni), impegnata a sostenere una facciata semidistrutta.
La tomba della famiglia Pico, o di alcuni dei Pico; in piedi da secoli.

E’ poco importante, in realtà, sottolineare da quanti secoli fosse costruita quella chiesa, o da quanti secoli sia costruito il vecchio palazzo comunale, o le altre chiese o i palazzi del centro storico, alcuni seicenteschi, o il Castello. Non è importante, ora.
Quando si parla di patrimonio di una comunità si intende dire che una comunità, cioè le generazioni prima della presente, quella prima ancora e così fino all’origine, alla nascita del patrimonio stesso, hanno vissuto intorno, dentro, in funzione e certe volte grazie a quella struttura, a quella chiesa, a quel palazzo comunale, a quell’ospedale; e quando un evento catastrofico trascina via senza volerlo (le placche tettoniche non hanno volontà proprie) un luogo che può essere a tutti gli effetti considerato patrimonio di una comunità, qualcosa in più viene cancellato.

C’è la storia di un nonno che, stanchissimo dopo una lunghissima passeggiata per il centro, sulla strada per casa, si ferma sui gradini della Chiesa del Gesù. E’ il 1934.
C’è la storia di due ragazzini che si rincorrono, scansando altri ragazzini vestiti con la tunica della comunione, in cui uno dei due inciampa finendo giù nella piazzetta della Chiesa del Gesù, che è più bassa rispetto alla strada, e rovina i pantaloni della festa, e ha paura di andare a casa perché sa che lo aspettano le sberle di sua madre. E’ il 1877.
C’è la storia di un ragazzo che vede, mentre scende i tre gradini della piccola piazzetta, una diciannovenne che sta per entrare nella Chiesa del Gesù; lei è poi la figlia del mugnaio di Medolla che è in città per trovare la zia, ma lui non lo sa, è interessato a cercarle il viso senza farsi troppo vedere, si vergogna. E’ il 1713.
C’è la mia storia: in una visita guidata nella Chiesa del Gesù la guida mi indica il simbolismo sui sarcofagi in pietra dei membri della famiglia Pico; da fuori, attraverso le vetrate e le fessure delle porte, arrivano gli schiamazzi dei ragazzi del Liceo, in ricreazione. Era il 2008.
Storie ammonticchiate, accumulate e dimenticate, tutte dimenticabilissime ma al contempo formanti una memoria collettiva, comune, legata ad un luogo di cui ora rimane una facciata lesionata e non ristrutturabile, coperta da una impalcatura costosissima e bruttissima fatta di tubi di ferro senza troppi fronzoli artistici. Dietro la facciata, niente. Nulla di quello che fa parte della memoria collettiva.

Siamo all’inizio di una nuova fase della nostra comunità. Molti dei nostri simboli sono nascosti da impalcature, molti altri sono andati persi o senza possibilità di recupero. Mi piace, però, vedere questa storia in prospettiva, ed è una prospettiva bella.
Quello che è perso, e non è replicabile, verrà sostituito da qualcos’altro. Non sarà mai la stessa cosa, e per noi le nuove chiese, le nuove case, il nuovo palazzo comunale non avrà nessuna memoria se non la nostra, la nostra esperienza diretta.
Ma proprio questo, in prospettiva, è stimolante: siamo i primi. Stiamo per vivere, e possiamo riportare a generazioni di persone come noi presenti nel futuro, quello che nel diciassettesimo secolo hanno vissuto i contemporanei dei grandi architetti barocchi.
La sensazione di entrare in una chiesa nuova, magari di essere i primi a pregare in quel particolare punto, prima di altre migliaia di persone, il primo anno in cui esiste quella chiesa, è strano. E’ anche difficile da capire, e non mi aspetto di essere totalmente chiaro in questo, ma è un po’ il concetto che ho espresso nel mio post di febbraio (Religione per uso personale) e lo trovo estremamente affascinante.
Spero di avere stimolato qualcosa in voi, spero di essere riuscito a spiegarmi in questo ultimo concetto ma non ve ne farei una colpa in caso contrario. Vi voglio bene lo stesso.

Ricapitolando: i miei dieci anni di scrittura

Aprii il mio primo blog poco più di dieci anni fa. Dieci anni, racimolati senza nessuna fretta.
Era l’epoca di MSN Messenger, dei nickname colorati e delle chat illeggibili a causa dell’eccesso di emoticon. Puro pionierismo, epoche eroiche in cui si viaggiava a velocità infime e con un decimo della scelta attuale; proprio per la mancanza di scelta e, ovviamente, per la volontà di essere protagonisti tipica della preadolescenza (o almeno, di alcuni preadolescenti), all’età di tredici anni aprii il mio primo blog.

Era uno di quei blog forniti da Microsoft, che allora era ancora LA Microsoft, padrona di tutto ciò che avesse un chip all’interno e che si basasse su un server su Internet. La vera dominatrix dell’epoca.
Forniva, insieme al proprio account su MSN Messenger, uno spazio web sulla piattaforma Spaces, ora chiusa o fusa in altre succursali della compagnia di Redmond.
Ognuno di questi Spaces poteva essere personalizzato al punto tale da poter sembrare, con qualche tocco giusto di HTML copiato qua e là dalla Rete, un sito a tutti gli effetti. Tutto gratuito, in un periodo in cui ancora alcune caselle di posta elettronica avevano un’iscrizione annuale a pagamento (sì, abbiamo vissuto quel periodo fantastico).

Io, come tantissimi altri miei amici e come tantissime persone in tutto il mondo, colsi l’occasione per avere il mio spazio personale in cui esprimermi.
Mi ricordo di alcuni miei amici che mettevano le foto di Francesco Totti, alcuni che mettevano foto degli amici e con gli amici, altri che aprivano il loro libro degli ospiti e speravano che più persone possibili lo firmassero e scrivessero dediche.

Io decisi di scrivere.
Iniziai a scrivere di quello che mi capitava, mischiando (un po’ come faccio ancora adesso) avvenimenti reali a storie verosimili e ragionamenti, sfoghi. Ovviamente, con la capacità di espressione di concetti di un tredicenne.
Iniziai ad essere seguito, venivo apprezzato. Mi scrivevano complimenti sentiti, mi dicevano che si divertivano a leggere il mio blog, e che non vedevano l’ora che io pubblicassi qualcosa. Non scherzo. Era bello.
Mi ricordo ancora quando mi copiarono un intero post, nel 2008: mi sentii defraudato, ma al tempo stesso mi si accese la spia dell’orgoglio. Era un intervento (li chiamavamo ancora così: non post, ma “interventi sul blog”) di sfogo, di cui non ricordo moltissimo ma era molto simile a quei post “strappa-mi-piace” che girano tutt’ora su come vorresti fosse la tua vita e come invece è, e come in realtà il bene è più importante dell’invidia e della cattiveria e che la cosa più importante è la felicità. E questo genere di banalità adolescenziali.
Ero stato derubato, ma ne ero veramente molto felice: avevo fatto colpo.

Aprii il blog nel 2006 e lo chiusi per una stupidissima polemica tre anni dopo. Avevo offeso (poco) velatamente una ragazza con cui mi frequentavo solo perché mi aveva scaricato senza molte cerimonie. Mi scrisse che se non avessi cancellato il post mi avrebbe fatto chiudere il blog e sarei stato “passibile di denuncia”. Ovviamente erano fandonie, ma fui tenerino e inesperto in quell’occasione, non seppi tenere salda la barra e mi feci prendere dallo spavento: presi la palla al balzo e terminai il blog che, in ogni caso, in quegli ultimi mesi si stava (stavo) spegnendo lentamente.
Ero così orgoglioso del mio piccolo spazio che, oltre a riempirlo molto di frequente con post, pensieri, foto, immagini create da me, battute e riferimenti alla vita reale dei primi anni delle superiori che facevano molto ridere chi li viveva con me in prima persona, in occasione di uno degli anniversari della sua creazione stampai in casa molti dei miei interventi pubblicati, comprese alcune foto che conservo con un piacere indicibile, e che ad oggi sono l’unica testimonianza di quello che fu quel mio piccolo, curatissimo e seguito spazio. Si chiamava, in modo ironico, “Buongiorno San Possidonio”.

Nel 2013, quando decisi di tornare in attività dopo qualche anno di pausa pensando di avere qualcosa di nuovo ed interessante da raccontare dopo l’anno del terremoto, il primo fallimento universitario, la nuova esperienza della radio e una nuova sensibilità acquisita in quel poco di maturità in più che avevo, l’unico dubbio che mi rendeva quasi nervoso fu solo uno: il nome.
Per un breve periodo fui quasi in procinto di chiamarlo, di nuovo, “Buongiorno San Possidonio”: adoravo quel velo di ironia che riusciva a sprigionare in sole tre parole, evocativo di programmi tv nazionali (Buongiorno Italia, ad esempio) o di rubriche su grandi testate giornalistiche, ma sempre coi piedi per terra, anzi quasi desideroso di autoderidersi come blog, che era talmente locale ed autoreferenziale da coprire  con le sue “notizie” non la nazione intera ma nemmeno San Possidonio, bensì meno di un metro quadrato: la sezione della stanza dove tenevo quello che all’epoca era il mio unico computer.

Ci misi due giorni, o forse tre, per scegliere il nome di questo blog.
Ho fatto una fatica bestiale: volevo che fosse descrittivo ed evocativo. Non sapevo decidermi, volevo fosse perfetto e che mi convincesse.
Ebbi un’illuminazione, e mi arrivò pensando allo scopo del mio blog, o almeno a quello che volevo fosse lo scopo principale del mio nuovo spazio online totalmente privato e indipendente: un incrocio tra una lentissima psicanalisi e un racconto che sapesse descrivere tutti i momenti in cui, da persona qualsiasi, mi rendessi conto dell’atto della crescita, della mia gradualmente crescente capacità di comprendere me stesso e il mondo che mi circonda. Volevo che il mio blog raccontasse la mia graduale presa di coscienza. Lo voglio tutt’ora, e forse è questo che lo tiene vivo. Non è un racconto narcisista della mia vita, e non lo è mai stato: mi sono sempre voluto divertire e ho sempre voluto divertire, in modi sempre il più possibile diversi, gli avventori di questo blog. E’ semplicemente il reportage della mia crescita, fisica e mentale, ed è per questo che voglio bene a questo mio spazio.

Io spero sempre che dentro le mie parole, dentro ciò che scrivo, si possano ritrovare i miei lettori con le loro esperienze dirette, con quello che provano in prima persona nelle loro vite di persone qualunque, esattamente come me. Ed è anche per questo che scrivo in pubblico e non in privato: non ho riscontri, nella carta di un taccuino, e c’è sempre un pudore che non sopporto nel tenere un diario. Lo capisco, quel pudore, ma non è semplicemente un modo di esprimere me stesso che mi sembra utile. E’ un pensiero personale, e su questo come su tantissime altre questioni non giudico…più.
Il ricreare le mie sensazioni nella mente delle altre persone è quanto di più interessante e positivo possa esserci nella scrittura dei miei “interventi”, ed è quello che tiene vivo il mio blog: è lo stimolo più grande, e forse è uno dei pochi. Quando mi viene detto, in prima persona, quanto questo o quel post siano vicini alla persona che mi parla, so di avere fatto un buonissimo lavoro, e ne sono orgoglioso.